
La Spezia: studenti e studentesse in strada a seguito dell’accoltellamento di Aba.
Ripubblichiamo il testo condiviso da Riconvertiamo Seafuture, percorso cittadino di La Spezia che ha preso avvio con la mobilitazione contro la mostra navale-militare di quest’estate e che ha elaborato delle riflessioni a seguito della tragedia che ha investito l’istituto Chiodo a La Spezia e, di seguito, il contributo del KSA – Kollettivo Studentesco Autonomo in merito alla risposta di Valditara.
MILITARIZZARE LA SCUOLA NON LA RENDE PIÙ SICURA.
Lettera aperta alla città dopo una tragedia.
da Riconvertiamo SeaFuture
“Questa mattina una marea di studenti e studentesse è scesa nelle strade a partire dall’istituto Chiodo per manifestare dolore e rabbia intonando Aba Vive. Il contenuto pubblicato di seguito è stato scritto nella giornata di ieri”
Sono passati solo pochi giorni dalla tragedia. Un ragazzo è stato ucciso in una scuola, da un suo compagno. Accoltellato in una classe per questioni ancora da chiarire.
Quello che, invece, è chiaro è che oggi si torna a scuola, nell’Istituto professionale Chiodo e in tutte le altre scuole di Spezia e d’Italia con un peso enorme sulle spalle, con interrogativi profondi, con un dolore immenso, una sensazione di spaesamento difficile da affrontare.
Quello che è successo non deve passare inosservato, non può innescare emozioni forti e poi essere dimenticato nel procedere spesso cinico della nostra quotidianità scolastica. La risposta che pretende un fatto così drammatico deve essere all’altezza della sfida che pone a tutte e tutti noi, cittadine e cittadini, docenti, studentesse e studenti. La sfida è difendere il ruolo educativo della scuola come culla della cultura e della comunità in cui si impara prima di tutto a convivere, ad affrontare i conflitti con le altre persone e se stesse, imparando a gestirli con il dialogo. Qui nasce la comunità, si sviluppa o si sfalda la democrazia; da come immaginiamo la scuola deriva il modello di società che vogliamo. Da come sviluppiamo le relazioni a scuola dipende la qualità dei rapporti sociali. La sicurezza della società è l’effetto della nostra interpretazione della sicurezza nelle scuole.
Nelle ore successive alla tragedia si è subito innescata, purtroppo, una risposta securitaria e repressiva da parte del Governo e del Ministro Valditara, ieri presente in città per discutere di misure da integrare al cosiddetto “pacchetto sicurezza”. Il fatto che la vittima e chi ha agito violenza abbiano un’origine non europea ha provocato commenti di matrice razzista, rilanciati perfino dal sindaco Peracchini per cui “l’uso delle lame è pratica comune per certe etnie”. Un discorso razzialmente definito che genera ostilità e discredito nella popolazione, che un sindaco dovrebbe interamente rappresentare e unire; parole totalmente inadeguate allo sgomento dei cittadini e cittadine e che legittimano la stretta securitaria che il ministero e il governo intendono proporre. Il principio è chiaro: le scuole sono insicure e per ridurre questo fantomatico pericolo bisogna investire in metal detector, telecamere, aumentare le pene e magari introdurre vigilantes soprattutto in scuole “a rischio”. E, al contempo, disciplinare, sanzionare, punire ogni studente e studentessa che osa mettere in discussione le regole imposte dal ministero o da presidi-manager. La paura e la disciplina diventa così la cifra delle azioni di riforma, la paura usata ancora come principio legislativo.
A questo programma bisogna reagire, su questo la comunità tutta deve prendere posizione sapendo che il piano inclinato che si è aperto può trasformare le scuole in luoghi più simili a caserme e carceri che a luoghi di educazione alla pace e alla convivenza.
Inasprire le pene, riempire la scuola di sistemi di vigilanza non risolverà nulla, anzi.
Oggi si torna a scuola e chi pensa di militarizzarla si troverà davanti la stessa comunità che da decenni chiede investimenti, più docenti, interventi strutturali, fine del sovraffollamento nelle classi, progetti educativi e di inclusione, ricevendo sempre l’esatto contrario: tagli, accorpamenti di classi e istituti e privatizzazioni. Le disuguaglianze sociali e culturali provocate dalla crisi economica non fanno che essere riprodotte e accentuate nelle scuole private di ogni investimento. Questo si traduce sempre di più in scuole ghetto e marginalizzate, dove il lavoro delle e dei docenti diventa ogni giorno più complesso, un lavoro di resistenza costante a cui non viene riconosciuto nulla né socialmente né economicamente. La tragedia che stiamo vivendo – e che, in primis, sta riguardando la famiglia di Youssef Abanoub e la comunità scolastica del Chiodo – se non cadrà nel vuoto sarà esclusivamente grazie a una comunità scolastica che lotterà e rivendicherà che la sicurezza, nelle scuole, la fanno coloro che le vivono, che cercano ogni giorno di renderle ambienti accoglienti, di crescita e luoghi di ascolto, accoglienza e inclusione, in cui coltivare desideri. Che la scuola torni a essere luogo di educazione, non un’azienda in cui si insegna a lavorare gratis attraverso progetti di alternanza scuola-lavoro. Vogliamo una scuola che smetta di trattare le studentesse e studenti come attori passivi del processo educativo ma che, anzi, insegni ad essere parte attiva del cambiamento sociale che vorremmo e che – nel mondo attuale – è sempre più necessario.
Davanti a questo quadro, l’idea di investire nei metal detector appare una risposta illusoria. Senza un’analisi seria del disagio sociale e relazionale che alimenta la violenza, queste misure non solo non risolvono il problema, ma rischiano di aggravarlo, normalizzando paura e diffidenza. Il dramma non sarebbe stato evitato: sarebbe stato soltanto spostato altrove.
Vogliamo scuole all’altezza del loro ruolo civile e sociale. E quindi stringiamoci, guardiamoci negli occhi, la comunità scolastica curi più che mai le relazioni e non ceda alla rabbia, alla paura, alla diffidenza, al razzismo, alla caccia al colpevole. Anche dopo una tragedia così grande, in un’epoca che riabilita la guerra, la sopraffazione e la repressione, non permettiamo che la base della nostra società assuma la forma di una caserma, di un carcere. Ripartiamo da qui, da un lunedì difficile per tutte. Un lunedì con due compagni di scuola in meno, tanto dolore ma anche il quotidiano desiderio di costruire un mondo migliore, insieme, dentro e fuori le nostre aule. Buon lunedì a tutte.
METAL DETECTOR? SCUOLE A RISCHIO? L’ENNESIMA PORCHERIA DELLA SCUOLA FASCISTA DI VALDITARA!
da KSA Torino

Assistiamo sbigottiti all’ultima trovata geniale del ministro Valditara dopo la tragedia successa a La Spezia con l’accoltellamento tra coetanei.
Il ministro dell’istruzione assieme al ministro degli interni non pensano un minuto alle cause della barbarie sociale in cui il baratro della guerra ci sta portando. Al contrario preparano un terreno di militarizzazione davanti alle scuole: metal detector e polizia a monitorare gli ingressi!
Come se non bastasse il ministro per far passare una misura così assurda usa l’escamotage di mettere i controlli solo nelle scuole in cui i presidi-sceriffo d’accordo con questa misura decideranno di fare controlli di “dissuasione”
L’ennesima prova di come la controparte costruisca un terreno per rendere le scuole delle fabbriche di soldatini disciplinati e produttivi, pronti al clima di guerra in cui nulla è permesso.
I presidi potranno decidere a loro discrezione di fare dei controlli su cosa entra a scuola e cosa no.
Sappiamo benissimo, attraversando ogni giorno le lotte nelle scuole, per cosa sarà usata questa riforma.
Il tema della sicurezza verrà usata contro le emersioni di dissenso, quando una scuola andrà in subbuglio perché crolla un soffitto, perché manca una scala antincendio, perché il governo decide di arrestare sei studenti minorenni per essersi opposti a un volantinaggio fascista.
Noi sappiamo cosa sono le scuole sicure.
Una scuola sicura è una scuola in cui nessuno viene lasciato indietro, una scuola che si può costruire soltanto in una dimensione collettiva di riscatto.
Ci chiediamo inoltre come il ministro trovi immediatamente i soldi per i metal detector nel momento in cui ogni volta ci ripetono come una cantilena noiosa e monotona che dobbiamo aspettare per la sicurezza perché “mancano i soldi”. Le priorità di questo governo ci paiono chiare, sicuramente non sono dalla parte della gente!
Queste restrizioni non ci spaventano, dobbiamo opporci immediatamente a questa proposta del ministro prima che diventi realtà, prima che questi parolai da poltrona che stanno al governo trasformino la scuola in un carcere.
Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.














