InfoAut
Immagine di copertina per il post

Tangenti italiane ai talebani

In Afghanistan mazzette ai guerriglieri per evitare attacchi contro i nostri soldati. I file di WikiLeaks rivelano: nel 2008 Bush disse a Silvio di finirla con i pagamenti. E da allora i caduti in missione sono quadruplicati. Ecco l’inchiesta de l’Espresso, rilanciata anche da The Times di Londra(12 agosto 2011)I soldati italiani in Afghanistan combattono, uccidono e muoiono. I bollettini di guerra sui nostri militari colpiti ormai sono quasi quotidiani: in due settimane ci sono stati due caduti e dieci feriti. Un tributo di sangue elevato, pari a quello degli altri eserciti occidentali impegnati contro i talebani in questa estate di fuoco. Ma fino a due anni fa le nostre perdite erano molto più basse, tanto da venire citate come prova di una voce che circolava in tutti i comandi della Nato: il governo di Roma paga i guerriglieri per evitare attacchi. Un’accusa sempre smentita dai ministri che adesso prende consistenza nei cablo segreti della diplomazia americana, ottenuti da WikiLeaks e pubblicati in esclusiva da “l’Espresso”. Con una rivelazione fondamentale: nel giugno 2008 George W. Bush ha domandato personalmente a Silvio Berlusconi di farla finita con le tangenti ai miliziani fondamentalisti. Lo ha chiesto nel primo summit dopo il ritorno al potere del centrodestra, ottenendo “la promessa del Cavaliere ad andare a fondo nella questione”.

I documenti riservati di Washington mostrano come il problema fosse diventato fondamentale per gli americani, che continuavano a ricevere rapporti dall’intelligence e dalle altre nazioni schierate in Afghanistan, sempre più insofferenti per la “scorciatoia” usata dagli italiani per pacificare le zone affidate al loro controllo. Secondo le informazioni raccolte dai nostri alleati, i “pagamenti per la protezione” servivano a sancire tregue tra le truppe di Roma e i guerriglieri nei territori più caldi. Dal 2008 in poi ci sono almeno quattro dossier della diplomazia statunitense che sollecitano interventi al massimo livello sul governo Berlusconi per stroncare il giro di mazzette. Fino all’estate 2009, quando con la prima grande offensiva della Folgore anche i nostri militari sono passati all’assalto dimostrando con le armi la nuova volontà bellica del centrodestra. Ma da allora anche il numero di bare avvolte nel tricolore è cominciato a crescere, sempre di più fino a quadruplicare: nei primi quattro anni erano state sei, negli ultimi due sono state 24 a cui vanno aggiunti oltre cento feriti. Un lungo elenco di uomini che si sono sacrificati per rendere credibile la nostra politica estera e contribuire al tentativo di dare sicurezza alle popolazioni afghane.

Il forte segnale degli Usa. Il primo dei file scoperti da WikiLeaks è dell’aprile 2008, alla vigilia delle elezioni che portarono alla vittoria del centrodestra, quando l’ambasciatore Ronald Spogli definisce la strategia verso il prossimo governo. A partire dalla priorità di ottenere un potenziamento del dispositivo in Afghanistan. “Sia Berlusconi che Veltroni saranno riluttanti ad esporre i soldati italiani a rischi più grandi. Faremo pressioni perché le truppe assumano un atteggiamento più attivo contro gli insorti. Daremo anche un forte segnale opponendoci all’abitudine del passato di pagare denaro per ottenere protezione e negoziare riscatti per la liberazione di persone rapite”.

Quando il Cavaliere si insedia a Palazzo Chigi gli emissari di Washington cominciano subito a farsi sentire con decisione. Il 6 giugno, anniversario dello sbarco in Normandia, Spogli incontra il presidente del Consiglio e Gianni Letta per definire l’agenda dei colloqui con il presidente Bush. “L’ambasciatore ha detto a Berlusconi che continuiamo a ricevere fastidiosi resoconti sugli italiani che pagano i signori della guerra locali e altri combattenti. Berlusconi si è detto d’accordo che ciò vada fermato”.

L’impegno del Cavaliere. Stando ai documenti ufficiali, nel successivo vertice con Bush “in merito alle accuse di pagamenti italiani ai leader degli insorti per evitare attacchi, Berlusconi ha promesso che andrà fino in fondo”. Insorti è il termine con cui gli americani chiamano tutti i miliziani attivi in Afghanistan: fondamentalisti talebani, signori della guerra locali e terroristi di Al Qaeda.

Ma quattro mesi dopo la situazione non è cambiata. Anzi, nel suo resoconto indirizzato all’attenzione della Casa Bianca, Spogli è ancora più duro. Loda la decisione di concentrare i 2.200 soldati nella Regione Ovest, affidata al comando tricolore, sottolineando però il peso dell’affaire tangenti. “Disgraziatamente, l’importanza del contributo è messa a repentaglio dalla crescente reputazione negativa degli italiani che evitano i combattimenti, pagano riscatti e denaro per ottenere protezione. Questa reputazione è basata in parte su voci, in parte su informazioni dell’intelligence che non siamo stati capaci di verificare completamente. Vero o no, resta il fatto che gli italiani hanno perso 12 soldati in Afghanistan (questa cifra include le vittime di incidenti, ndr.), meno di gran parte degli alleati con responsabilità simili. La maggioranza degli scontri nella zona affidata all’Italia sono stati condotti dalle forze americane o dell’esercito di Kabul. Le indicazione che abbiamo ricevuto dal quartiere generale della Nato suggeriscono che questo comportamento potrebbe provocare tensioni tra gli alleati”.

Spogli prosegue la sua analisi con severità: “Ho già fatto presente la questione a Berlusconi. Lui mi ha assicurato di non saperne nulla e che l’avrebbe fermata se ne avesse trovato le prove”. Gli americani però sembrano convinti che le informazioni sui pagamenti siano vere. E quindi Spogli raccomanda a Bush di “rendere chiaro a Berlusconi come la traballante reputazione dell’Italia, anche se fosse immeritata, stia mettendo a rischio la sua credibilità nella coalizione. Cosa ancora più grave, se ci fosse un fondamento a queste accuse, il comportamento italiano starebbe mettendo in pericolo le truppe degli alleati”.

Rappresaglia contro i parà. A forza di insistere Washington sembra ottenere il risultato. Nella primavera 2009 la spedizione viene raddoppiata ed entrano in campo i parà. La Folgore va all’offensiva in tutta la regione occidentale, respingendo i miliziani con raid e incursioni di elicotteri Mangusta. La “bolla di sicurezza” intorno alle basi occidentali viene allargata. E – come rivela WikiLeaks – quando il segretario alla Difesa Gates incontra il ministro Franco Frattini si rallegra “per la fine delle voci sulle tangenti agli insorti”. Nello stesso periodo però crescono anche i caduti, fino al terribile agguato del 17 settembre quando a Kabul vengono uccisi sei paracadutisti e altri quattro restano feriti: l’attentato più grave subito dai militari italiani dopo la strage di Nassiriya. Che adesso potrebbe essere riletto in una luce diversa dopo i documenti “sulle mazzette in cambio di protezione”.

Fonti dell’intelligence hanno confermato a “l’Espresso” che ci sono stati pagamenti a capi locali, spesso alleati dei talebani, nell’area della capitale. E’ la prima zona dove i nostri soldati si sono schierati a partire dal 2004, fino a ottenere per alcuni semestri la responsabilità della sicurezza di tutta Kabul. I fondi per queste “operazioni coperte” sono stati gestiti dal Sismi, allora diretto da Nicolò Pollari, durante il vecchio esecutivo di Silvio Berlusconi. Come “l’Espresso” ha scritto nel 2005, solo nei primi due anni della missione afghana il servizio segreto militare ha ottenuto oltre 23 milioni di euro extra per “attività di informazioni e sicurezza della Presidenza del consiglio dei ministri”. Ma le elargizioni sarebbero proseguite anche durante il governo Prodi. E in città non ci sono mai stati attacchi contro gli italiani. L’unico episodio grave è l’imboscata del settembre 2009, una trappola così potente da dilaniare due veicoli blindati Lince: è scattata dopo la fine di ogni regalia, poche settimane prima che il nostro contingente traslocasse nella regione di Herat. Le conclusioni dell’inchiesta su quel massacro non sono mai state rese note. Di sicuro, nel mirino c’era proprio la Folgore: una rappresaglia per le azioni dei parà o la moratoria delle mazzette ha pesato sulla ferocia dell’assalto?

Il pasticcio di Surobi. Pagamenti alle milizie fondamentaliste ci sarebbero stati anche nel dicembre 2007 quando l’Italia prese il comando del distretto di Surobi, considerato uno dei più pericolosi di tutto il Paese, lungo la direttrice che va da Kabul verso il Pakistan. Per sei mesi alpini e parà presidiarono la vallata, in un periodo di eccezionale serenità che permise anche di aiutare villaggi dove le truppe occidentali non avevano mai messo piede. Ci fu un solo caduto, il maresciallo Giovanni Pezzullo, colpito proprio mentre trasportava cibo alla popolazione.

Ma quando nell’agosto 2008 i nostri vennero sostituiti dai francesi, al loro esordio assoluto in Afghanistan, si scatenò l’inferno. Dieci legionari morirono e 21 furono feriti in un’imboscata, che colse di sorpresa la spedizione di Parigi. Sui giornali francesi vennero fatte filtrare accuse durissime contro Roma: “Gli italiani ci hanno taciuto i pagamenti ai miliziani, ecco perché siamo stati presi alla sprovvista”. Un anno dopo, “The Times” del gruppo Murdoch ha pubblicato in prima pagina un articolo molto informato sulle tangenti italiane ai talebani per “decine di migliaia di dollari”. L’articolo faceva riferimento anche alla protesta dell’ambasciata americana con Berlusconi. All’epoca, tutti smentirono: sia i vertici dell’Alleanza atlantica, sia i ministri di Roma. Ma, come raccontano i cable di WikiLeaks, in quell’autunno 2009 l’intervento personale di George Bush aveva già fatto finire le mazzette. E i soldati italiani si stavano comportando come le altre truppe della Nato: combattevano, uccidevano, morivano. Tutti i giorni, in un Paese che da trent’anni non conosce pace.

Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.

pubblicato il in Conflitti Globalidi redazioneTag correlati:

afghanistanguerraitaliatalebanitangenti

Articoli correlati

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Francia, antisemitismo e islamofobia: intervista a un attivista di UFJP

Abbiamo intervistato un attivista de l’UJFP (Union Juive Française Pour La Paix) in merito ad alcuni temi all’ordine del giorno: l’antirazzismo e l’islamofobia, l’antisemitismo e l’antisionismo, per approfondire cosa si muove in Francia sul piano delle mobilitazioni e degli avanzamenti della soggettività organizzata su questo dibattito.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Cuba: acqua, medicinali, carburante, energia elettrica. Il peso del bloqueo nella vita quotidiana.

A Cuba la crisi economica e sociale ha raggiunto livelli sempre più drammatici.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Israele dichiara guerra anche agli aquiloni di Gaza

Dopo aver distrutto scuole, ospedali e case, Israele trasforma anche il gioco dei bambini palestinesi in una «minaccia letale». Aquiloni di carta senza esplosivi vengono equiparati ai droni e diventano il nuovo pretesto per minacciare bombardamenti e sfollamenti nella Striscia.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Pisa: boeing militare del Kuwait transitato dall’areoporto Galilei, movimentato materiale bellico

Nella notte di lunedì 24 agosto velivoli militari provenienti dal Kuwait sono transitati dall’aeroporto Galilei di Pisa, come denunciato da attivisti e attiviste del Movimento No Base e altre realtà pisane.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Cagliari, il Muro di Coscienza prende vita in aeroporto: “Le rotte con Israele passano anche da qui”

Si è formato questa mattina dalle 8.30 alle 12:00 il Muro di Coscienza all’aeroporto di Cagliari Elmas parte di una giornata coordinata attraverso Giovedì Bianco (giovedibianco.it) che ha coinvolto anche Verona e Milano questa mattina e che prosegue oggi pomeriggio e stasera a Roma Fiumicino e Venezia.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Toscana sacrificata

Ripubblichiamo questo testo originariamente apparso su Scrivania Autogestita di Informazione che ha il pregio di tessere i fili di ciò che si sta verificando sulla regione Toscana, individuando le tendenze e gli interessi in campo.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Dalla Vlora a Sazan: il programma della Global Sumud Flottilla a sostegno della Flaminio Revolution

Riceviamo e diffondiamo il comunicato stampa che annuncia l’imminente partenza di una nuova missione della Global Sumud Flottilla: verso l’Albania per sostenere la mobilitazione per la Palestina della Flaminio Revolution. Buon vento!

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Il filo rosso della distruzione: da Colleferro a Domusnovas, le ragioni per la riconversione civile

La terra trema, un boato squarcia l’aria e una colonna di fumo si alza verso il cielo, lasciando dietro di sé una pioggia di detriti incandescenti. 

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Cisgiordania: “In corso una vera e propria pulizia etnica incoraggiata dalle autorità israeliane”. Testimonianza da Qusra

In Cisgiordania è in atto un’enorme campagna di pulizia etnica portata avanti dai coloni israeliani nella totale impunità. Ad agire sono gruppi di giovanissimi che assomigliano sempre piu’ a delle vere e proprie squadracce fasciste.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Da Colleferro a Pisa, il campo minato dei territori di sacrificio

Pochi giorni fa abbiamo visto un’enorme esplosione coinvolgere una fabbrica di munizioni a Colleferro, la KNDS Ammo Italy, ex Simmel Difesa.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

La tigre di carta: il fallimento della macchina da guerra americana da mille miliardi di dollari

 Il popolo americano ha fatto enormi sacrifici per finanziare questa macchina da guerra obsoleta, troppo costosa e inefficace. Molti hanno pagato con la vita, con l’integrità fisica o con la salute. Tutti noi paghiamo il costo della bellicosità dei nostri leader e dello sperpero sconsiderato della nostra ricchezza nazionale, che ci lascia privi dei sistemi di supporto fondamentali che i nostri vicini negli altri paesi sviluppati danno per scontati, dall’assistenza sanitaria universale gratuita e un’istruzione pubblica di qualità a salari dignitosi e ferie retribuite.

Immagine di copertina per il post
Contributi

La guerra interna dello Stato capitalistico

Riceviamo e pubblichiamo questo testo dal Collettivo Millepiani di Arezzo che affronta alcuni nodi all’ordine del giorno a partire da alcuni eventi recenti che hanno aperto nuove emersioni di conflitto.

Immagine di copertina per il post
Culture

MINAMÒ FESTIVAL, IN CALABRIA, IL 6 E 7 AGOSTO!

Il 6 e 7 agosto, al Parco Bombarda, nel comune di Martirano Lombardo, a mille metri d’altezza sulle montagne sopra Lamezia Terme, si terrà la prima edizione di Minamò, festival indipendente promosso dalle realtà di movimento calabresi: Addùnati (Lamezia), COLPO (Paola), Equosud (Reggio Calabria), La Base (Cosenza), Le Lampare (Cariati) e Orto Corto (Decollatura).

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

In Albania continuano le proteste

Con Julie JL, attivista della diaspora albanese, discutiamo di come stiano proseguendo le proteste nel paese.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

La lunga frattura: presentazione del libro al campeggio di lotta a Venaus

La storia corre veloce. “Non sono che sintomi di processi più profondi e radicali che ribollono come magma sotto la crosta terrestre tentando di farsi strada, di trovare sbocchi, sfiati ed infine ridefinire il paesaggio”.

Facciamo il punto su questo lungo processo di trasformazione e ristrutturazione del capitalismo in una fase di crisi della messa a valore del capitale che ha portato a un’accelerazione globale in chiave bellica. La transizione egemonica alla quale stiamo assistendo mostra i suoi sintomi più evidenti ma non è né compiuta né scontata. Qual è il nostro compito oggi se non approfondire questa crisi?

La crisi dei valori dell’imperialismo può essere una leva per immaginare nuovi cicli di lotta? Quali sono i punti di forza del nostro agire per alimentare processi conflittuali capace di ambire a dimensioni di contropotere effettivo nella società?

Qualcosa bolle in pentola, l’Occidente è sprovvisto di idee-forza capaci di mobilitare le masse. Chi si immagina il popolo italiano pronto a prendere le armi per difendere la patria? Forse solo gli illusi e gli approfittatori che speculano su una propaganda vuota. Allora noi cosa abbiamo da proporre? La Palestina ci ha mostrato la possibilità di adesione di massa a un orizzonte di emancipazione collettivo. Cosa ci aspetta nel prossimo futuro?

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Accordo Libano-Israele, tregua o normalizzazione dell’occupazione?

Il 26 giugno a Washington, con la mediazione dell’amministrazione Trump, Israele e Libano hanno firmato un accordo quadro in 14 punti.

Immagine di copertina per il post
Editoriali

Incubo di una notte di mezza estate. La pantomima Trump-Meloni e l’irresolubilità della subordinazione europea.

Negli ultimi giorni l’attenzione mediatica è tornata a concentrarsi sui dissapori tra Giorgia Meloni e Donald Trump. A quanto riporta lo stesso Trump, durante il summit G7 ad Evian Giorgia lo avrebbe “disperatamente implorato di fare una foto con lei”: secondo Trump, questa mossa sarebbe dipesa dalla popolarità “in calo” della premier italiana, che per risollevarla avrebbe cercato di trasmettere un segnale di unità e alleanza con il governo americano.

Immagine di copertina per il post
Editoriali

Iran-Usa: tra guerra aperta e congelamento del conflitto.

Il memorandum d’intesa siglato tra Usa e Iran, cristallizza su carta in 14 punti la complessità dell’evoluzione della guerra imperialista americana e israeliana. Va innanzitutto segnalata la vaghezza dell’accordo firmato. Tutti i punti sono più che altro una scaletta di lavoro per i negoziati che si dovrebbero tenere nei prossimi 60 giorni. Cessate il fuoco su tutti i fronti, soprattutto in Libano, scongelamento delle sanzioni e ipotetiche riparazioni di guerra americane, vago impegno iraniano a non sviluppare un’arma nucleare e infine sblocco di Hormuz, non si sa in che forme.