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Il massacro di Gaza serve a creare un circolo vizioso finalizzato al genocidio dei palestinesi

Una delle pose più odiose e fasulle in merito allo spietato assedio e bombardamento della Striscia è quella di chi, come l’ineffabile Paolo Mieli, si dice contrito per le perdite ma al contempo, asciugandosi lacrime di coccodrillo, si domanda “cos’altro si potrebbe fare?”. Qui c’è un duplice sottinteso: che la distruzione di un intero popolo sia l’unica possibilità, e che tale distruzione, per quanto ripugnante e orrenda, servirà a risolvere la questione.

dal blog di Alessandro Ferretti

La storia e l’attualità ci insegnano che entrambi i sottointesi sono oggettivamente falsi. Un interessante articolo di Robert Pape, docente dell’Università di Chicago che studia gli effetti dei bombardamenti sulla popolazione civile, afferma infatti: “Le punizioni di massa sui civili non hanno convinto i residenti di Gaza a smettere di sostenere Hamas. Al contrario, hanno solo accresciuto il risentimento tra i palestinesi. La campagna non è neanche riuscita a smantellare il gruppo che si afferma di voler colpire. Oltre cinquanta giorni di guerra dimostrano che, se da un lato Israele può demolire Gaza, dall’altro non può distruggere Hamas. In effetti, il gruppo potrebbe essere più forte ora di quanto lo fosse prima.”

Come mai sta succedendo questo? Era prevedibile? Certo che lo era: “Sin dagli albori della potenza aerea, i paesi hanno cercato di sottomettere i nemici a suon di bombe e di distruggere così il morale dei civili. Secondo la teoria, spingendo le popolazioni al punto di rottura, queste si ribelleranno contro i loro governi e. Questa strategia di “punizione coercitiva” raggiunse il suo apogeo nella seconda guerra mondiale. La storia ricorda il bombardamento indiscriminato delle città durante quella guerra semplicemente dai nomi dei luoghi degli obiettivi: Amburgo (40.000 morti), Darmstadt (12.000) e Dresda (25.000).

Ora Gaza può essere aggiunta a questa famigerata lista. Lo stesso Primo Ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha paragonato l’attuale campagna alla lotta degli Alleati nella Seconda Guerra Mondiale. Pur negando che oggi Israele sia impegnato in una punizione collettiva, ha sottolineato che un attacco della Royal Air Force contro il quartier generale della Gestapo a Copenaghen uccise decine di scolari.
Ciò che Netanyahu non ha menzionato è che nessuno degli sforzi degli Alleati per punire i civili in massa ha effettivamente avuto successo. In Germania, la campagna di bombardamenti alleati, iniziata nel 1942, provocò il caos tra i civili, distruggendo un’area urbana dopo l’altra e, infine, un totale di 58 città e paesi tedeschi entro la fine della guerra. Ma non ha mai indebolito il morale dei civili né provocato una rivolta contro Adolf Hitler, nonostante le fiduciose previsioni dei funzionari alleati. In effetti, la campagna non fece altro che incoraggiare i tedeschi a combattere più duramente per paura di una pace draconiana del dopoguerra.

Quel fallimento non avrebbe dovuto essere così sorprendente, visto quello che accadde quando i nazisti tentarono la stessa tattica. Il Blitz, il bombardamento di Londra e di altre città britanniche nel 1940-41, uccise più di 40.000 persone, eppure il primo ministro britannico Winston Churchill si rifiutò di capitolare. Anzi: invocò le vittime civili per mobilitare la società affinché compisse i sacrifici necessari per la vittoria. Invece di mandare in frantumi il morale, il Blitz spinse gli inglesi a organizzare uno sforzo durato anni – con i loro alleati statunitensi e sovietici – per contrattaccare e infine conquistare il paese che li aveva bombardati.

In effetti, mai nella storia una campagna di bombardamenti ha causato la rivolta della popolazione presa di mira contro il proprio governo. Gli Stati Uniti hanno provato questa tattica numerose volte, senza alcun risultato. Durante la guerra di Corea, i bombardamenti distrussero il 90% della produzione di elettricità nella Corea del Nord. Nella guerra del Vietnam la distruzione fu simile. E durante la Guerra del Golfo, gli attacchi aerei statunitensi interruppero il 90% della produzione di elettricità in Iraq. Ma in nessuno di questi casi la popolazione si è sollevata.”

La stessa cosa sta succedendo ora a Gaza: “I dati dei sondaggi mostrano che le operazioni militari israeliane stiano producendo più terroristi di quanti ne uccidano. In un sondaggio del 14 novembre tra i palestinesi di Gaza e della Cisgiordania, il 76% degli intervistati ha affermato di vedere Hamas in modo positivo. Confrontatelo con il 27% degli intervistati in entrambi i territori che a settembre hanno dichiarato a diversi sondaggisti che Hamas era “il più meritevole di rappresentare il popolo palestinese”. In pratica, “una gran parte degli oltre 500.000 uomini palestinesi di età compresa tra i 18 e i 34 anni è adesso pronta per arruolarsi in Hamas o altri gruppi palestinesi che cercano di prendere di mira Israele e i suoi civili.”

C’è nn’altra bugia molto diffusa che viene smentita dallo studio della storia: “Contrariamente all’opinione comune, la maggior parte dei terroristi non sceglie la propria vocazione in base alla religione o all’ideologia, anche se alcuni certamente lo fanno. Piuttosto, la maggior parte delle persone che diventano terroriste lo fanno perché la loro terra viene rubata.

Per decenni ho studiato i terroristi più estremisti: i terroristi suicidi. Il mio studio su 462 persone che si sono suicidate in missioni terroristiche dal 1982 al 2003 […] ha scoperto che ci sono centinaia di terroristi suicidi laici. In effetti, il leader mondiale del terrorismo suicida in quel periodo erano le Tigri Tamil, un gruppo marxista apertamente antireligioso dello Sri Lanka che compì più attacchi suicidi di Hamas o della Jihad islamica palestinese – i due gruppi terroristici palestinesi più letali – messi insieme. Ciò che avevano in comune il 95% dei terroristi suicidi nel mio database era il fatto che stavano combattendo contro un’occupazione militare che controllava il territorio che consideravano la loro patria.

Dal 1994 al 2005, Hamas e altri gruppi terroristici palestinesi hanno effettuato più di 150 attacchi suicidi, uccidendo circa 1.000 israeliani. Solo quando Israele ha ritirato i militari da Gaza questi gruppi hanno abbandonato quasi del tutto la tattica. Da allora, il numero di palestinesi a Gaza e in Cisgiordania è cresciuto del 50%, rendendo ancora più difficile per Israele il controllo dei territori nel lungo termine. Ci sono tutte le ragioni per pensare che la rinnovata occupazione militare di Gaza da parte di Israele – “per un periodo indefinito”, secondo Netanyahu – porterà a una nuova, forse più ampia ondata di attacchi suicidi contro i civili israeliani.

Tocca rinnovare la domanda: ma perchè il governo israeliano, ovviamente consapevole di tutto ciò, insiste con i massacri?
La risposta è probabilmente molto semplice: l’alternativa alla distruzione del popolo palestinese è il riconoscimento dei suoi diritti, che ovviamente implica la fine dell’occupazione militare israeliana. Ed è proprio questa alternativa che non viene ritenuta accettabile: non solo i governi israeliani non hanno mai mostrato una reale intenzione di cessare l’occupazione, ma al contrario la hanno estesa nel tempo e nello spazio:

“La crescita della popolazione ebraica nei territori palestinesi è un fattore centrale nel fomentare il conflitto. Negli anni immediatamente successivi alla guerra arabo-israeliana del 1967, il numero totale di ebrei che vivevano in Cisgiordania e a Gaza ammontava solo a poche migliaia. Le relazioni israelo-palestinesi erano per lo più armoniose. Durante questo periodo non si sono verificati attacchi suicidi palestinesi e pochi attacchi di alcun tipo.

Ma le cose cambiarono dopo che il governo di destra guidato dal partito Likud salì al potere nel 1977, promettendo una grande espansione degli insediamenti. Il numero dei coloni aumentò: da circa 4.000 nel 1977 a 24.000 nel 1983 e a 116.000 nel 1993. Nel 2022, circa 500.000 coloni ebrei israeliani vivevano nei territori palestinesi, esclusa Gerusalemme Est, dove risiedevano altri 230.000 ebrei. Man mano che gli insediamenti crescevano, la relativa armonia tra israeliani e palestinesi si dissolse. Prima c’è stata la creazione di Hamas nel 1987, poi la prima Intifada del 1987-93, la seconda Intifada del 2000-2005 e da allora continue ondate di conflitto tra palestinesi e israeliani.

La crescita quasi continua degli insediamenti ebraici è una delle ragioni principali per cui l’idea di una soluzione a due Stati ha perso credibilità a partire dagli anni ’90. Se si vuole intraprendere un percorso serio verso uno Stato palestinese in futuro, tale crescita deve finire. Dopo tutto, perché i palestinesi dovrebbero respingere Hamas e sostenere un presunto processo di pace se ciò significa solo un’ulteriore perdita della loro terra?”

Appare ormai chiaro che la maggioranza degli israeliani, nonostante i continui sforzi e le lotte di una minoranza che si batte eroicamente per intraprendere la via della pace, non ha intenzione (o il coraggio) di invertire questa folle corsa verso l’accaparramento delle terre dei palestinesi. Anzi, è piuttosto evidente che nell’attuale governo di estrema destra ci sia chi vuole far degenerare ulteriormente la situazione anche in Cisgiordania proprio allo scopo di provocare reazioni violente da parte dei palestinesi, da usare per legittimare ulteriori furti di terre e ulteriori inasprimenti del controllo militare sulla popolazione civile.

In assenza di interventi chiari e determinati da parte dell’Occidente tesi a bloccare l’opzione militare, la situazione non farà che degenerare fino alla pulizia etnica e al genocidio. Non ci vuole poi molto: basterebbe anche solo che i paesi “amici” di Israele cessino di finanziare con miliardi e miliardi di dollari i costi dell’atroce operazione militare contro i civili. Invece, la classe dominante dell’Occidente si sta impegnando allo stremo esattamente per il fine opposto, ovvero quello di legittimare e consentire la prosecuzione del massacro dei palestinesi, e quindi sta attivamente impegnandosi affinchè anche in Israele ci siano in futuro ulteriori vittime innocenti. Il motivo è chiaro: così come chi ha il potere in Israele non vuole cedere territori in cambio di pace, allo stesso modo chi detiene il potere in Occidente non ha la minima intenzione di rinunciare a ricchezze e potere per qualsivoglia motivo, che sia la pace sociale o l’emergenza climatica, nella convinzione che proprio la ricchezza gli consentirà di vivere e prosperare anche se (o quando) il resto del pianeta perirà. E’ qui che si vede l’affinità elettiva tra chi uccide con le bombe e chi devasta l’ecosistema e la società: entrambi lo fanno per cieco egoismo, nel più perfetto spirito del capitalismo selvaggio che legittima tale sentimento malato e anzi lo erige a motore del progresso.

E’ per questo che la lotta contro il massacro dei palestinesi è una lotta che riguarda tutt* in tutto il mondo. Il cancro che sta divorando il pianeta e i suoi abitanti è il dilagare dell’egoismo cieco e inestinguibile dei potenti, che vivono in una bolla di impunità e lusso che ha mandato all’aceto i loro cervelli. Fermarlo in ogni luogo e contesto è la priorità di chiunque abbia a cuore il presente e il futuro del pianeta: non esiste battaglia più importante di questa.

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