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Torino. Esselunga è meglio di un parco

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Riprendiamo da Volere la Luna questo interessante articolo di Claudio Novaro che sottolinea alcuni aspetti della protesta in corso contro la “riqualificazione” nell’area ex Westinghouse – Nebiolo a Torino, allargando lo sguardo al contesto che negli ultimi anni si è venuto a creare in città. Buona lettura!

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Partiamo dal fondo e cioè dall’assemblea che si è tenuta giovedì scorso nella sede di Comala, un’associazione culturale che gestisce in Torino una parte della struttura dell’ex Caserma La Marmora di corso Ferrucci 65 (in pieno centro cittadino, di fronte al Palazzo di giustizia). Un’assemblea molto partecipata: tanti giovani donne e uomini che si ritrovano a discutere delle iniziative future per contrastare un progetto dissennato di cementificazione su un’area verde. Fuori, sul corso, due blindati della polizia e una decina di operatori della Digos, dislocati in due punti diversi presidiano e monitorano la situazione. Perché, viene da chiedersi, l’impiego di un tale dispiegamento di forze dell’ordine per controllare una semplice assemblea?

Facciamo, allora, un paio di passi indietro di molti anni, al momento in cui il Comune di Torino, dopo avere abbandonato il progetto di costruire sull’area occupata in precedenza dalle fabbriche Westinghouse e Nebiolo, situata nei pressi di corso Vittorio Emanuele II, la sede della nuova Biblioteca civica, approvò un nuovo bando per la costruzione di un centro congressi, un albergo e un’area commerciale. Da allora si sono alternati, con alterne fortune, nuovi progetti, ricorsi, ripensamenti, aggiudicazioni e anche, di recente, un procedimento penale per l’ex sindaco Fassino per turbativa d’asta, sino alla recente decisione di costruire, al posto del giardino della caserma La Marmora e dei suoi antichi alberi ad alto fusto, un supermercato della Esselunga e un centro congressi e, parallelamente, una strada di servizio riservata al centro commerciale, per il passaggio dei camion, che dovrebbe impattare su una parte significativa delle strutture dell’associazione Comala e del centro d’incontro della circoscrizione.

Detto con rapida sintesi, e mettendo da parte le questioni di natura economica, le ricadute sugli esercizi commerciali della zona, sui costi di gestione di un centro congressi e così via, due semplici domande. È opportuna, oltretutto in tempi di “crisi ecologica” dispiegata, una rilevante operazione di cementificazione e privatizzazione di aree pubbliche che finirebbe per distruggere una delle poche aree verdi del quartiere, privo di parchi e giardini, ma saturo di supermercati? Parimenti, è opportuno smantellare, a causa della costruzione della strada di servizio per il supermercato, il lavoro costruito in questi anni da Comala, uno dei non molti luoghi di aggregazione cittadini, che si presenta sul proprio sito web (https://comala.it/) come «uno spazio pubblico, utilizzabile da tutte e tutti, (auto)costruito, un pezzo alla volta, grazie al recupero di alcuni spazi dell’ex Caserma La Marmora»? Comala è divenuta in poco tempo un posto frequentatissimo dai giovani, ospita la più grande aula studio della città, nonché sale musicali e aree per concerti e in questi anni ha promosso e accolto nella sua struttura numerose iniziative culturali e politiche.

A queste domande una petizione firmata da diverse migliaia di persone ha risposto negativamente (https://www.change.org/p/comune-di-torino-passa-da-un-altra-parte). Si è costituto un comitato denominato Essenon (https://www.facebook.com/EsseNon-Torino-100881939129990), composto da varie realtà cittadine, associazioni ambientaliste, collettivi studenteschi, centri sociali, semplici cittadini che ha indetto, per sabato 15 gennaio, una passeggiata di protesta per le vie del quartiere. La risposta della polizia non si è fatta attendere, plurime cariche sul corteo e diversi manifestanti feriti dalle manganellate (qui un video dell’accaduto: https://www.youtube.com/watch?v=UU5kfC7FDII&ab_channel=InfoautVideo; qui articoli e interviste di commento sulla passeggiata e sulle iniziative future https://www.infoaut.org/precariato-sociale/essenon-a-torino-non-si-puo-passeggia-re;     https://radioblackout.org/2022/01/esse-non-si-ferma/; https://radioblackout.org/2022/01/cariche-al-corteo-essenon/; https://www.dinamopress.it/news/torino-nascono-i-supermercati-muore-la-citta-crescono-resistenze/?utm_source=rss; ). Si legge nel comunicato diffuso dal Comitato: «Oggi avrebbe dovuto esserci una passeggiata informativa in quartiere, ma fin da subito i reparti della celere hanno bloccato il corteo con spinte e manganellate. Abbiamo trovato davanti a noi una militarizzazione del quartiere assurda e sconsiderata. La celere ha addirittura chiuso e sequestrato per ore i manifestanti e chi studiava dentro l’aula studio in una via stretta, chiusa su due lati dalla celere e senza vie di fuga, mentre continue cariche ammassavano le persone, creando così una situazione molto pericolosa».

A seguire un film già visto in altre vicende legate alla protesta sociale: i soliti articoli sui giornali (come sempre pregevole quello de La Repubblica che sobriamente titola “No alla nuova Esselunga”: scontri tra manifestanti e polizia, la solidarietà del Sindaco alle forze dell’ordine e il contemporaneo auspicio che venga garantita la libertà di manifestare il proprio pensiero, ma «nell’ambito delle regole stabilite per contrastare la pandemia», le usuali raffinate prese di posizione di esponenti del centro-destra (su tutti Salvini e Montaruli) che stigmatizzano l’accaduto schierandosi a difesa delle forze dell’ordine e bollando come facinorosi i manifestanti (che le hanno solo prese), nonché le dichiarazioni dell’assessore alle politiche sociali del comune, che si è permesso di sindacare l’intervento eccessivamente duro della Polizia.

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2.

Gli aspetti qui brevemente riassunti sono rappresentativi, in modo quasi paradigmatico, di una serie di questioni (la difesa del verde, la cementificazione del territorio, la dismissione di beni pubblici a favore dei privati, la mancanza di luoghi di aggregazione al di fuori della logica del consumo e della produzione ecc.) su cui è facile schierarsi politicamente e che coinvolgono la gestione delle risorse e degli spazi pubblici e le possibilità per i cittadini di interloquire attivamente sulle decisioni adottate dalle istituzioni. Tra tali questioni mi sembra opportuno evidenziarne due.

La prima riguarda il modello di gestione dell’ordine pubblico invalso in questa città ma, più in generale, nel paese. Un modello che tollera con fatica la protesta sociale, che continua a non comprendere che in un sistema democratico la protezione della sicurezza e dell’ordine pubblico va conciliata con il rispetto delle libertà e dei diritti individuali e di partecipazione politica dei cittadini. Si tratta di diritti che costituiscono l’essenza stessa del sistema democratico e un criterio di assoluto rilievo per la valutazione di quello che viene definito il protest policing, cioè il controllo della protesta da parte delle forze di polizia. A ciò si aggiunge un elemento ulteriore. Ancora di recente la militarizzazione del territorio e le pratiche muscolari di contenimento delle manifestazioni sono state sostenute da narrazioni farlocche per legittimare l’uso della forza. Si pensi al caso dell’Asilo occupato di via Alessandria, dove la decisione di sgombero si è fondata su un teorema giudiziario (immediatamente smentito, peraltro, dal tribunale del riesame torinese, prima, e dalla cassazione, poi) secondo cui la casa occupata era stata adibita a covo di una presunta associazione sovversiva ed è stata accompagnata da un’incessante campagna comunicativa (che ha preso avvio dalle conferenze stampa dell’allora questore) volta a enfatizzare la pericolosità degli occupanti. Nell’impossibilità di adottare nel caso di Comala modalità analoghe, ecco spuntare il refrain delle restrizioni dovute al Covid, la foglia di fico che serve a legittimare il controllo di qualsiasi iniziativa collettiva legata alle lotte o all’insubordinazione sociale e che ripropone una volta di più il tema di come, dietro lo schermo della pandemia, si sia attuato uno straordinario esperimento di disciplinamento e di neutralizzazione delle forme di protesta, che ha reso manifeste e amplificato tendenze già in atto da tempo.

La seconda costituisce, invece, una conferma della sempre più evidente centralità del territorio, e delle problematiche ad esso connesse, nell’ambito del conflitto sociale, sia che si parli della lunga resistenza No Tav conto il progetto di costruzione della linea ad alta velocità ferroviaria e della conseguente devastazione della Val di Susa, sia che si guardi ai più recenti episodi di protesta cittadina (dallo sgombero dell’Asilo, di cui si è detto, con le successive iniziative di lotta, alla difesa degli spazi occupati e dei centri sociali, perennemente sotto attacco da parte della polizia e delle amministrazioni pubbliche, dalla lunga stagione di lotta contro gli sfratti metropolitani, condotta da più aree politiche cittadine, alle mobilitazioni contro i progetti di gentrificazione dei quartieri ecc.). La vicenda sin qui descritta rimanda, seppur in forme particolari, all’uso civico dei beni comuni, in questo caso aree verdi, ma anche spazi di socialità pubblici, costruiti su aree vuote o abbandonate che vengono progressivamente trasformate in luoghi densi di relazioni e di iniziative, in esperienze di cooperazione sociale e autoproduzione culturale, che invece rischiano di venire affossati da processi decisionali autoreferenziali e coattivamente adottati. Si tratta di una storia simbolica, esemplificativa delle politiche di governo urbano, da tempo progressivamente orientate all’obiettivo di creare condizioni favorevoli per attrarre profitti, che si intreccia, a Torino, con la questione del dover far cassa dopo l’ingente indebitamento del Comune causato dalle Olimpiadi invernali del 2006.

È ormai amplissima la letteratura che descrive le città come luoghi completamente sottomessi alle logiche di valorizzazione neoliberiste. Le metropoli appaiono sempre più modulate su quella “città generica” di cui ha scritto l’antropologo francese Michel Agier, generica perché omogeneamente distribuita in tutti i continenti secondo un «modello (che) riproduce su tutta la superficie del globo le stesse forme privilegiate di circolazione, di comunicazione e di consumo». Le iniziative del comitato contro Esselunga sono un tentativo di rimettere al centro del confronto politico i bisogni sociali e collettivi dei cittadini, il valore d’uso degli spazi metropolitani contro le scelte speculative imposte autoritariamente. Ha scritto David Harvey nel suo libro sulle Città ribelli: «La questione di che tipo di città vogliamo non può essere disgiunta dalla questione di che tipo di persone vogliamo essere, che tipo di relazioni sociali cerchiamo, che rapporti abbiamo con la natura, che stile di vita desideriamo o che valori estetici abbiamo». Il pensiero corre allora a quel “diritto alla città”, teorizzato molti anni fa da Henri Lefebvre come accesso collettivo alle risorse delle città e come pratica concreta per cercare di reinventare i tempi e gli spazi di vita, in sintonia con i bisogni delle persone che nelle aree urbane abitano, lavorano, si incontrano, tessono relazioni.

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