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Scene di lotta nella Modena socialdemocratica

 

Oltre 200 lavoratori dell’azienda, insieme ad altre soggettività solidali con la lotta, hanno bloccato la via Emilia, nodo cruciale per il traffico in città data la vicinanza col casello autostradale. Da sottolineare è proprio la solidarietà attiva da parte di lavoratori, delegati sindacali, centri sociali e aziende di altre città e regioni (presenti al blocco stradale lavoratori della Richard Ginori di Sesto Fiorentino, delegati della Bonfiglioli e della Ducati di Bologna, rappresentanti di sindacati di base e del centro sociale Guernica).

 

Ma che cosa sta succedendo all’interno della terim?

 

Da più di un anno l’azienda ha deciso di chiudere lo stabilimento di Modena e, solo attraverso scioperi, picchetti e altri metodi concreti di lotta, per diverso tempo si era evitata la chiusura della Terim e si era riusciti a mantenere anche diverse commesse, arrivando nel frattempo a un concordato preventivo. Tuttavia, la mala gestione di questo concordato da parte del padrone e dei suoi legali, inseguendo le promesse di un presunto compratore mai materializzatosi, hanno permesso la quasi totale erosione del portafoglio clienti, oggi più che dimezzato. In aggiunta a ciò, l’azienda è venuta meno all’impegno di sondare qualsiasi strada alternativa al fallimento, qualora il concordato perdesse di credibilità.

 

La giornata di venerdì ha sancito la rottura del patto di collaborazione con la ex-proprietà, che evidentemente non è in grado di fare i passi necessari a garantire la ripresa dell’attività.

La richiesta da parte dei lavoratori è quella di arrivare ad un’amministrazione controllata attraverso un intervento fatto in accordo con il ministero del lavoro, che sta analizzando la situazione.

Le operaie e gli operai coinvolti hanno dimostrato una grande tenacia e determinazione, considerando che l’azienda è ferma da 14 mesi. Tuttavia, esprimiamo forte perplessità in merito alla rivendicazione. Infatti, la nostra impressione è che ancora un volta i tavoli di trattativa rischino di svolgere solo una funzione di rimando delle soluzioni e che comunque si risolvano con l’ennesimo smantellamento di un patrimonio sociale di competenze tecnologiche che si vuole espropriare a chi la ricchezza la produce.

 

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