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Sicilia zona gialla: la normalità del vaccino ha fallito

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Con la quarta ondata in corso, la diffusione della nuova variante di Sars-Cov2, i contagi risaliti agli stessi numeri degli scorsi anni e l’arrivo di nuove restrizioni ci sembra doveroso provare a sistematizzare un’analisi sulla gestione della fase pandemica e della campagna vaccinale.

da Trinacria.info

Semu misi mali, arreri

In Sicilia il numero di persone positive al Covid-19, al momento, è praticamente identico a quello di un anno fa: 32.143 positivi rispetto ai 33.246 degli ultimi giorni di dicembre 2020. La soglia di occupazione dei posti letto del 10% in terapia intensiva e del 15% in area medica è stata appena superata. Questo, nonostante il numero di vaccinati con almeno la prima dose sfiori il 75%.

L’impressionante impennata dei contagi dovuta al circolare della nuova variante ha imposto una modifica nella narrazione sui vaccini. Se durante i primi mesi della pandemia, i vaccini venivano descritti come l’arma che avrebbe sconfitto il virus, oggi è chiaro a tutti come non siano in grado di bloccarne definitivamente la circolazione. Anche i vaccinati possono ammalarsi, sviluppare i sintomi e contribuire a diffondere il virus.

Se non è più possibile insinuare che il vaccino ci regalerà l’incolumità, oggi l’elemento salvifico pare consistere nella notevole riduzione del rischio di sviluppare la malattia in forma grave. Guardando alla Sicilia, si registra un minor numero di ricoveri rispetto all’anno passato: 685 nei reparti ordinari, rispetto a 1064 del 2020; e 88 in terapia intensiva rispetto a 175. 

[Tutti i dati sono relativi al 28 dicembre 2021]

Speranza comanda colore: verde

«In Sicilia non siamo ancora in zona gialla, ma potremmo esserlo in qualunque momento» ha affermato un paio di giorni fa il Presidente della Regione Musumeci. E così, quanto previsto, è accaduto: da lunedì la Sicilia sarà in zona gialla.

Cambierà ben poco, considerando che le mascherine sono obbligatorie all’aperto in tutta Italia già ora. L’unico vero cambiamento riguarderebbe i pranzi e le cene, con tavoli massimo per quattro persone o unici nuclei familiari conviventi. Il sistema dei colori ha, infatti, ormai perso ogni peso a favore di misure come il Green pass e il Super green pass, tramite le quali si sta scegliendo di gestire il monitoraggio della diffusione del virus.

Dal 10 gennaio scatta invece il sostanziale lockdown per i non vaccinati. Chi non ha il Super green pass non potrà infatti accedere a trasporti, attività sportive, ricreative e sociali. Se il sistema dei colori serviva a dare flessibilità e chiudere solo dove necessario, con le regole recentemente disposte dal governo rimangono solo due alternative: o tutto aperto o zona rossa. Non è più particolarmente rilevante il colore della regione, quanto il possesso della certificazione verde. 

Parlare di vaccini per non parlare di niente

Nella nuova fase, la gestione della pandemia ha abbandonato quasi del tutto i precedenti strumenti, per far spazio al green pass – con la sua nuova variante “super”. Green pass, super green pass, abolizione della quarantena per i vaccinati con tripla dose e tutte le nuove misure prese dal governo italiano hanno smesso, ormai del tutto, di seguire un criterio prettamente sanitario – ridurre il contagio, evitare la diffusione del virus – e hanno ormai come unico scopo quello di spingere la popolazione a vaccinarsi senza doversi sobbarcare, da una parte, i costi dei tamponi a prezzo di mercato, dall’altra, gli oneri e la responsabilità politica dell’imporre la vaccinazione obbligatoria.

Col green pass la responsabilità è esclusivamente individuale: ognuno è libero di scegliere se vaccinarsi o no. Passi il ricatto sul lavoro, sullo studio, sulla socialità. Una cosa sola è certa: se aumentano i contagi, se ci sono le alluvioni, il buco dell’ozono, l’estinzione dei panda è colpa dei No Vax!

La realtà è che lo scontro No-Vax\Si-Vax sta togliendo al Governo un bel po’ di fastidi. Innanzitutto, pare impossibile non notare come la demonizzazione di coloro che stanno scegliendo di non vaccinarsi vada oltre il mero obbiettivo di raggiungere la vaccinazione di massa. Se così non fosse, d’altronde, l’operazione mediatica sarebbe diversa: nei giornali, così come nei salotti televisivi, si indagherebbero le cause della sfiducia sociale nei confronti delle istituzioni – e delle soluzioni che propongono – e non si guarderebbe solo ai presunti effetti che questa produce.

In più, lo scontro sta tenendo impegnata la popolazione, lasciando campo libero al Governo per portare avanti la sua agenda in tranquillità, tanto da potersi permettere di limitare le forme di dissenso, impedendo il diritto di manifestare, senza che l’opinione pubblica avverta alcuna stortura nella sua azione.

A questo si aggiunge il totale disinteresse mostrato verso il rafforzamento della sanità pubblica. Le pessime condizioni in cui versa il sistema sanitario non sembrano essere oggetto di interesse del Governo, che preferisce scaricare le colpe sui non vaccinati invece che su sé stesso. Basti pensare che tutt’oggi, a due anni dallo scoppiare della pandemia, nessun intervento strutturale è stato previsto per il SSN. La situazione è drammatica: il Covid rende impossibile l’accesso agli ospedali per le cure più elementari, fino ad arrivare alle situazioni più estreme come quella che si sta vivendo a Lipari, dove gran parte del personale medico ha contratto il virus, rendendo impossibile effettuare operazioni vitali come i parti d’emergenza.

Una questione di «giustizia»

Parlando di nuove misure restrittive, Musumeci ha recentemente dichiarato a nome del suo governo: «Noi siamo d’accordo con l’orientamento generale dei colleghi presidenti delle Regioni affinché il governo possa rivedere le regole che disciplinano la quarantena. È un fatto di giustizia. Chi si è già sottoposto al vaccino ha il diritto di potersi muovere con maggiore facilità. Sono regole che se non venissero cambiate rischierebbero di bloccare una parte del paese. […] Bisogna essere particolarmente attenti a garantire la quarantena essenziale solo per chi ne ha obiettiva necessità – ha concluso Musumeci – dieci giorni sono tanti».

La quarantena, misura sanitaria per eccellenza, unica vera soluzione infallibile per evitare la diffusione del virus, viene messa in discussione per «un fatto di giustizia». La scelta di accorciare i tempi di isolamento, addirittura azzerarli nel caso in cui si sia vaccinati con tripla dose, non ha a che fare con la sfera medica, quanto con quella sociale. La premialità (evitare l’isolamento), per quanto possibilmente pericolosa, viene garantita a chi rispetta fedelmente le istruzioni che il sistema fornisce. La «giustizia» che impone le disposizioni per la quarantena è la stessa che ci ha chiesto di chiuderci in casa quando non ce n’era bisogno – ci riferiamo al primo lockdown, risultato evitabile in Sicilia – di uscire per andare a lavorare mettendo a rischio la nostra salute, di comprare i dpi a nostre spese, di pagarci i tamponi e di vaccinarci quando richiesto e per quante volte sarà dichiarato necessario. La stessa giustizia che ha messo a disposizione il vaccino prioritariamente ai paesi ricchi del Nord del mondo; e lascia l’Africa con l’8 per cento circa di popolazione vaccinata, o invia in Malawi dosi scadute da mesi.

La normalizzazione capitalistica del virus

Ormai è chiaro come il vaccino non sia garanzia del ritorno alla normalità. O forse sì, se argomentiamo meglio a quale normalità ci si riferisce. Ci aiuta l’assessore siciliano Ruggero Razza che in merito all’adozione di eventuali nuovi provvedimenti restrittivi in Sicilia ha precisato: «la cosa più importante è il rispetto quasi maniacale delle regole. Si può fare molto, si può continuare a vivere in maniera ordinata, ma bisogna farlo con la dovuta attenzione, altrimenti si mandano a rischio le attività economiche».

«Rispettare le regole» per «vivere in maniera ordinata» e non mettere «a rischio le attività economiche». L’accelerazione sulla vaccinazione non è da interpretare come un atto di benevolenza nei confronti della salute pubblica, quanto come la strada che si è scelta per sancire il “ritorno alla normalità”, quella regolata, ordinata ed economicizzata del sistema che, scombussolato dalla pandemia, sta cercando disperatamente il suo equilibrio.

Una normalità che non prevede la scomparsa della circolazione del virus, quanto la normalizzazione dello stesso: ci dovremo convivere, con il virus, con le ondate pandemiche, con le vaccinazioni cadenzate. Una normalità scandita dagli ordini di un Governo sempre più centralizzato, che condanna – ormai anche ufficialmente, attraverso decreti e norme – ogni forma di dissenso e messa in discussione della propria gestione, come se quella attuale fosse l’unica gestione possibile.

Oltre la paura di schierarsi

La paura di essere assimilati a chi mette in discussione l’utilità del vaccino in sé – cosa che non ci interessa discutere in questa sede – non può fermarci dal mettere a critica la gestione della campagna vaccinale che ha previsto il mantenimento della popolazione disinformata e in stato confusionale e che, in Sicilia più che altrove, ha proceduto con lentezza e continui intoppi; emblema dell’intera gestione istituzionale della crisi pandemica.

Non può determinare la nostra esclusione dal dibattito contro il Green Pass, pena il suo svolgimento tutto all’interno di una dinamica non conflittuale e destinata ad essere riassorbita – almeno dal punto di vista discorsivo – dentro la sfera capitalista: chi si oppone alla misura, perché la considera una deresponsabilizzazione delle istituzioni e una soluzione tecnocratica utile solo alla ripresa della valorizzazione, finisce col ridurre l’opposizione alla rivendicazione delle libertà individuali. L’opposizione al Green Pass va oltre la diatriba vaccino no, vaccino sì e investe direttamente l’organizzazione economica e i rapporti di potere vigenti.

Non può fermarci dall’affermare che è stata propagandata una parte della soluzione all’emergenza – la vaccinazione appunto – come l’unica e definitiva via d’uscita; evitando così che si alimentasse e facesse spazio quello che chi, come noi, mette in discussione l’attuale modello di sviluppo dice da tempo: finché la logica della produzione e della riproduzione rimane quella capitalistica, dovremo abituarci a vivere dentro le pandemie e le crisi.

Se quella che stiamo vivendo è la normalizzazione capitalistica del virus, non possiamo che scongiurare il ritorno alla normalità ed estendere la sfiducia ormai endemica del nostro popolo verso le istituzioni politiche, scientifiche e mediatiche – guidate dalle ragioni del profitto e della produttività e non della salute della popolazione.

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