
La banalizzazione della montagna
Un articolo di Luca Rota – attento conoscitore delle nostre montagne e del loro ambiente naturale – offre lo spunto per ragionare su una problematica di attualità: il turismo.
Si tratta, in questo caso, di uno skywalk, cioè una passerella panoramica sospesa, che verrà realizzata a quasi 2600 metri di quota sopra il Passo del Tonale (provincia di Trento). Luca – che peraltro è sempre moderato nei giudizi – la definisce giustamente “una fesseria colossale”, semplicemente fatta per attirare turisti in una zona in cui tra l’altro essi certamente non mancano. Nello stesso blog troviamo un’altra notizia che fa sostanzialmente il paio con quella che precede: in Valvarrone (in provincia di Lecco), si sta realizzando un nuovo ponte pedonale sospeso (il “Ponte dei Minatori”) che, una volta ultimato, sarà “il più alto d’Europa”.
Tralasciando la considerazione che sulle Alpi italiane è tutta una corsa a chi ce l’ha più lungo (il ponte, intendo, e solitamente si tratta di ponti tibetani), queste iniziative si inseriscono chiaramente in una visione della montagna di puro divertimento, quando non di pura adrenalina (com’era qualche tempo fa il bungee jumping o salto con l’elastico, ora passato di moda). Un esempio plateale sono le sempre più frequenti via ferrate, con le quali si riempiono le pareti di ferraglia per consentire a gente che non sa nemmeno legarsi in cordata di praticare itinerari che altrimenti vedrebbero solo col binocolo. Fatto salvo poi incrodarsi come spesso capita e dover chiamare il soccorso alpino. La montagna come un luna park, quindi, che fa il paio con la ipotizzata traversata da Alagna Valsesia a Zermatt (attraverso l’intatto Vallone delle Cime Bianche) in infradito.
Ma quello che fa più incazzare è che queste comunità locali che si fanno promotrici o comunque approvano tali infrastrutturazioni, le spacciano come una “valorizzazione” della montagna. Non so se si rendono conto di quanto sia stupida la locuzione “valorizzare la montagna” (o la natura in genere che sia): la montagna ha un valore in sé, fatto di rocce, piante, animali, antichi insediamenti umani. Se io ci realizzo un ponte tibetano o uno skywalk il valore la montagna lo perde, non lo acquisisce: è esattamente il contrario. Questo senza contare l’antropocentrismo insito nella locuzione. E senza contare che così la montagna diventa un luogo da mordi e fuggi senza che dei luoghi ci si capisca un acca. In un’epoca in cui la Natura occorrerebbe conoscerla, invece non si perde il vizio di volerla usare. Acutamente, sempre Rota nel suo blog, rivolgendosi ai potenziali turisti: «Veramente credete che per trovare panorami “mozzafiato”, “effetti wow”, “adrenalina” e altre cose del genere sia necessaria una struttura artificiale? Se lo credete, state dando ragione a chi ve la propone pensando che altrimenti voi non siate in grado di godere quelle emozioni quando siete in montagna, che non potete capire, che non avete la sensibilità necessaria».

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