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Il fumo di Gaza oscura le fiamme della Cisgiordania: il Progetto Coloniale reso permanente

Mentre gli occhi internazionali sono puntati su Gaza, Tel Aviv sta portando avanti la sua più aggressiva campagna di Pulizia Etnica e furto di terre nella Cisgiordania Occupata dal 1948.

The Cradle – 5 dicembre 2025

Fonte: https://thecradle.co/articles-id/34688

La mattina del 7 ottobre 2023, mentre il mondo si preparava alle conseguenze dell’Operazione Onda di Al-Aqsa, un altro fronte di guerra si è aperto silenziosamente. Non con attacchi aerei o artiglieria, ma con bulldozer, leggi e milizie di coloni.

Mentre le bombe polverizzavano Gaza, la Cisgiordania Occupata si è incendiata di un fuoco diverso: quello dell’espulsione sistematica, dell’espropriazione violenta e dell’annessione legale.

LO STATO DEI COLONI AVANZA

Questa guerra non illumina i titoli dei giornali o non fa tendenza sui social media, a meno che non si seguano questi sviluppi. Ma le sue conseguenze potrebbero rivelarsi ancora più durature. Sotto la copertura della devastazione di Gaza, Israele ha accelerato una campagna pianificata da tempo per smembrare con la forza la Cisgiordania Occupata, distruggere la vita agricola palestinese e Cancellare ogni prospettiva di uno Stato Palestinese Sovrano.

I suoi strumenti sono sia brutali che burocratici e includono coloni armati, furto d’acqua, decreti archeologici, strangolamento economico e la neutralizzazione politica di ciò che resta dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP).

LA VIOLENZA DEI COLONI DIVENTA DOTTRINA DI STATO

Gli attacchi dei coloni contro i palestinesi non sono più casuali o arbitrari. Un tempo attribuiti a fazioni marginali come la “Gioventù delle Colline”, questa violenza si è trasformata, dal 7 ottobre, in un’estensione paramilitare semi-ufficiale dello Stato israeliano. Gruppi armati di coloni ora operano in pieno coordinamento con l’Esercito di Occupazione, agendo come esecutori di una politica di sfollamento forzato.

Nelle Aree B e C della Cisgiordania Occupata, contadini e abitanti dei villaggi palestinesi sono stati braccati da queste milizie che irrompono nelle case, distruggono pannelli solari, avvelenano cisterne d’acqua e incendiano i raccolti, non solo per intimidire, ma anche per ferire, uccidere e cacciare le persone dalle loro terre.

Questi attacchi riflettono un cambiamento strategico. Secondo l’Ufficio delle Nazioni Unite per il Coordinamento degli Affari Umanitari (UN.OCHA), solo nel mese di ottobre sono stati registrati oltre 260 attacchi da parte dei coloni, il numero più alto dal 2006. Questi attacchi, in media otto al giorno, sono sistematici e prendono di mira in modo sproporzionato i contadini durante la stagione del raccolto e le comunità di pastori nelle aree remote.

La vera arma, tuttavia, è l’impunità. I ​​coloni ora agiscono con piena fiducia che lo Stato li proteggerà, non li perseguiterà. In un caso, i coloni hanno incendiato una moschea a Deir Istiya e ne hanno scritto sui muri un messaggio di sfida: “Non abbiamo paura di Avi Bluth”, riferendosi al capo del Comando Centrale dell’esercito israeliano. Sostenuti da ministri estremisti come Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, si sentono, e agiscono, come i veri sovrani del territorio.

L’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din riferisce che, anche prima della guerra, il 94% dei casi di violenza dei coloni si concludeva senza incriminazione. Dall’inizio della guerra, persino l’apparenza di un processo legale è svanita.

CRIMINALIZZARE GLI ULIVI

Nella Cisgiordania Occupata, la guerra di Israele si estende fino alle radici, letteralmente. L’ulivo, linfa vitale della società e dell’economia rurale palestinese, è ora un bersaglio in prima linea. Tel Aviv ha trasformato in un’arma il controllo delle risorse e le leggi ambientali per smantellare l’agricoltura palestinese e separare la popolazione dalla propria terra.

Secondo Amnesty International, gli agricoltori palestinesi sono sottoposti a un Regime di Dominio che limita fortemente l’accesso a risorse vitali. Israele controlla l’85% dell’acqua della Cisgiordania Occupata e vieta lo scavo di pozzi, costringendo molti a fare affidamento sull’agricoltura tradizionale pluviale, una pratica resa instabile dal cambiamento climatico e dal furto delle falde acquifere a beneficio delle vicine e rigogliose colonie di coloni.

Questa guerra all’agricoltura è condotta anche attraverso legalità kafkiane. Israele ha criminalizzato la raccolta di piante autoctone palestinesi come timo, akkoub e salvia, citando leggi sulla “protezione della natura”. Mentre i bulldozer sradicano migliaia di dunam di flora selvatica per espandere gli insediamenti, i palestinesi che raccolgono l’akkoub per un pasto in famiglia vengono multati e incarcerati. Gli esperti sostengono che questo fa parte di una campagna più ampia per separare i palestinesi dalla loro terra, arrivando persino a controllare cosa mangiano e come vivono.

Nel frattempo, i coloni lanciano attacchi diretti alle colture, impediscono agli agricoltori palestinesi di accedere a centinaia di ettari di uliveti e paralizzano l’economia locale. Quando i palestinesi resistono, vengono accusati di terrorismo. L’obiettivo è rendere la permanenza sulla terra troppo pericolosa, troppo costosa e, in definitiva, impossibile.

ANNESSIONE “STRISCIANTE” O APERTA?

Accanto alla violenza, Israele sta promuovendo una campagna più silenziosa, forse più pericolosa: l’assorbimento legale della Cisgiordania Occupata nello Stato dei coloni. Questa annessione strisciante non si basa su dichiarazioni o cerimonie. Opera attraverso leggi di zonizzazione, governo civile e archeologia strategica.

Una delle manifestazioni più allarmanti di questo cambiamento è la trasformazione dell’archeologia in un’arma. Il governo israeliano cerca di porre la Cisgiordania Occupata sotto l’autorità della sua “Autorità Israeliana per le Antichità”, sottraendo la giurisdizione all’amministrazione militare e affidandola a un ente civile, un’annessione di fatto.

Con il pretesto di preservare il “patrimonio biblico”, vaste aree vengono dichiarate “siti archeologici” o “parchi nazionali”, creando una narrazione esclusivamente ebraica che impedisce automaticamente ai palestinesi di costruire o coltivare su queste terre.

Questa fabbricazione storica Cancella il Passato multiforme della Regione a favore di un singolare mito ebraico concepito per giustificare la Colonizzazione.

Sostituendo il Regime Militare con il Diritto Civile, Israele sta riclassificando la Cisgiordania Occupata non come Territorio Occupato, ma come estensione sovrana. I confini tra Tel Aviv e Tulkarem si confondono e l’Apartheid diventa formalizzato.

SMANTELLARE IL CENTRO POLITICO

Mentre i bulldozer dissodano i campi e le leggi soffocano i villaggi, Tel Aviv sta anche riprogettando la vita politica palestinese. L’obiettivo non è smantellare del tutto l’Autorità Nazionale Palestinese collaborativa, essa svolge ancora una funzione amministrativa e di sicurezza nell’Area A, ma ridurla a un subappaltatore municipale neutralizzato.

Israele sta completamente aggirando l’Autorità Nazionale Palestinese, instaurando relazioni dirette con i capi tribali, i consigli di villaggio e i mediatori di potere locali. Questa è una classica politica coloniale che divide la comunità politica nativa, eleva i collaboratori locali ed elimina la possibilità di una dirigenza nazionale unificata.

Questo mira a frantumare la coesione palestinese e a trasformare la Causa da una Lotta di Liberazione Nazionale a casi umanitari isolati, villaggi come Hebron, Nablus e Jenin presentati come comunità isolate e bisognose di beneficenza.

Parallelamente, Tel Aviv sta soffocando finanziariamente l’Autorità Nazionale Palestinese, sottraendole le entrate fiscali, come consentito dagli Accordi di Oslo. Mentre l’”Autorità” collassa in una disfunzione, il caos che ne deriva viene utilizzato per giustificare un ulteriore controllo israeliano.

LA NUOVA NAKBA

La somma di questi elementi, milizie di coloni, agricoltura devastata, accaparramento illegale di terre e frammentazione politica, è una campagna di sfollamento forzato senza carri armati. In breve, è una Nakba (Catastrofe) silenziosa.

Un rapporto dell’organizzazione israeliana per i diritti umani B’Tselem conferma che la sola violenza dei coloni ha costretto allo sfollamento 44 comunità di pastori palestinesi dall’inizio della guerra. Come spiega Yair Dvir dell’organizzazione: “Quando si guarda a ciò che sta accadendo, si nota un intero sistema in atto. Non si tratta solo di coloni ribelli. Sono sostenuti dall’istitutivo israeliano. L’obiettivo è chiaro: lo sfollamento forzato dei palestinesi”.

Mentre la distruzione di Gaza cattura le telecamere, la Cisgiordania Occupata viene metodicamente svuotata dalla paura, dalla povertà e dalla sete. L’obiettivo strategico di Israele è quello di eliminare il quadro dei Due Stati e consacrare una realtà di un unico Stato in cui pieni diritti siano riservati agli ebrei, mentre i palestinesi siano confinati in enclave separate, privati ​​della sovranità e infine spinti verso la riva orientale del fiume Giordano.

Parlare di un “giorno dopo” a Gaza senza fare i conti con ciò che si sta cementando sulle colline della Cisgiordania Occupata significa perdere di vista il cuore del progetto. Gli aerei da guerra possono anche tacere, ma la Macchina della Colonizzazione, le recinzioni, i permessi, le leggi, le strade e le armi, continua a macinare. È qui, nel silenzio, che la Cancellazione si completa. Un futuro in cui il ritorno è negato, la giustizia messa al bando e la storia riasfaltata di cemento e mito.

Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto, da InvictaPalestina

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pubblicato il in Conflitti Globalidi redazioneTag correlati:

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