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Egitto il voto operaio di Mahalla

REPORTAGE DI GIUSEPPE ACCONCIA*


Il Cairo, 05 gennaio 2011
– Votano gli operai di Mahalla alKubra e puntano sui lavoratori, candidati tra gli indipendenti. Alle tre aprono i cancelli della fabbrica tessile Gazl Masri e 24000 operai, dopo i massicci licenziamenti del 2001, si precipitano nei seggi. E’ la terza fase (l’ultima) delle elezioni parlamentari in Egitto, e l’affluenza al voto è alta nel Delta del Nilo, soprattutto di donne. Manifesti elettorali della Fratellanza musulmana campeggiano nel centro della città cresciuta intorno alle industrie tessili Gazl Masri nella regione di Gharbya. Mahalla ha un’antica storia di lotte operaie. Il movimento «6 aprile» ha iniziato qui le sue campagne a difesa dei lavoratori nel 2008. «La Rivoluzione non è finita» – racconta al manifesto Wedad, operaia di Gazl Masri. «Siamo entrati di nuovo in sciopero a settembre per le pessime condizioni di lavoro, proprio come andavamo sotto la residenza di Mubarak a Qasr el-Qobba ben prima delle rivolte», continua l’operaia. Alla crisi economica legata all’instabilità politica si unisce la cronica crisi dell’industria del cotone, depressa dalla concorrenza cinese. «Voto per Kutla [coalizione di socialisti e liberali, ndr ] perché l’interesse pubblico non sarà mai assicurato dagli islamisti», continua Wedad. La risposta alla politica di liberalizzazione economica, avviata da Anwar al Sadat negli anni ‘70, è cominciata proprio con gli scioperi delle industrie tessili di Helwan e Mahalla. Il punto di non ritorno fu raggiunto con lo sciopero generale del ‘77, la cui repressione causò 79 morti. Già Gamal Abdel Nasser aveva saputo disattivare la classe operaia egiziana integrando i sindacati nel regime, avviando la grande riforma agraria e determinando la nascita di industrie di grandi dimensioni, coesistenti con le piccole imprese precapitalistiche. Mahalla è tornata protagonista delle proteste nel grande sciopero dell’industria tessile «Sigad» del 1985. Hamdi Hussein, attivista del partito socialista, è stato in prigione decine di volte, l’ultima per aver brandito le foto di Mubarak impresse su una bara durante gli scioperi del 1988. «Sostengo gli operai indipendenti candidati e il partito el-Adl», giustizia, ci dice Hamdi. «La Rivoluzione continua [si chiama così la coalizione di sinistra, ndr ] è praticamente assente nelle nostre liste elettorali, per questo voterò soltanto candidati individuali che sostengono i diritti dei lavoratori, come Hosman Zeina», aggiunge Gamal Hassanin, responsabile del Sindacato dei lavoratori. Gli attivisti di El-Adl non hanno trovato un accordo con i comunisti per la stesura di liste elettorali comuni. «Siamo i giovani e gli operai che hanno fatto la Rivoluzione nella piazza Shon di Mahalla», rivendica Abd el Monim, politico di El-Adl. La sinistra egiziana, imbevuta di nazionalismo negli anni di integrazione nel regime di Mubarak, cerca nuovo impulso nel movimento rivoluzionario. E per ora, l’unico segno viene dalle lotte sindacali. «Il principale risultato delle rivolte è che possiamo difendere meglio i diritti dei lavoratori, anche se i militari operano per disattivare la legge sulle libertà sindacali voluta dal ministro del lavoro, Ahmed alBorai», conclude il sindacalista. L’ultima fase delle elezioni parlamentari presenta inoltre l’incognita delle dinamiche tribali nel Sinai. Nel dopo Mubarak, stato e tribù sono in lotta per il controllo del territorio. Secondo la stampa indipendente i beduini, armati spesso di fucili e pistole che arrivano dai tunnel sotterranei della Striscia di Gaza, hanno formato durante le rivolte dei gruppi di autodifesa ancora attivi. Per il voto il valico di Rafa è stato chiuso. Se i beduini, essenziali a garantire la sicurezza dei gasdotti, saranno integrati nella polizia locale, dal canto loro i Fratelli musulmani, per attrarre voti, premono per l’introduzione dei costumi tribali ( urf )nel diritto amministrativo.

*Giornalista residente al Cairo

Questo articolo e’ stato pubblicato il 4 gennaio 2012 dal quotidiano Il Manifesto

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