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L’Ordine imperiale e la Resistenza

Non si ferma l’aggressione imperialista Usa-Israele contro l’Iran, anzi si intensifica.

L’intervento è stato evidentemente preparato per mesi, con l’accumulo di forze militari americane nell’area mediorientale, utilizzando i negoziati di Ginevra come specchietto per le allodole, per distrarre e disorientare la difesa iraniana.

Quello che inizialmente sembrava voler essere una sorta di guerra lampo, come successo in Venezuela, si sta trasformando in un conflitto che durerà nel tempo, scompaginando i piani iniziali.

La strategia di Israele, evidentemente supportata dalla parte neocon dello stato profondo americano, di chiudere i conti con l’asse della Resistenza sciita è arrivata ad un punto di svolta con questa specie di “all in” con cui si spera di far capitolare la Repubblica Islamica. Questa mossa va inquadrata nel contesto generale scaturitosi da dopo il 7 ottobre 2023 e il conseguente genocidio del popolo palestinese. Di più, va messa in relazione con il piano decennale di disciplinare il medio-oriente ai diktat dell’imperialismo occidentale, di cui Israele è testa di ponte in quell’area.

L’aggressione messa in campo, in barba a qualsiasi logica di diritto internazionale, è talmente spudoratamente imperialista e coloniale, che i tentativi retorici di Trump e Netanyahu di farla passare come un’operazione di liberazione del popolo iraniano e per la democrazia, non vengono presi in considerazione praticamente da nessuno, se non da qualche giornalista d’apparato o da chi ha interessi diretti con americani e israeliani.

La risposta iraniana è tenace ed è improntata su strategie nuove che hanno spiazzato l’aggressore. Colpire in risposta a largo raggio e con intensità mai vista prima le basi americane in tutta l’area limitrofa, il territorio Israeliano, tutti i paesi del golfo, sta logorando l’ombrello protettivo, costosissimo, costruito negli anni dagli apparati militari imperialisti. Le infrastrutture logistiche ed energetiche, così come le maggiori città stanno pagando un costo altissimo. Diversi analisti, anche occidentali, convergono nella valutazione che più durerà il conflitto più sarà difficile garantire protezione ai propri alleati del golfo e allo stesso territorio israeliano. Le scorte di missili di contraerea per rispondere ai bombardamenti iraniani non sono infiniti, e molti dati portano a pensare che non possano durare a lungo. Il fatto che questo costo sia il più alto e duraturo possibile è la scommessa iraniana per far demordere l’attacco scatenatogli contro, e far scendere a mediazioni l’aggressore. Questo potrà portare anche ad un ulteriore ampliamento del conflitto in cui ogni scenario, fino a pochi giorni fa remoto, diventa ora possibile. Ogni giorno che passa si allarga il teatro di guerra, fino a lambire i margini meridionali dell’unione europea.

Si rende evidente  un fatto grosso che si vede soprattutto nella reazione iraniana: la guerra si muove interamente sulle catene del valore. L’Iran è uno snodo centrale per l’economia cinese, non solo come approvvigionamento di materie prime, ma anche a livello logistico. Viceversa la risposta messa in campo dai pasdaran punta a disarticolare le basi economiche dell’accumulazione e del modello di “capitalismo arabo” filo Usa del Golfo. Il risultato di questa combo è che sempre di più le varie mistificazioni di facciata cadono e viene alla luce la natura capitalista (e dunque sulle linee del profitto che travalicano i territori) della guerra.

Il territorio iraniano intanto paga un costo enorme in termini di vite umane e di danni strutturali, con pericolosissimi attacchi alle infrastrutture nucleari che possono potenzialmente portare a catastrofi ai danni di tutta la popolazione.

La Repubblica Islamica e l’intero asse della Resistenza stanno affrontando questa guerra di aggressione in maniera esistenziale e coscienti che la partita che si gioca è di portata storica per tutto il Medio Oriente.

Gli obiettivi americani sono non solo la caduta del regime, ma anche la balcanizzazione del territorio iraniano su linee etniche e religiose. Vanno in questo senso i finanziamenti e il sostegno alle milizie curde del nord-Iran e si preparano a considerare anche l’opzione dell’intervento diretto con le truppe, che vista la difficoltà logistica che comporterebbe potrebbe essere delegata a forze locali “ostili” al governo.

L’altro obbiettivo è quello di spezzare qualsiasi sostegno ai palestinesi per poter finire il genocidio iniziato a Gaza, colonizzare definitivamente la Cisgiordania ed impedire preventivamente qualsiasi resistenza nei paesi confinanti all’entità sionista. Infine impedire l’approvvigionamento e il sostegno al movimento libanese Hezbollah e agli houthi. Infatti l’Iran, che piaccia o meno, è stato l’unico attore statale a sostenere la resistenza nei fatti, in questi anni, al progetto della “grande Israele”.

Per questo motivo una capitolazione dell’Iran o un suo disfacimento sarebbe la rovina per i palestinesi e per tutti quelli che si pongono il problema di resistere al progetto imperialista. Questa constatazione, che parte dai dati materiali della situazione sul campo, non vuol dire che ai movimenti che si sono battuti contro il genocidio dei Palestinesi, debba piacere il regime teocratico iraniano, o che non bisogna assumersi la complessità delle mobilitazioni contro il regime che da molti anni vengono portate avanti. Il fatto è che nulla di buono può scaturire dall’intervento imperialista né per le masse popolari iraniane né per tutto il movimento a livello globale. Anche se è comprensibile che alcuni iraniani della diaspora e in loco, siano felici per la morte dei Khamenei, ciò non cancella il fatto che le condizioni di vita materiali e di diritti sociali e civili in Iran non potranno che peggiorare con una guerra di lungo corso e la disgregazione territoriale che si vuole portare a termine. Lo si è visto in Siria, in Iraq, in Afghanistan, dov’è la democrazia che tanto si sbandierava di voler portare? Sono migliorate le condizioni delle masse? La caduta dall’alto di quei regimi ha portato all’avanzata di un movimento progressista e anticapitalista o addirittura rivoluzionario e comunista? Non ci sembra proprio.

Per questo motivo moltissimi iraniani a cui sicuramente non va a genio la classe di profittatori creata dalla rivoluzione islamica, si pongono il problema di contrastare l’attacco imperialista dentro e fuori dal paese.

Come fu per il 7 ottobre, il potere prova a giocare la sua partita, instillando nei movimenti e nelle masse il ragionamento, tutto frutto di una supposta superiorità occidentale e coloniale, per cui i popoli colonizzati dovrebbero assumere delle forme di resistenza e di ribellione alla barbarie capitalista, “pulite”, pacifiche, “felici” e idealizzate. L’autodeterminazione dei popoli invece assume spessissimo forme dure e che possono non piacere a chi sta nella parte occidentale del mondo. Le petro-monarchie sono il modello imperialista, o al massimo un regno di caos e di guerra civile distruttiva su base etnica o religiosa.

Con questo dato politico semplice ma enorme bisogna fare i conti, come fu per il la resistenza del popolo palestinese. L’equidistanza che vediamo in certi ambienti della sinistra e, purtroppo anche di movimento, finiscono per agevolare il disegno del dominio e tolgono forza e supporto a chi resiste materialmente alla guerra imperialista. La sfida oggi è quella di mettere in campo un movimento contro questa aggressione e il progetto imperiale americano che abbia parole chiare e comprensibili senza ambiguità. O si è contro o si appoggia l’aggressione, non ci sono vie di mezzo. 

Fare la nostra parte, in occidente, vuol dire costruire e favorire l’emergere di un movimento contro la guerra, contro l’intero “progetto” occidentale, facendo mancare la base di supporto materiale e di consenso che permette il genocidio e l’assoggettamento di tutta quella parte di mondo che subisce o che non si vuole assoggettare all’ordine imperiale.

In Italia e in tutta Europa, i costi sociali ed economici di questa guerra saranno altissimi. Il prezzo di gas e carburanti non potrà che lievitare ulteriormente, colpendo le condizioni di vita materiali di milioni di persone. L’uso delle basi americane sul nostro territorio, così come il coinvolgimento diretto nel conflitto, già realtà per Francia, Inghilterra e Germania, non farà che esporre la popolazione a diventare potenziale obiettivo diretto.

Crediamo che questa coscienza sia diffusa e radicata in una grossa fetta della popolazione italiana ed europea in generale: ci si rende conto che il progetto di egemonia americana non è più in grado di offrire una contropartita accettabile. Gli interessi materiali di chi sta in basso, quindi in primis di tutelare i propri standard di vita, non coincidono con gli interessi delle élites europee e del governo Meloni. Questi ultimi sono proni non solo per adesione all’ideologia Maga, o perchè figliocci di Bannon, o perché strutturalmente atlantisti, ma perché la maggior parte della borghesia italiana ed europea ha capito che c’è la possibilità di mantenere i propri privilegi scaricando i costi verso il basso. L’acuirsi di questa situazione non potrà che ampliare il divario fra i partiti istituzionali e la massa sempre più crescente di persone che non si riconoscono più nel sistema istituzionale, lasciando uno spazio politico vuoto in cui può crescere un’insorgenza sociale nuova. Il movimento contro il genocidio e la guerra a Gaza è stato anche questo.

 In questa congiuntura generale si arriva al dunque anche per il governo italiano: la strategia propagandistica per la “sovranità” nei settori strategici è evidentemente smascherata, che si tratti di energia o di altri ambiti, l’Italia in questi anni non ha fatto alcun passo avanti in questa direzione con dure conseguenze sul piano economico. Di fatto l’unico settore in cui l’Italia ha buone speranze è quello dell’industria militare, ma su questo dovrà fare i conti con un forte sentimento anti bellico che cresce in vari settori della popolazione. L’equilibrismo e l’imbarazzo di Meloni nei confronti di Trump avrà un punto di caduta? Nel frattempo la domanda da porci è: l’occidente collettivo è sprovvisto oggi di ” idee forza” per muovere le masse verso la guerra, dunque come esplicitare e tradurre concretamente un programma che di fatto viene espresso dalle parti basse della classe? Serve un piano di realtà immediato perché la risposta non può essere lasciata al Vannacci di turno.

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