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American Primeval

Dell’omicidio di Charlie Kirk e del suo presunto esecutore Tyler Robinson si sta parlando ampiamente.

Premettiamo che non proviamo alcun cordoglio per Charlie Kirk, la sua propaganda contro gli oppressi ha contribuito a distruggere molte vite innocenti e ha favorito e sostenuto deportazioni, violenze ed omicidi polizieschi, l’odio verso la comunità LGBTQ+. Il cordoglio bipartisan nei suoi confronti è solo l’ennesima manifestazione del fatto che alcune vite valgono più di altre in questo sistema, che le “vittime” sono tali solo quando appartengono al club dei potenti, ma quando sono proletari e proletarie rimangono numeri nelle statistiche. Detto questo ci pare che anche tra i circoli di sinistra il dibattito su quanto avvenuto sia estremamente povero e non riesca a guardare oltre il ripudio o l’elogio del gesto. Abbiamo deciso di attendere qualche giorno prima di esprimerci proprio per questo: crediamo che la vicenda meriti uno sguardo più profondo e complesso.

In molti si sono soffermati sull’ironia della sorte che è toccata ad un sostenitore della lobby delle armi ucciso con un fucile di precisione, altri hanno sottolineato il suo ruolo nella rielezione di Trump, alcuni sostengono che si tratti di un’operazione false flag per agevolare la repressione della sinistra negli Stati Uniti. Robinson è un agente di Israele ingaggiato per fare fuori Kirk dopo le sue critiche alla pulizia etnica nella Striscia di Gaza? E’ un Groypers, cioè un sostenitore di una fazione di ultra-destra americana ancora più estrema che da tempo ritiene Kirk un traditore?

A sinistra si scandaglia la vita di Robinson per trovare degli indizi atti a dimostrare che il ragazzo appartiene all’album di famiglia del trumpismo, replicando la medesima retorica che Trump ed i suoi hanno messo in campo fin dai primi minuti che hanno seguito l’omicidio. L’obiettivo – pur comprensibile, ma poco utile – è affermare che “la violenza non ci appartiene” o almeno “questo tipo di violenza”. Non è da escludere una specie di trollaggio nei confronti del mondo, né la possibilità che l’FBI guidata da Kash Patel, fedelissimo di Trump, stia cercando ogni appiglio per produrre una montatura. Ma se invece si trattasse proprio di ciò che sembra? Non un militante di estrema sinistra che organizza un attentato, ma un ragazzo di vent’anni che sviluppa un rifiuto verso il suo contesto di riferimento e, non trovando alternative, traduce questo rifiuto in uno degli svariati omicidi simbolici tipici degli Stati Uniti? Da quello che si apprende sulle motivazioni di Robinson serve porsi qualche domanda in più. Prendere atto di questa possibilità ci costringerebbe a guardare l’abisso sociale in cui siamo gettati e capire quali sono i compiti storici che abbiamo davanti per uscirne.

Cos’è MAGA?

Da quanto si apprende dalle ricostruzioni dei media, Tyler Robinson non appartiene ad un’organizzazione della sinistra radicale statunitense. Viene da una famiglia conservatrice dello Utah, lo stato più religiosamente omogeneo dell’unione, dove domina il mormonismo. Una religione di derivazione cristiana fondata nel 1830 negli Stati Uniti ed intimamente connessa al mito della frontiera. Questa fase storica del mormonismo è raccontata in maniera piuttosto accurata nella serie di Netflix American Primeval, che si rifà a fatti storici realmente accaduti: il massacro di Mountain Meadows che ebbe luogo durante la Guerra dello Utah, un conflitto che alcuni studiosi definiscono la prima guerra civile della nazione americana.

Lo Utah è uno stato tradizionalmente conservatore in cui politica e religione sono strettamente connesse: sono quasi sempre i membri della chiesa ad occupare posizioni politiche di rilievo a livello nazionale e federale. Negli ultimi anni si è parlato spesso di un raffreddamento del rapporto tra La Chiesa di Gesù Cristo dei Santi degli Ultimi Giorni (i mormoni) ed i repubblicani ormai egemonizzati dal trumpismo. Nonostante ciò alle ultime elezioni Trump ha vinto con il 59% contro il 39% di Kamala Harris, all’incirca lo stesso risultato delle presidenziali del 2020 contro Biden.

Il padre di Tyler Robinson, che lo ha denunciato alle autorità, è un veterano del Washington County Sheriff’s Department ed in rete circolano molte foto della famiglia in posa con fucili d’assalto ed armi pesanti. I parenti hanno fatto sapere ai media che Tyler Robinson negli ultimi tempi era diventato politicamente attivo e critico nei confronti della destra statunitense. Non è il primo caso del genere: Thomas Matthew Crooks, il giovane uomo che aveva tentato di uccidere Trump ferendolo ad un’orecchio durante la campagna elettorale, si era registrato come elettore repubblicano, ma in seguito aveva effettuato una donazione ad un comitato elettorale democratico. Anche Crooks aveva confidenza con le armi da fuoco: l’attentato è stato commesso con un fucile AR15 acquistato dal padre e il ragazzo gestiva un canale youtube per appassionati dell’argomento.

Queste informazioni sono state processate da una parte dell’internet left americana come la dimostrazione che gli attentatori appartengono all’album di famiglia del trumpismo. Molti sono i meme, i commenti e le riflessioni che ricamano su questo tema. Di certo c’è una cifra antropologica corrispondente: giovani maschi bianchi, cresciuti in un ambiente tendenzialmente conservatore, senza precedenti violenti che pianificano attacchi in solitaria. Ma il fatto che questi attentati, in passato generalmente condotti da estremisti di destra o comunque persone provenienti da quell’humus culturale, stiano assumendo una cornice ideologica diametralmente opposta è un fatto da considerare anche al di fuori della sua matrice antropologica.

Ci chiediamo se può aiutarci nella riflessione un ragionamento su cosa è stato il trumpismo ed il MAGA dentro una determinata fase storica della politica statunitense. Il movimento trumpiano non è stato solo un’operazione ideologica calata dall’alto, ma per lungo tempo ha sintetizzato anche spinte dal basso contraddittorie e a volte opposte cristallizzandole nella cornice del Make America Great Again. Come abbiamo sottolineato spesso in passato il trumpismo non ha rappresentato un blocco storico reazionario effettivo, piuttosto una coalizione di istanze differenti sussunte in un quadro reazionario che parlava un linguaggio anti-elites e contro lo status quo. Ma adesso che il trumpismo, molto più che nella prima presidenza, si sta facendo Stato, le contraddizioni all’interno del MAGA si fanno più esplicite ed evidenti. I malumori all’interno della base elettorale trumpiana si sono moltiplicati esponenzialmente in questi mesi: dal Medicare, al genocidio in Palestina, agli Epstein Files, fino ad arrivare al coinvolgimento di Trump con i magnati della finanza e dell’high tech sono molti gli scontenti in quella parte del MAGA con delle istanze confuse di cambiamento.

Quindi cos’è MAGA? Il Make America Great Again di Trump e del suo establishment coincide sempre di meno con il Make America Great Again di questa parte di elettorato che nel voto al tycoon aveva riposto l’aspettativa di un minore impegno nelle guerre, di un miglioramento della situazione economica o anche solo per dire un bel vaffanculo ai liberali. A notificare questo scontento sono anche i sondaggi: la popolarità di Trump è al minimo storico anche se i democratici dalla sconfitta di Kamala Harris sono praticamente inesistenti sul piano della battaglia politica.

Quello di Tyler Robinson, da ciò che si apprende dai media, potrebbe sembrare una sorta di antifascismo fatto in casa maturato su internet e nel confronto con i suoi coetanei, magari in rottura con la famiglia di appartenenza, non lo sappiamo. Ciò che sappiamo però è che la sua “presa di coscienza”, se così si può chiamare, non è passata attraverso delle forme di attivismo o militanza politica, ma è maturata nella ricerca del gesto esemplare. Ciò apre il passo ad un’altra domanda: come mai?

Banditi “a-sociali”?

Nel suo libro “I Banditi” Eric Hobsbawm sostiene che fenomeni come il brigantaggio in Italia, i cangaceiros in Brasile e in generale le forme di banditismo sociale sono inquadrabili all’interno di una determinata fase dello sviluppo capitalistico in via di maturazione in cui il proletariato non ha ancora le capacità e la forza di organizzarsi come classe. Tra di esso dunque emergono queste piccole bande che si pongono in rottura con la società e che incontrano un grande consenso sociale tra gli oppressi. L’esito di queste emersioni è invariabilmente “riformista” sostiene Hobsbawm: i banditi senza la mobilitazione delle masse proletarie organizzate vengono piegati dallo Stato e condotti alla morte, la prigione oppure mediano le loro posizioni di rottura iniziali.

E’ evidente che siamo in un’epoca storica totalmente differente, il capitalismo è andato oltre il suo stato di maturazione e sta marcendo tentando di portare il pianeta con sé, eppure questa interpretazione di Hobsbawm del banditismo sociale risuona per alcuni versi con la realtà di oggi. Le capacità di organizzazione della classe, a volte addirittura il solo riconoscersi come classe, sono estremamente rarefatte. Le istanze proletarie molto spesso, alla luce di questa debolezza, si affidano alla delega nei confronti di formazioni politiche neopopuliste ed interclassiste per portare avanti le proprie rivendicazioni. Non esistono opzioni di massa genuinamente anticapitaliste radicate e credibili, se non di portata locale e territoriale.

La differenza fondamentale è che il banditismo sociale maturava in un contesto allargato, principalmente quello della civiltà contadina in disfacimento o dei quartieri di operai migranti, in cui se non esisteva l’organizzazione proletaria volta alla conquista di migliori condizioni di vita, era presente una serie di relazioni sociali che, per semplicità, possiamo definire pre-capitalistiche e che formavano una rete di supporto materiale (i famosi manutengoli del brigantaggio ad esempio) ed un orizzonte di valori comuni differenti da quelli imposti. Anche per questo i banditi non erano mai individui soli contro il mondo, vendicatori solitari, ma si riunivano in banda e avevano alle spalle un territorio in larga parte disponibile a supportarli. Oggi dentro l’iperframmentazione della società statunitense, dentro la vittoria dell’ideologia individualistica, queste reti sono molto blande o, in determinati luoghi, non esistono più.

Dunque può capitare che un ragazzo giovane maturi un forte rifiuto verso il suo contesto di riferimento, ma invece di avere delle persone di fianco con cui organizzarsi, progetti in solitaria nella sua stanza un modo eclatante per testimoniare il suo rifiuto.

Potremmo definirli banditi a-sociali. Non anti-sociali dato che le armi non le hanno rivolte contro le proprie comunità di riferimento o i propri pari, ma a-sociali, nel senso dell’assenza di poter socializzare con altri il proprio rifiuto.

Gli Stati Uniti non sono nuovi a figure del genere, si può citare Ted Kaczynski, noto come Unabomber, dai cui scritti pare, secondo quanto riportato dai media, abbia tratto ispirazione Luigi Mangione. E’ utile ricordarci trattando questa ipotesi, che i parametri destra-sinistra, e i supposti sistemi morali collegati, sono ormai poco utili per descrivere le soggettività proletarie, soprattutto negli Stati Uniti. Istanze fra loro contraddittorie si mescolano spesso.

Sull’orlo della guerra civile?

Una qualche sorta di guerra civile a bassa intensità è già in corso da tempo negli Stati Uniti. Se ne potrebbe fare una conta dei morti e feriti agevolmente e ci sono pochi dubbi su qual è la parte che al momento sta perdendo. Ma la Guerra Civile, quella con le maiuscole, è un feticcio dell’ultradestra statunitense, che la presenta come l’esito inevitabile di uno scontro con una sinistra che, se non è moribonda come nel Vecchio continente, sicuramente non sta vivendo uno dei suoi periodi storici di massimo splendore.

Quello della guerra civile è un dispositivo retorico potente che, a differenza di quello che pensa qualche anima pia, serve a giustificare la guerra preventiva contro gli oppressi e gli sfruttati e non a riportare il dibattito politico su posizioni più pacate. In mezzo mondo i leaders della destra ed i media si stanno scatenando su questa vicenda non per il rischio concreto che il gesto venga emulato fuori dagli USA, ma perché in tal modo hanno una finestra di possibilità per un ulteriore disciplinamento delle masse. D’altronde il “pericolo rosso” si accompagna ad ogni crisi negli USA. L’omicidio di Kirk ha poi dato adito ad un tentativo di spostare l’attenzione da quello che succede a Gaza, al ruolo dell’ultra-destra internazionale nel sostegno del genocidio in corso. La forma di violenza più brutale, sistemica e barbara del presente in cui i governi occidentali sono sostanzialmente complici. Forse a spaventarli è proprio l’eventualità che si rafforzi un movimento internazionalista globale in sostegno al popolo palestinese che li costringa a fare i conti con le proprie responsabilità.

Nonostante ciò è innegabile che alle condizioni attuali se gli Stati Uniti di Trump non riusciranno a dislocare esternamente le contraddizioni e a strutturare un nuovo compromesso sociale interno la possibilità che l’intensità dello scontro si approfondisca, in un quadro sempre più caotico e trasversale, non è da escludere.

Non abbiamo tutte le carte per comprendere fino in fondo quello che è successo: se e quando Robinson deciderà di spiegare le sue motivazioni forse il quadro sarà più chiaro. Lo ripetiamo, nulla è da escludere per il momento. Ma se lo scenario rimarrà quello delineato in queste ore, ci saranno diverse riflessioni da fare. Non tanto perché quello che è successo giustificherà altra repressione: la repressione ci sarebbe stata comunque, magari con un’altra scusa. E neppure perché “la sinistra” dovrebbe possedere un qualche tipo di superiorità morale innata che viene sporcata da questo tipo di azioni. Ma perché un ragazzo di vent’anni, in una condizione di vita che non ha nulla a che fare con il regime di occupazione della Palestina, decide di immolarsi come un vendicatore solitario. Questo significa probabilmente che non ha davanti, o non vede, altre opzioni a disposizione per costruire una trasformazione dello stato di cose presenti. Chi dovrebbe offrirle queste opzioni?

Quella “sinistra” altera che ha rifiutato di contendere al trumpismo quella parte di proletariato che ha contribuito alle fortune del MAGA, nascondendo la propria incapacità dietro accuse di ignoranza e complottismo?

No di certo, è un compito storico al momento inevaso. Un compito difficile, ma imprescindibile per cambiare realmente qualcosa. Organizzarsi. Non solo come collettivi, come militanti, ma ambire a favorire l’organizzazione di classe, di massa.

Dopo “I banditi” Hobsbawm ha scritto altri due libretti: “I ribelli” ed “I rivoluzionari”. La storia, lo sappiamo bene, non si ripete sempre uguale, ma nel magma iper-proletario della contemporaneità capitalista occidentale stanno maturando le condizioni, la domanda, di delle forme di organizzazione all’altezza del presente. Non è detto che questo processo arrivi a compimento, ma vale la pena impegnarsi per contribuire alla loro realizzazione. Non ci sono molte altre alternative.

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