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Competizione USA-Cina e impatti sul mercato dell’energia

Chi guadagna dal blocco dello Stretto di Hormuz? ENI, ad esempio. Si parla di dividendi straordinari per la società di Descalzi da quando il petrolio è stabile sui 90 dollari, con oscillazioni che vanno sino a oltre i 100.

Il numero uno di Eni l’ha annunciato ai suoi azionisti e già solo per le sue parole il titolo ha visto un rialzo in borsa. Ecco il meccanismo svelato: finanziarizzazione selvaggia del mercato energetico e dunque gravi conseguenze sulle tasche dei contribuenti e guadagni stellari per i grandi monopoli energetici a livello globale. 

Il governo italiano vara il decreto che dovrebbe fare abbassare i prezzi del carburante fino al 7 aprile: una misura con chiaro scopo elettorale e senza alcun aggancio con la realtà, i benzinai nel caos mantengono prezzi che sfiorano il 2 euro al litro (solo il 20% dei distributori ha applicato lo sconto) e il governo pensa a nuovi provvedimenti da varare ma il problema è che mancano i soldi. Il decreto è stato finanziato tagliando a trasporti e sanità. Il costo del decreto ammonta a 549 milioni ma addirittura l’ex dirigente di Eni sostiene che sia una misura fuffa e che per intervenire seriamente occorrerebbero 7 miliardi.

La preoccupazione di Giorgia però, oltre al voto della settimana prossima, è accodarsi ai 7 vassalli europei di Usa e Israele per farsi cuscinetto per il passaggio da Hormuz. Arrivano poi le dovute precisazioni dopo le dichiarazioni di ieri a conclusione del Consiglio Europeo che sottolineano un impegno soltanto dopo la “tregua”, ma intanto passo dopo passo l’Italia scivola nello scenario della guerra guerreggiata. 

Di seguito riportiamo la trascrizione e l’audio di un’intervista realizzata da Radio Blackout a Dario di Conzo, docente a contratto all’Università Orientale di Napoli, dove insegna riforme economiche della Cina contemporanea, sul tema energetico, speculazione e gestione dei mercati globali. 

Una lettura che circola rispetto alla guerra all’Iran da parte degli Stati Uniti è che sia stata un tentativo di attaccare di fatto la Cina, per colpire quindi i suoi principali rifornimenti di petrolio prima il Venezuela, poi l’Iran, ma anche il suo sbocco per la nuova via della Seta. Qual è la situazione effettiva dei rifornimenti energetici cinesi?

Quello che sta succedendo in Iran va necessariamente letto su su due livelli. Da un lato c’è una dinamica regionale che è autonoma rispetto al confronto Stati Uniti e Cina che è legata agli equilibri mediorientali e diciamo anche alla proiezione esterna di Israele in questo rinnovato progetto di costruzione di una grande Israele con tutto quello che ha comportato e sta comportando in Palestina o nel sud del Libano e nonché anche il sud della Siria e poi le operazioni che avvengono in Iran. E poi dall’altro un piano generale che è sempre valido oggi nell’osservare la politica estera statunitense: ossia lo scontro di fondo, la competizione nei confronti della Repubblica Popolare Popolare Cinese. Per quella che è la mia interpretazione questo secondo livello di scontro con la Cina rimane sullo sfondo rispetto al teatro attuale in Iran e la dimensione regionale e il crescente bellicismo di Israele siano appunto il fattore preminente di quanto stiamo osservando.

Di base c’è un consenso nella politica americana, sia democratici che repubblicani, nonché il complesso militare industriale che oggi è più opportuno chiamare complesso militare digitale, rispetto alla Grand Strategy americana, ossia il contenimento dell’ascesa cinese in quanto viene visto come l’unico attore a livello internazionale in grado prospetticamente di minacciare l’egemonia statunitense nell’ordine globale per motivi economici, di capacità di sviluppo endogeno della tecnologia, nonché sul quantitativo di forze militari e trasformazione dell’ascesa economica in proiezione militare, soprattutto per quanto riguarda la dimensione aeronautica e nautica.

Il problema è che oggi come oggi paradossalmente tra Stati Uniti e Israele l’egemone sembra essere Israele, per egemone intendo la capacità di Israele di far percepire agli Stati Uniti i suoi propri interessi particolari in Medio Oriente come gli interessi preminenti anche degli Stati Uniti, motivo per cui ancora una volta gli Stati Uniti si ritrovano a investire tempo, energia e risorse in quella che credo anche giustamente viene chiamata terza guerra del Golfo. Si tratta della terza in 35 anni, alla quale aggiungiamo il lunghissimo conflitto in Afghanistan e mi dimenticherei sicuramente dei teatri bellici del XX secolo in quella parte del mondo e in Nord Africa se dovessi elencarli tutti. Questo fa sì che gli Stati Uniti continuano a concentrarsi di più sul Medio Oriente per essere più corretti rispetto a investire nel contenimento della Cina. Insomma, quando parliamo di investimento non è solo distrazione, di risorse militari da quelle che sono le basi americane nell’Asia Orientale e, più in generale nell’area pacifica, in favore del trasferimento delle porte aerei. Il tema credo sia anche politico simbolico per tutti quegli attori, per quelle piccole o medie potenze regionali, che ci sono in Asia, che sono per motivi molto diversi storicamente più vicine agli Stati Uniti che alla Cina, che è anche il grande paese che costruì in passato la sua sinosfera e la sua capacità di essere attore preminente nelle relazioni internazionali dell’Asia, parliamo delle Filippine, la Corea del Sud, il Giappone, in parte anche Australia, Indonesia, Thailandia, per certi aspetti il Vietnam e soprattutto Taiwan. Ormai anche a sproposito tutto quello che succede viene riportato rispetto al progetto cinese, che è chiaramente reale, di riprendere Taiwan, però in qualche modo è oggi utilizzato molto come il prezzemolo

Quanto descritto, quindi una sorta di schizofrenia tra Grand Strategy americana, sulla quale mi sembra ci sia un consenso condiviso, e quella che poi è la praticità, la realtà delle iniziative americane, è qualcosa che credo faccia piacere a Pechino: nonostante la Cina abbia abbandonato il principio di “nascondere i propri talenti e coltivare se stessi”, cioè quindi una postura internazionale umile e senza farsi troppo notare e in favore di una maggiore assertività internazionale, durante gli ultimi tre mandati dell’amministrazione Xi Jin Ping. Allo stesso tempo io credo che Pechino sia contenta di vedere che gli Stati Uniti, invece che investire nella reindustrializzazione interna, nella capacità competitiva in termini tecnologici, industriali, continuino a spendere una quota sempre più alta di PIL e tantissime risorse in termini aggregati, cioè siamo arrivati a 1000 miliardi di dollari di spese militari annuali per gli Stati Uniti. La Cina è circa molto meno di un terzo, credo si aggiri intorno ai 150 miliardi di dollari di spese militari. Io credo che alla Cina faccia piacere vedere questo investimento non indirizzato direttamente nel continente che più li riguarda. 

Allo stesso tempo la guerra in Iran può rappresentare, e in parte già rappresenta, sempre di più un problema per per la Repubblica Popolare. Le due variabili sono il tempo di durata del conflitto e, chiaramente, l’esito. L’Iran e lo Stretto di Hormuz sono dei luoghi molto rilevanti per l’offerta energetica globale. Il 20% di gas e petrolio del mondo passa di lì. Per quanto riguarda la Cina quasi il 50% del suo rifornimento viene e passa dallo stretto di Hormuz e quindi è chiaro che nel medio lungo periodo il protrarsi di questa situazione potrebbe rivelarsi un problema. Tuttavia la relazione tra Cina e Iran è asimmetrica: sono due attori che nel sistema internazionale odierno hanno un interesse convergente, seppur con intensità e storie completamente diverse, che è quello di superare l’unipolarismo americano con tutto quello che comporta. Tuttavia l’Iran per la Cina rappresenta il 13-14% delle importazioni totali tra gas e petrolio che non è una cifra bassa, però in qualche modo non è l’unico fornitore. A differenza di quanto è avvenuto in Venezuela dove c’era una condanna netta nell’identificare gli Stati Uniti come cattivi e il Venezuela come come buoni e Maduro come una vittima di un rapimento e di un atto contro il diritto internazionale, oggi in quanto sta succedendo nel Golfo Persico tra Iran, Israele e Stati Uniti con il coinvolgimento di tutti gli attori dell’Arabia Saudita, Emirati Arabia Uniti, Oman, Qatar, porta a una doppia condanna: si condanna sia l’Iran, sia si condanna chiaramente quanto stanno facendo Israele e Stati Uniti.  Questo penso avvenga perchè l’Iran a sua volta fa una guerra asimmetrica dichiarando di fatto guerra all’economia mondo, con la chiusura dello Stretto e con la chiusura di aeroporti internazionali come Dubai, Doha, Abu Dhabi, che persone comuni come noi frequentano poco, però sono dei segnali di inversione di quella di quella tendenza del mondo piatto, liscio e a cui noi siamo sempre di più abituati. Stanno mettendo sotto scacco l’economia globale, o diciamo oltre la rilevanza di quell’area del mondo, danneggiano la Cina, ma attenzione, danneggiano molto anche noi in Europa. Il conflitto si sta espandendo, lambendo Cipro, arrivando in Oman, non si può ignorare ciò che accade tra Afghanistan e Pakistan, per cui il teatro bellico nel mondo  inizia a essere una fetta molto ampia proprio in termini geografici e si sta creando un effetto domino molto pericoloso, non solo in termini generali per la guerra e per i suoi riverberi nell’ordine economico. Chiaramente se questa guerra all’economia globale si protrae per troppo tempo per la Cina diventa un problema perché a mio avviso la Cina è l’attore che nell’attuale ordine economico del XX secolo, dal suo ingresso nel WTO, ha avuto la capacità di guadagnarne di più. Ed è questo stesso il motivo per cui gli Stati Uniti, con le buone o con le cattive, stanno provando a riformare quest’ordine con una serie infinita di iniziative che non riguardano solo l’ultima amministrazione Trump. 

L’altro punto che sollevavo, ossia che l’esito conta, per quanto ad oggi non sia possibile fare previsioni al nostro livello ma è ovvio che se Israele e Stati Uniti sostituissero la Repubblica Islamica con un regime, con un ordine democratico o meno che sia, che subordina l’Iran a all’economia mondo guidata dagli Stati Uniti quello per la Cina sarebbe un problema perché significa eliminare un partner, un impegno agli Stati Uniti, un fornitore di energia, in ogni caso al momento questo scenario non sembra molto probabile. Detto questo la Cina ha la capacità di commerciare con attori che sono molto fedeli agli Stati Uniti,  per cui questa prospettiva probabilmente non escluderebbe completamente dei legami economici tra Cina e Iran in uno stato di regime change. Chiaramente li riformerebbe a maggior vantaggio dell’Iran rispetto a quello che avviene oggi, praticamente la Cina è l’unico compratore di gas e petrolio dall’Iran, cioè circa l’80%, detto questo sono variabili che poi nel tempo potrebbero modificare anche la postura di Pechino, credo però concordiamo tutti, è stata molto moderata.

Come si spiega la capacità della Cina di reggere a questo colpo, in quanto al momento sembra in grado di limitare l’impatto dell’attacco degli Stati Uniti all’Iran sui suoi settori interni, energetici e di approvvigionamento. E quali differenze di gestione e pianificazione del settore energetico tra Cina e dimensione “occidentale”, per non parlare dell’Europa.. 

Un elemento che io trovo interessante del modello di sviluppo economico cinese è il fatto che la Cina di tutti i settori che ha liberalizzato non ha mai liberalizzato la strategicità e la centralità del settore energetico, che va dalle rinnovabili fino all’ampio utilizzo del carbone. Quindi tutto il settore energetico è dominato dalla filiera statale, da imprese di stato per quanto riguarda la firma dei contratti di esportazione la raffinazione, la distribuzione e quindi la costruzione del prezzo dell’energia, del gas e del petrolio in Cina è in qualche modo governato da un misto tra leggi di mercato – perché in parte chiaramente governano l’acquisto di queste fonti energetiche e non. Ricordiamo che la Cina è il primo compratore al mondo di di energia e allo stesso tempo però non ha mai ceduto al settore privato o tanto peggio finanziarizzato il settore energetico, per cui in qualche modo questi shock la danneggiano, ma a differenza nostra credo abbia maggiori elementi per temperare gli aspetti più negativi o scioccanti delle crisi energetiche. 

Mentre da noi, e ciò mi rende attonito, c’è un regime di finanziarizzazione dell’energia che fa sì che fondamentalmente qualsiasi shock esterno crei grandissimi margini di profitto per la borsa di Amsterdam in particolare, e per tutti gli operatori che ne fanno parte, per cui c’è quasi una struttura di incentivi interna al nostro sistema che predilige l’avvento di shock perché permette a chi detiene la proprietà dell’energia finanziarizzata di speculare e guadagnare di più e fare i famosi “extra profitti”, che appunto è una brutta parola “extra” a mio avviso perché non è nient’altro che una dinamica normalissima, anzi costruita. Quindi noi il giorno dopo che scoppia la guerra in Iran ci ritroviamo a pagare di più la benzina, quella stessa benzina che il nostro sistema complessivo ha acquistato mesi fa e ad altri pezzi ma su di essa c’è una proiezione degli shock energetici nel nostro mercato in media tutta speculare perché il prezzo su questi mercati finanziari non è fatto dalla domanda e dall’offerta reale, quindi dalla chiusura o meno dello stretto di Hormuz, ma è fatto sull’aspettativa futura del prezzo e i cosiddetti futures finanziari. Questi applicati all’energia che, a mio avviso, dovrebbe essere un bene comune, crea delle situazioni di mercato che innanzitutto non sono di mercato, ma sono di mera mera speculazione finanziaria, e che paghiamo tutti noi. 

Tutti non intendo solo quel 10% di persone che sono in condizione di povertà in Italia e un altro 20% tra cui molti di noi che è prossimo a una situazione di povertà in termini reddituali che ovviamente dovendo riscaldare la casa, utilizzare l’energia o fare il pieno della macchina per andare al lavoro quindi tutte spese che in qualche modo alieniamo da altro o non abbiamo più risparmi, ma è un danno anche per tutto il nostro settore industriale, col quale io empatizzo relativamente, però ciò implica che continui a perdere competitività negli ultimi anni a favore di altri modelli di sviluppo economico, tra cui la Cina, che invece continua a avere dei prezzi mediani dell’energia molto più bassi. 

Quindi il fatto che non vi sia più la possibilità contingente di acquistare gas e petrolio che passano dallo Stretto associato a quanto sta avvendendo dall’inizio della guerra tra Russia e Ucraina, che adesso non è più spettacolarizzato come prima, che ci ha portato a distanziare la Russia smettendo di comprare risorse energetiche, fa sì che noi sperimentiamo ormai da 4-5 anni una costante crisi energetica che è un dramma collettivo, quasi mi verrebbe da dire interclasse, per tutto il sistema Italia. 

La nostra classe politica l’unica cosa che può fare è scontare il costo delle accise, cioè togliere una parte delle tasse che noi paghiamo come consumatori tramite l’aumento del prelievo fiscale e lo restituisce ai consumatori attraverso il taglio dell’accise, un qualcosa di necessario ma che il governo ha fatto nell’ordine dei 25 centesimi e in chiave elettorale, ma che non elimina il problema che spero di aver ben descritto a monte e questa è anche una frattura tra il modello cinese e il nostro capitalismo selvaggio, però il dominio del settore energetico è qualcosa che nel caos odierno secondo me fornisce loro un vantaggio importante. 

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