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Autonomia energetica, sicurezza energetica: tutte favole


In questi giorni Meloni è volata in Algeria per definire nuovi accordi nuovi con Tebboune per aumentare l’importazione di gas dopo lo stop di gnl dal Qatar. Migliaia di marines arrivano boots on the ground nel Golfo mentre Trump si inventa fantomatiche trattative, anche le dichiarazioni manipolano il mercato energetico. Il petrolio è sopra la soglia critica dei 100 dollari al barile ma rimane in uno stato di congelamento nonostante non vi sia un corrispettivo reale. 

L’aumento dei prezzi dell’energia non è solo una questione di ora ma avrà un effetto a lunga durata che potrà trasformarsi in recessione, come dicono alcuni (qui un’intervista a Alessandro Volpi sul tema). Il problema è il meccanismo speculativo e la finanziarizzazione del mercato energetico. Come viene sottolineato da Roberto Ciccarelli in un articolo dal titolo Gas, prezzi e inflazione. Ora solo il meteo può aiutare Meloni, anche a guerra finita la borsa potrebbe aumentare i tassi di interesse: aumento dei tassi, aumento del debito, il tutto alimentando una bolla in cui la materia prima è inesistente. Un meccanismo simile al 2008 con la crisi dei subprime. Il petrolio non si crea però artificialmente come l’immissione di liquidità, il che causa in primis inflazione ma, potenzialmente, potrebbe rivelarsi come una crisi ben più profonda, addirittura Confindustria si preoccupa per una crisi energetica “mai vista”: i pronostici dicono che se la guerra durerà fino al quarto trimestre il rischio recessione è reale, anche dal punto di vista dei padroni. 

La recessione però è rischiosa anche per la speculazione: al momento vediamo un meccanismo simile a quello del periodo del 2022 quando l’Europa ha dovuto rinunciare al gas russo per iniziare a rifornirsi da quello americano, più costoso ed evidentemente merce di ricatto. Ma questo gioco per quanto funzionerà? Gli Usa intanto forzano la mano, imponendo all’UE di firmare gli accordi congelati a luglio scorso in merito all’approvvigionamento di gnl. O così oppure ulteriori dazi all’Europa. 

Al governo italiano i soldi per lo sconto di 25 cent mancano già adesso, chissà come arriverà fino al 7 aprile data in cui scade il decreto sulle accise. 

Ci sono però anche possibilità interessanti in un quadro buio come questo. Questa crisi potrà influenzare anche il mercato degli investimenti nei data center per l’intelligenza artificiale: forse riusciremo a liberarci di queste macchine? I margini delle big tech si comprimono e gli investimenti rallentano: tutto buono. Alcuni dati ci dicono che negli ultimi 30 giorni Meta ha perso il 10%, Nvidia il 7 e anche Amazon, pur essendo riuscito a contenere i danni, sta soffrendo. Questo accade perché l’infrastruttura digitale e tecnologica necessita di quantità enormi di energia e, nella sbornia generale di abbondanza energetica tanto paventata, una battuta d’arresto come quella che si profila all’orizzonte potrebbe avere effetti anche su questi ambiti in quanto a fronte dell’aumento considerevole dei costi si riduce il margine di guadagno. Il tutto viene aggravato dall’interruzione dei flussi per quanto riguarda componentistica, semiconduttori, elettronica.

Ci sono orecchie per intendere e non si può perdere tempo: l’energia non è una merce ma un bene che deve essere collettivo, un terreno di contesa che va aggredito a partire da chi si trova a pagare questa crisi. Costruire un discorso chiaro rivolto a chi non intende rimanere dipendente dalla inconsistenza di Meloni e a chi rifiuta il vassallaggio con gli Usa. La sovranità energetica va conquistata, a partire dall’opporsi ai progetti imposti sui territori – che siano essi fossili o rinnovabili perché il punto è la speculazione e il profitto. Smascherare la narrazione sulla transizione energetica e sulla necessità del nucleare. Riprendersi i mezzi della produzione significa bloccare e interrompere i flussi. Solidificare le reti esistenti sui territori ma anche tentare di intercettare chi paga ma non vuole pagare, unire la condizione materiale con l’esigenza umana dell’opposizione alla guerra. 

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