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Inizia la guerra totale in Medioriente?

Questa mattina l’Iran è stato svegliato da un nuovo attacco congiunto di Israele e Stati Uniti. Numerose le città colpite e soprattutto, a finire sotto il fuoco dei missili sono state le strutture governative e dell’esercito. Non è ancora chiaro il volume distruttivo messo in atto e quanti membri dell’apparato iraniano ne abbiano pagato le conseguenze.

Si hanno notizie abbastanza certe e comprovate da video che due scuole sono state colpite e che la conta de morti sale di ora in ora. Immediata e probabilmente più che aspettata, è stata la risposta iraniana che ha colpito sia Israele che gli alleati americani nella regione con l’obbiettivo, raggiunto in alcuni casi, di colpire direttamente le basi americane. Mentre la situazione sul campo si evolve e si cerca di carpire informazioni attraverso la “nebbia di guerra”, proviamo a buttare giù qualche ragionamento a caldo di fronte a questa ennesima evoluzione dello scenario di guerra globale.

Da giorni i negoziati sul nucleare iraniano in corso a Ginevra erano in stallo, e più di un osservatore aveva evidenziato come probabilmente fossero soltanto un diversivo per preparare l’attacco. Come successo nei mesi scorsi nei negoziati fra il governo israeliano e Hamas, le trattative servono a distrarre l’avversario per poterlo colpire più duramente possibile. La diplomazia imperialista americana ha il volto feroce di chi prova a estorcere le proprie richieste con una pistola puntata alla testa dell’avversario.

Donald Trump è apparso poco dopo l’inizio dei bombardamenti in un video affidato al suo social personale. Cappellino bianco USA, caratteristico colorito arancio fluo, sta in piedi a snocciolare un discorso retorico sulla necessità dell’attacco come difesa preventiva e come risultato dell’indisponibilità iraniana a trattare veramente. Al di là dell’ipocrisia e delle menzogne sulle armi nucleari iraniane, quella che traspare è l’immagine di uno sceriffo stanco e un pò sbiascicante, quasi alticcio. Comico se non fosse a capo dell’impero americano; tragico nel restituire l’immagine più nitida della ferocia imperialista dell’egemone globale.

Nei giorni dei colloqui indiretti a Ginevra tra USA e Iran, Washington aveva chiesto garanzie in merito allo stop dell’arricchimento dell’uranio e maggiori ispezioni. I colloqui non sono finiti con una conferenza stampa ma con il bombardamento da parte degli USA e di Israele.

Nei giorni scorsi fonti di Politico davano per buona la possibilità che sarebbe stato Israele a iniziare l’attacco in modo che gli Usa potessero rispondere a difesa dell’alleato nell’area. Il risultato è stato un attacco che pare a tutti gli effetti congiunto e preparato da mesi.

Israele questa mattina ha attaccato l’Iran con un’operazione detta “preventiva” con bombardamenti su palazzi del potere e obiettivi istituzionali a Teheran. Gli USA hanno seguito dopo poco con ulteriori bombardamenti. Missili cadono anche su Qom, Isfahan, Kermanshan, Karaj, Tabriz, Minab. Mentre Israele ha anche colpito il sud del Libano.

Khamenei non si troverebbe a Teheran, si registrano anche attacchi cibernetici che rendono difficoltosa la raccolta di informazioni e si parla di un probabile blackout di internet nel paese. In mattinata l’Iran ha intrapreso la risposta lanciando missili balistici verso il nord della Palestina occupata, colpendo aree vicino a Haifa e la base americana di Al Dhafra. Qautar, Emirati, Arabia Saudita, Giordania in quasi tutti assaggiano il fuoco dei balistici iraniani a riprova che le minacce dei giorni scorsi del regime questa volta non saranno probabilmente a vuoto. Il golfo Persico e lo stretto di Hormuz sono stati di fatto chiusi dalla marina iraniana, e pare che sa iniziato il confronto con quella statunitense. Sono centinaia i missili e i droni lanciati in risposta e non è dato sapere quanto si estenderà il conflitto, anche se le premesse sono più che drammatiche. Chi parla di qualche giorno, chi di settimane, l’impressione è quella che si sia aperto il vaso di pandora e non è ancora chiaro in che modo si chiuderà.

Se siamo di fronte ad un tentativo di guerra lampo, come fu quella dei 12 giorni, o davanti all’esplodere di un conflitto dispiegato in tutto il medioriente è presto per dirlo. Quel che risulta chiaro è che il nucleare iraniano sia ancora una volta una scusa per intervenire, magari attraverso un regime change guidato dall’alto, per disciplinare un attore statale scomodo ai desiderata Usa e alla proiezione militare ed egemonica israeliana.

Trump e Netanyahu chiedono apertamente al popolo iraniano di aspettare la fine degli attacchi per insorgere, in un mix di ipocrisia e lucida efferatezza, si fanno padri e padroni, indossando davanti ai loro elettori una maschera di cera, impastata con la filosofia suprematista occidentale. Chi ci creda più è tutto da capire, anche se iniziamo a veder sguazzare in questo pantano putrido molti giornalisti e politicanti nostrani.

Il tentativo israeliano è quello di demilitarizzare l’Iran, considerato il nemico numero uno nella regione e spianare la strada al progetto sionista.

Mentre il governo di Tel Aviv si prepara ad un nuovo intervento a Gaza, alza la posta e prova a dare, quella che vorrebbe essere, la spallata finale alla Repubblica Islamica, indebolita dalle proteste popolari degli scorsi mesi.

Come scrive Sasan Sedghinia in questa intervista:“l’amministrazione statunitense considera l’Iran come l’anello più debole di un blocco instabile guidato da Cina e Russia. La Cina è attualmente il principale partner commerciale del regime della Repubblica Islamica; quest’ultimo collabora inoltre militarmente con la Russia nella guerra in Ucraina ed è membro dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e dei BRICS. Nonostante ciò, la Repubblica Islamica non ha mai assunto il ruolo di vero partner strategico né per Pechino né per Mosca, entrambe generalmente inclini ad adottare un atteggiamento prudente di fronte alle crisi di governance in Iran.”

Il progetto espansionista e coloniale di Israele è quello di colonizzare territori o renderli proni ai propri interessi. A questo si somma la necessità di risorse materiali e agricole: la regione strategicamente centrale e decisiva dal punto di vista energetico e finanziario è l’Iran. Sicuramente non stanno a cuore del progetto sionista le migliaia di persone scese in piazza negli anni in Iran, nè le loro condizioni materiali. Se così fosse non si bombarderebbe il paese, non si imporrebbero sanzioni draconiane che affamano da anni la popolazione, non si finanzierebbe una rete di intelligence di sabotatori e assassini.

La strategia americana sembra simile a quella utilizzata in Venezuela, anche se non è da escludere un intervento prolungato i cui esiti sono imprevedibili. Continua così il tradimento dalla promessa fatta al popolo Maga, da parte di Trump di un disimpegno militare complessivo in conflitti aperti ai margini dell’impero. Quello che traspare è invece una proiezione ancora più forte verso l’esterno con l’obbiettivo di appropriarsi direttamente delle risorse necessarie per “fare di nuovo grande l’America”.

Sui media nostrani inizia a fare breccia la narrazione dell’intervento giusto che colpisce solo l’apparato per liberare il popolo iraniano, di fatto legittimando l’intervento imperialista e condannando le vittime che sta mietendo. E’ importante rifiutare fin da subito questa retorica giustificazionista. Va fatto assumendosi la complessità dello scenario iraniano, della composizione sociale, dei diversi attori e tensioni che hanno animato le sollevazioni in Iran degli ultimi anni, avendo chiaro che non arriverà nulla di buono da chi ha come pratica e obbiettivo il genocidio dei subalterni e dei nemici dell’ordine imperiale. Le prossime mobilitazioni contro la guerra nel nostro paese saranno chiamate ad essere all’altezza di questa sfida.

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