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L’università ha scelto: ordine pubblico contro sapere

C’è un dettaglio che andrebbe preso sul serio nella chiusura di Palazzo Nuovo annunciata stamane dell’Università di Torino, più delle formule rassicuranti e dei comunicati burocratici: la stessa rettrice, in un’intervista a la Repubblica, ha riconosciuto che la decisione si colloca in un contesto segnato da esigenze di sicurezza e da pressioni politiche.

da Network Antagonista Torinese

La chiusura di Palazzo Nuovo decisa dall’Università degli Studi di Torino non è quindi una misura tecnica, neutra o inevitabile. È una scelta politica. E come tutte le scelte politiche, non è mai innocua: colloca chi la prende da una parte precisa.
L’università, almeno in teoria, dovrebbe essere autonoma. Autonoma dal mercato, certo, ma prima ancora dal potere. Dovrebbe essere uno spazio di produzione critica del sapere, un luogo attraversato dal conflitto nella sua accezione trasformativa, una polis più che un ufficio amministrativo. Un posto dove la cultura non viene valutata in base al grado di tollerabilità per la Questura, e dove un evento di musica e socialità non si trasforma, all’improvviso, in una minaccia alla sicurezza.

E invece è successo proprio questo: un evento culturale è stato trattato come un problema di ordine pubblico. Una festa, concerti, socialità, partecipazione collettiva: tutto riclassificato come rischio. Non perché lo fosse davvero, ma perché così è stato deciso di raccontarlo.

Il linguaggio usato non è neutro. “Perimetro di sicurezza”, “rischio elevato”, “eventi non controllabili”. È il vocabolario dello stato securitario, quello che vede nel dissenso un fastidio, nella giovinezza un fattore di instabilità, nella socialità che sfugge al consumo qualcosa di sospetto.

Non è un caso che questo immaginario sia lo stesso di chi, in Europa, guarda con una certa ammirazione al modello di Viktor Orbán. In Ungheria le università vengono commissariate, i percorsi critici smantellati, le minoranze colpite, il pensiero non allineato espulso. Oppure di chi indica come modello la gestione securitaria delle migrazioni negli Stati Uniti, difendendo l’operato dell’U.S. Immigration and Customs Enforcement (ICE), un apparato fondato su detenzione amministrativa ed espulsione, dove il controllo sostituisce i diritti e l’esclusione diventa strumento ordinario di governo. La logica è sempre la stessa: trasformare persone, spazi e conflitti in “problemi di sicurezza” da rimuovere. La repressione non comincia con i carri armati: comincia quando il controllo diventa normale, quando viene presentato come buon senso.

In Italia per ora il processo è più morbido, più elegante, più istituzionale. Qui si invoca il manganello “per sicurezza”, si chiudono spazi “per prevenzione”, si giustifica tutto con la parola magica: responsabilità. Ma l’esito non cambia. Quando l’università cede alle pressioni di chi chiede ordine, disciplina e silenzio, smette di fare il suo mestiere.

La rettrice e l’Ateneo hanno quindi scelto. Hanno deciso di stare dalla parte di chi trasforma una festa in un’emergenza, la cultura in qualcosa da autorizzare, il conflitto in un’anomalia da rimuovere. È una scelta legittima, certo. Ma è una scelta.

Gli studenti, invece, stanno altrove. Sono stanchi, arrabbiati, spesso anche preoccupati. Ma sono, soprattutto, vivi. Non chiedono il caos, chiedono spazio. Non cercano lo scontro fine a sé stesso, ma la possibilità di esistere, incontrarsi, costruire relazioni, immaginare altro. In un presente fatto di precarietà, isolamento e paura, anche la socialità diventa un gesto politico.

Per questo la solidarietà ricevuta conta. In queste ore ne sta arrivando tantissima dalle realtà studentesche non solo di Torino, ma di tutto il paese. Per questo l’evento non è stato cancellato, ma rilanciato. Si terrà (ndr si è tenuto) a Laboratorio culturale Manituana, uno dei numerosi spazi sociali in città che continua a fare ciò che l’università ha scelto di non fare: aprire, accogliere, non avere paura.
L’università ha scelto da che parte stare.
Gli studenti anche.
E non è la stessa

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