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L’internazionale femminista: appropriarsi dello sciopero e farlo straripare

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Riportiamo da Connessioni Precarie la traduzione di un contributo di Verónica Gago (Ni una menos Argentina) sullo sciopero globale femminista pubblicato sul Transational Social Strike Platform.

L’8 marzo 2017 ci siamo coordinate tra più di cinquanta paesi, prendendo slancio da ciò che abbiamo cominciato a costruire a partire dallo sciopero del 19 ottobre 2016. Con la data dell’8 marzo 2018, lo sciopero internazionale delle donne circola di nuovo nelle assemblee di molti quartieri e città, nelle riunioni nei sindacati e nelle scuole, negli incontri in fabbrica e negli spazi comuni. Lo sciopero esprime, ancora una volta, un orizzonte organizzativo qui ed ora, costruito dal basso: un’azione che ha rivitalizzato l’ampio movimento delle donne, comprese donne trans, lesbiche e travestiti, che non ha mai smesso di crescere, di espandersi e di diversificarsi. In questo senso, è importante pensare lo sciopero come un processo e non come un evento. L’intervallo tra una «data» e un’altra «data» non è vuoto.

In America Latina e nei Caraibi, la forza dello sciopero è sempre una combinazione di lutto e di lotta: a marzo commemoriamo l’anniversario dell’assassinio di Berta Cáceres, che continua a vivere nelle lotte contro i progetti neo-estrattivi, e della morte delle ragazze nella casa-famiglia in Guatemala l’8 marzo 2017. Trasformando l’8 marzo in una giornata di sciopero, abbiamo recuperato la sua storia operaia e abbiamo sostenuto le lavoratrici tessili di ogni epoca con una memoria insorgente intessuta di resistenze quotidiane. Lanciandolo dall’America Latina, abbiamo però ampliato i suoi significati, per includervi una molteplicità di attività e di geografie che erano generalmente rimaste nella periferia dell’immaginario del lavoro. E, soprattutto, abbiamo collegato la violenza contro il corpo delle donne e contro i corpi femminilizzati a conflitti territoriali concreti: lotte per la casa e contro l’espansione dell’estrattivismo attraverso l’espropriazione delle terre; lotte contro la criminalizzazione delle economie popolari e migranti; lotte contro le politiche di aggiustamento strutturale e contro la finanziarizzazione della povertà; lotte contro l’illegalità dell’aborto (che produce una segmentazione basata sulla classe).

Vorrei qui sviluppare alcuni punti su come, attraverso lo sciopero, rivoluzioniamo le nostre pratiche come movimento femminista, nello stesso momento in cui rivoluzioniamo lo strumento stesso dello sciopero, tradizionalmente associato solo al ristretto mondo del lavoro maschile e salariato. Quando lo sciopero cessa di essere prerogativa esclusiva dei sindacati, smette di essere una decisione presa dall’alto e, quindi, smette di essere un ordine al quale ognuno semplicemente sa come obbedire o aderire. Lo sciopero di cui si è riappropriato il movimento delle donne è qualcosa di letteralmente straripante: deve tener conto di molteplici realtà lavorative che sfuggono ai confini del lavoro salariato e sindacalizzato, che mettono in discussione i limiti tra lavoro produttivo e riproduttivo, tra lavoro formale e informale, tra mansioni remunerate e gratuite, tra lavoro migrante e nazionale, tra occupazione e disoccupazione. Lo sciopero adottato dal movimento delle donne punta in modo diretto a un elemento centrale del sistema capitalista: la divisione sessuale e coloniale del lavoro.

Allo stesso tempo, esso apre una domanda di ricerca concreta e situata: che cosa significa scioperare in ciascuna diversa realtà, tenendo conto della singolarità e della complessità di ogni diversa esperienza lavorativa e di vita? In che modo questa ridefinizione e questo allargamento delle classi lavoratrici sono interconnessi con le differenze che rendono la mappa del lavoro qualcosa di radicalmente eterogeneo e segmentato? Come possiamo avere un piano d’azione comune di fronte a questa molteplicità che sfida l’idea stessa dell’accumulazione di forze? A queste domande si può rispondere, in prima battuta, spiegando perché non si può scioperare in casa o come venditrici ambulanti, come prigioniere o come braccianti agricole, come libere professioniste o come lavoratrici migranti, quindi immedesimandoci in quelle donne che «non possono» scioperare. Tuttavia, la questione assume immediatamente un’altra valenza: costringe queste esperienze a risignificare ed espandere ciò che viene sospeso, ciò che viene bloccato e ciò che viene sfidato quando lo sciopero si adatta a quelle realtà, ampliando così il campo sociale in cui esso si inscrive e produce effetti.

Torna attuale per noi una domanda fatta anni fa dal collettivo di Madrid Precarias a la Deriva: qual è il tuo sciopero? Ora però questa domanda ha una portata di massa ed è radicalizzata di fronte all’offensiva della violenza maschile, che ci spinge a riunirci e ad agire con urgenza. Perché lo sciopero ci permette di politicizzare la violenza contro le donne in un modo che mette in discussione la vittimizzazione e il lutto permanente in cui loro (i media, le istituzioni statali e molte ONG) vogliono confinarci. Nella violenza contro le donne e contro i corpi femminilizzati si manifestano e si intrecciano nuove forme di sfruttamento del lavoro, di violenza economica e finanziaria, di violenza statale, di violenza politica e di molteplici forme di espropriazione. In questo senso, lo sciopero mette in pratica l’intersezionalità delle lotte e la loro connessione transnazionale, e lo fa coinvolgendo una dimensione di classe: al di là del multiculturalismo identitario, collega la violenza contro le donne e i corpi femminilizzati alle forme di sfruttamento e all’estrazione di valore, alla violenza della polizia, agli attacchi delle corporations contro le risorse comuni, ridisegnando i confini il conflitto sociale nella pratica. Parlare di sciopero e metterlo in pratica fa di noi dei soggetti politici e non delle vittime da risarcire e/o da salvare (di solito dallo Stato). Ed è in virtù di questo ampliamento dello strumento dello sciopero che il suo significato e la sua efficacia si sono moltiplicati. Così, i femminismi popolari, indigeni, comunitari, periferici, degli slum dell’America Latina, che sottraggono la politica del riconoscimento all’orizzonte liberale, che non sono interessati alle quote e che non si fidano delle trappole identitarie mettono in primo piano la precarietà dell’esistenza come condizione comune, che diventa unica attraverso i conflitti concreti.

L’orizzonte organizzativo dello sciopero riposiziona la dimensione di classe, anti-coloniale e di massa del femminismo in modo creativo e ribelle, perché non fornisce uno strumento inerte, pronto all’uso, ma che piuttosto deve essere inventato nel corso del processo organizzativo stesso e che, allo stesso tempo, ci permette di capire perché le donne e i corpi femminizzati sono la chiave dello sfruttamento capitalista, in particolare nella sua fase di egemonia finanziaria. Con questo obiettivo, stiamo mappando le modalità non riconosciute e non remunerate in cui produciamo valore per elaborare una diversa immagine collettiva di ciò che chiamiamo lavoro. Lo sciopero delle donne sfida quindi i confini del lavoro e in questo modo produce un terreno di radicalizzazione che interpella altri movimenti, altre pratiche e altre esperienze. Ecco perché #NoiScioperiamo.

 

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