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Gaza come laboratorio di nuovi imperialismi e l’importanza dei popoli che resistono

Nuovi e vecchi interessi del Nord globale, e in particolare degli Stati Uniti, stanno ridisegnando una geografia del mondo fatta di guerre, furti, e distruzione.

Un contributo di Studentx per la Palestina – Pisa

Accanto al vecchio possesso di risorse quali petrolio e gas, si unisce nel disegno imperialista il saccheggio dell’ecosistema (acqua, minerali, suolo), come unica possibilità per la sopravvivenza delle grandi potenze imperialiste, che possono così esternalizzare i costi sociali e ambientali della riproduzione di un sistema capitalistico e bellico insostenibile.

È anche questo il motivo per cui, nonostante in Palestina continui il genocidio, leader occidentali insieme a quelli israeliani parlano con insistenza della ricostruzione di Gaza. Sicuramente da una parte si tratta dell’operazione di manipolazione della realtà che abbiamo visto spesso da parte israeliana; dall’altra, però, sono in ballo nuovi interessi economici su cui tutto il mondo si sta già leccando i baffi, che combaciano allo stesso tempo con l’ultimo step del colonialismo di insediamento sionista: ricostruire Gaza per ridisegnarla secondo l’occupante. Si deve pacificare Gaza per renderla attrattiva, trasformarla secondo canoni capitalistici (potrebbe diventare una riviera turistica, con smart cities costruite con l’IA, un hub logistico, un nuovo polo industriale…), e sfruttare al meglio le sue risorse, senza impedimenti di sorta. 

Sono proprio questi impedimenti ad essere allo stesso tempo fattori scatenanti della furia genocidaria e tallone d’Achille di qualsiasi piano coloniale. Questo “impedimento” è la resistenza dei popoli – in questo caso palestinese – nel loro territorio, la loro ferma volontà di non cedere di fronte alla prepotenza imperialista. L’intervento militare statunitense in Venezuela segue la stessa logica. L’obiettivo, su cui lo stesso Donald Trump non fa mistero, era quello dell’accesso alle risorse petrolifere. Tuttavia, come scrive Daniela Ortiz, attivista peruviana: “Gli Stati Uniti vogliono solo il petrolio, certamente, ma c’è qualcosa che impedisce loro di accedere al petrolio, ed è proprio il governo guidato da Nicolás Maduro e la Rivoluzione Bolivariana. […] Non si possono capire le ragioni del bombardamento contro il Venezuela senza tener conto dell’interesse degli Stati Uniti di eliminare quel governo, che non permetteva che i paesi imperialisti potessero continuare a saccheggiare le risorse naturali del Venezuela e che garantiva che fosse il popolo venezuelano a decidere, nel bene o nel male, con errori e fallimenti, cosa fare delle proprie risorse in maniera sovrana.”

In un sistema capitalistico sempre più in crisi, che deve lottare per la propria sopravvivenza in modo sempre più agguerrito, il quadro delineato finora in due esempi eclatanti, disegna le dinamiche di potere a tutte le latitudini. Per questo allora possiamo dire che è nel costruire la possibilità delle persone di pensarsi in diritto e in potere di decidere insieme ai propri vicini, agli abitanti del quartiere, del paese o della propria città, che uso fare delle proprie risorse, come organizzare i propri spazi, che fini attribuire alle proprie vite, così come nel combattere ogni forma di estrattivismo che spreme e getta via lavoratori e terre per profitti di altri, che si costruisce la resistenza all’imperialismo, e quindi alla guerra. 

Lottare per una Palestina libera, oggi più che mai, significa lottare contro la guerra che la infiamma, che è prodotto del sistema estrattivista, imperialista e capitalista in cui siamo immersi. Lottare per la Palestina vuol dire mettere a ogni livello dei sassolini nella macchina del profitto, che sebbene sembra scorrere inesorabile, ha come spada di Damocle sulla sua testa la ribellione delle popolazioni – come quella del popolo iraniano.

Per leggere meglio la fase attuale di questo sistema di guerre, e in particolare la situazione che sta vivendo la Palestina, abbiamo scelto di approfondire in questo articolo il “piano di pace” scritto di fatto dagli Stati Uniti per Gaza, le questioni che apre, gli obiettivi che persegue, per poi inserirlo in una cornice economica più ampia sul concetto di disaster capitalism. Conoscere più complessivamente lo sguardo occidentale sulla ricostruzione di Gaza ci permette anche di capire più in profondità l’agire del sistema universitario italiano in questo contesto. Alle affermazioni del ministro Tajani sull’opportunità di contribuire a formare la nuova classe dirigente palestinese, infatti, proprio gli atenei pisani hanno risposto facendosi promotori della costruzione di un ateneo italiano a Gaza, là dove tutte le università palestinesi sono state distrutte. Nell’ultimo paragrafo dell’articolo riporteremo questa notizia, dandone la lettura dal punto di vista di chi, dall’inizio del genocidio, sta lottando contro le complicità dell’accademia con il sistema israeliano. 

Il piano di pace

In Palestina non c’è tregua. Nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania le forme con cui lo Stato di Israele conduce la guerra contro i palestinesi sono sempre più articolate e violente. Al di là della “linea gialla” – il territorio ancora più stretto in cui sono confinati migliaia di palestinesi – si vive nelle tende, senza gas, alla fame e al freddo. In Cisgiordania la colonizzazione israeliana, sotto forma di gruppi paramilitari o dell’esercito, procede come non mai. Questo dopo che il 17 novembre le Nazioni Unite hanno adottato la risoluzione 2803 sulla base della proposta di Donald Trump “comprehensive plan to end the Gaza conflict”, che prevede un mandato internazionale per un’amministrazione di transizione di Gaza, il board of peace presieduto da Donald Trump, insieme alla presenza di “forze di sicurezza internazionali” nella regione. 

Non stupisce che le violazioni di questo accordo da parte di Israele siano all’ordine del giorno: da due anni qualsiasi patto, stipulato soltanto per manipolare la verità della guerra che l’esercito di occupazione continuava a fare a Gaza, non è mai stato rispettato. Dietro a questa risoluzione, però, si possono rintracciare diverse dinamiche che la rendono un passaggio necessario da comprendere per il movimento per la Palestina, dal momento in cui struttura le complicità dei nostri governi e delle aziende occidentali su un livello sempre più profondo. Come afferma Ramzy Baroud, fondatore del Palestine Chronicle, “non è la fine della guerra, è una transizione verso una guerra amministrata, istituzionale e permanente. Di fatto la risoluzione non apre un processo di pace, ma una nuova fase della guerra”. Chi sono gli attori di questa nuova fase, quali siano i loro obiettivi e come agiscano è quello che passo passo vorremmo comprendere sempre meglio.

Si è già detto tanto sul nuovo modello coloniale affermato da questa Risoluzione, che oltretutto non rispetta nessuno degli elementi di una “buona pace” descritti dalle stesse Nazioni Unite, tra cui le sanzioni per i responsabili, i risarcimenti per la parte danneggiata, la fine del supporto finanziario per chi ha contribuito a sovvenzionare il genocidio. Nel testo non si fa mai riferimento al concetto di responsabilità per Israele, nonostante i crimini contro l’umanità che lo stesso diritto internazionale ha riconosciuto; non si riconosce il popolo palestinese come soggetto politico. Con le due strutture principali previste, il Board of peace e le forze di sicurezza – costituite da società militari private, che non devono quindi rispondere alle autorità di parlamenti e convenzioni -, si afferma un governo esterno coloniale su Gaza e contemporaneamente ci si pone l’obiettivo che Israele in due anni di genocidio non è riuscita a raggiungere: disarmare la resistenza palestinese. Quello che non è riuscito con la forza, si tenta ora anche sul piano della diplomazia, mentre si continua a portare allo stremo un popolo.

C’è un altro aspetto che nella risoluzione rimane volutamente poco definito: dal punto di vista economico, il piano rimane molto vago sulla ricostruzione di Gaza, nonostante le cifre da gestire di cui si parla ammontino circa a 70 miliardi. Si nomina un nuovo fondo per cui si tira in causa la Banca Mondiale, e si mette esplicitamente la ricostruzione economica di Gaza sotto il controllo esterno di donatori. 

Disaster capitalism

In questa logica orientata agli interessi del profitto, i piani per la ricostruzione di Gaza rientrano pienamente in ciò che Naomi Klein definisce Disaster Capitalism. Attraverso questa lente teorica è possibile comprendere non solo la nuova fase politica in corso a Gaza, ma anche dinamiche e interessi strutturali che si riproducono a livello globale, in un contesto in cui crisi e guerre si susseguono con ritmo sempre più accelerato. Nel suo libro The Shock Doctrine: The Rise of Disaster Capitalism, Klein descrive come la distruzione e il collasso provocati da guerre o disastri naturali vengano utilizzati come occasioni di profitto per le élite politiche ed economiche globali, ma soprattutto come strumenti per imporre riforme politiche funzionali agli interessi del capitale, quali la deregolamentazione, la privatizzazione e l’accaparramento delle terre e delle risorse naturali. 

Attraverso una economic shock therapy, vengono creati fatti politici ed economici che favoriscono gli interessi delle grandi imprese internazionali in assenza di qualsiasi controllo democratico, mentre la popolazione locale è troppo distratta e sopraffatta dalla distruzione per reagire o opporsi in modo efficace. Si tratta di uno schema già osservato in contesti come l’Iraq, il Libano e l’Afghanistan, dove la ricostruzione post-bellica è stata utilizzata per imporre assetti economici e politici esterni, spesso senza il consenso delle comunità colpite. 

Tipicamente, si possono individuare tre meccanismi principali che innescano il capitalismo dei disastri: (1) l’istituzione di una struttura di governance che nega alla popolazione locale l’agency politica e il controllo sul proprio futuro; (2) un processo di accaparramento della terra, estrazione delle risorse e profitto dalla ricostruzione; e (3) l’imposizione di assetti di sicurezza volti a far rispettare le condizioni necessarie a un controllo politico ed economico duraturo della potenza imperialista, in questo caso da parte di Israele e dei suoi alleati.

Il caso di Gaza: ricostruire per ridisegnare.

Nel caso di Gaza, la risoluzione dell’ONU come già detto rimane vaga riguardo ai piani precisi per il futuro economico di Gaza, ma possiamo ricavare un’idea delle intenzioni a partire da diversi progetti proposti negli ultimi anni – già da tempo quindi si guarda con desiderio ai profitti della ricostruzione. Questi progetti sono proposti da diversi soggetti e hanno diverse caratteristiche, ma logiche comuni che possiamo definire appaiono chiaramente. Tra questi, figura il piano An Economic Plan for Rebuilding Gaza: A BOT Approach, elaborato dal professore Joseph Pelzman della George Washington University, che nel luglio 2024 lo ha presentato al team di Donald Trump, ispirando la visione molto nota del presidente di trasformare Gaza nella “Riviera del Medio Oriente”. Un altro progetto rilevante è GREAT Trust (Gaza Reconstruction, Economic Acceleration and Transformation Trust), che sarebbe stato guidato da un gruppo di uomini d’affari israeliani capeggiati da Michael Eisenberg, finanziere israelo-americano, insieme a Liran Tancman, ex membro dell’intelligence militare israeliana.  

In particolare, il piano di Pelzman esplicita in modo sistematico uno schema che si chiama “Build-Operate-Transfer” (BOT) che riflette una razionalità più ampia, rintracciabile anche negli altri progetti di ricostruzione. Tale schema prevede che investitori stranieri ottengano il controllo di Gaza per un periodo di 50 anni, occupandosi della ricostruzione (Build) e della gestione di un’amministrazione civile (Operate) basata sulla “fornitura privata di servizi pubblici” e sull’applicazione dei principi di common law su proprietà, contratti e diritto penale e civile. La sovranità dei residenti (Transfer) verrebbe considerata solo al termine di questo periodo, una volta completata l’amministrazione civile e consolidato il paradigma della rule of law.

Questa impostazione, pur presentata come tecnica e neutrale, esprime una logica di governance che esclude la popolazione locale da qualsiasi agency politica e controllo sul proprio futuro, negando di fatto il diritto all’autodeterminazione. Inoltre, viene imposto un sistema socio-economico costruito a vantaggio di interessi esterni, che espone i palestinesi a un livello estremamente elevato di rischio e vulnerabilità. 

Con questo schema di governance privatizzata, il processo di ricostruzione tende strutturalmente a trasformarsi in un meccanismo di estrazione di profitti a favore di multinazionali globali e regionali. Il flusso di miliardi di dollari previsto dal Fondo, formalmente destinato alla crescita dell’economia palestinese, rischia così di essere intercettato e sfruttato principalmente da grandi attori economici esterni, piuttosto che reinvestito a beneficio della popolazione locale. Questo rischio è ulteriormente accentuato dal fatto che gare e bandi per la ricostruzione sarebbero gestiti direttamente dal Fondo e dal Board of Peace, escludendo di fatto qualsiasi controllo palestinese sui processi decisionali e sull’allocazione delle risorse. In tale contesto, la ricostruzione diventa uno spazio privilegiato di accumulazione per capitali esterni, più che uno strumento di sviluppo locale.

Inoltre, i piani prevedono anche l’estrazione e la fornitura di gas da Gaza. Inserita in questo modello di governance, l’estrazione delle risorse naturali non può che configurarsi come parte di un più ampio processo di accaparramento della terra e delle risorse, rafforzando una dinamica coloniale di espropriazione economica e territoriale. Alla luce delle recenti azioni e pressioni esercitate dagli Stati Uniti nei confronti di paesi ricchi di risorse naturali — come il Venezuela, la Colombia o la Groenlandia — il contenuto e la tempistica dei piani di ricostruzione di Gaza devono essere letti all’interno di una più ampia traiettoria di imperialismo estrattivista statunitense, in cui la ricostruzione diventa uno strumento per garantire accesso, controllo e sfruttamento delle risorse strategiche sul livello globale.

Tornando alla teoria del capitalismo del disastro, dobbiamo però aggiungere un tassello, che aggiunge violenza a questi disegni economici. Nel contesto di Gaza, infatti, emerge una differenza cruciale che il modello classico del Disaster Capitalism rischia di trascurare. In altri casi non era presente un attore portatore di un progetto di colonizzazione di natura genocidaria. A Gaza, invece, ai meccanismi già noti si aggiungono strumenti volti a portare avanti il genocidio, finalizzati alla distruzione della vita, della terra e della cultura palestinese, e alla creazione di un nuovo sistema politico ed economico concepito per il “dopo genocidio”.

Per esempio, nel progetto GREAT vengono proposti programmi di trasferimento volontario in cui i Gazawi che accettano di spostarsi “volontariamente” in un altro paese ricevono un pacchetto di ricollocazione di 5.000 dollari a persona, con affitto sovvenzionato per quattro anni (100% nel primo anno, 75% nel secondo, 50% nel terzo e 25% nel quarto) e sostegno alimentare garantito per il primo anno. In parallelo, la costruzione di abitazioni permanenti viene giustificata anche con il fabbisogno residenziale di persone non provenienti da Gaza. Il piano prevede che 25% della popolazione si sposti in un altro paese. Nonostante questo venga motivato con l’obiettivo di “accelerare la ricostruzione”, si configura invece come ulteriore meccanismo per sostituire la popolazione Gazawi con residenti esterni.

Inoltre, i piani di investimento e le visioni e proposte socio-economiche sono così invadenti da trasformare il territorio in un hub commerciale, in una “Riviera turistica”. Più che ricostruzione, dovremmo parlare di sostituzione. Con la distruzione del patrimonio culturale, lo scolasticidio e l’ecocidio, Gaza è stata trasformata in modo sistematico e travolgente, ed ora dopo la distruzione si procede con il sostituire quello che c’era con qualcosa di completamente diverso. La visione della ricostruzione non riprende affatto ciò che era Palestina o Gaza: non viene mai menzionato un piano per il patrimonio culturale, per i siti archeologici o per il recupero dei danni ecologici.

L’unico aspetto a cui sembra essere attribuito un ruolo importante è la costruzione di un sistema scolastico. Tuttavia, emergono elementi che fanno intuire un ulteriore meccanismo della pulizia etnica, che punta tramite la scuola alla creazione di una nuova identità e alla sostituzione di quella palestinese. In particolare, si prevede l’istituzione di un sistema scolastico riformato dalla materna fino al 12° anno, basato sui curricula di Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Arabia Saudita, e gestito da docenti internazionali secondo il modello IB di Singapore, rafforzando così un’educazione orientata a un’identità esterna, e non alla trasmissione della cultura locale palestinese.

La cosiddetta “ricostruzione di Gaza” rappresenta così una forma di guerra forse meno visibile delle bombe e della fame, poiché mascherata dal linguaggio delle “politiche di sviluppo”, ma che, in ultima analisi, continua a colpire il popolo palestinese attraverso la medesima violenza coloniale. Pensiamo che queste riflessioni dimostrino come il movimento per la Palestina debba tenere di conto di questa nuova fase, per impegnarsi sempre di più a distruggere i profitti di chi lucra sulla ricostruzione, e al livello mondiale sull’estrattivismo coloniale di risorse. I piani  della cosiddetta “ricostruzione di Gaza” non devono essere interpretati come l’ennesimo accordo internazionale destinato a essere disatteso da Israele, bensì come una transizione verso un sistema politico ed economico coerente con il progetto di colonizzazione d’insediamento e di natura genocidaria portato avanti da Israele, nonché con gli interessi di profitto delle élite globali.

Come sappiamo, questi processi prendono spesso avvio anche nei nostri contesti, come dimostrano diversi attori italiani — tra cui alcune università pisane — che cercano di trarre vantaggio dalla “ricostruzione di Gaza” attraverso collaborazioni istituzionali e politiche, come vedremo nell’ultimo paragrafo. Per questo motivo, uno dei compiti fondamentali del movimento per la Palestina rimane quello di smascherare i piani coloniali delle élite globali e di contrastarli attivamente all’interno dei propri contesti.

… e l’Università.

Nelle dichiarazioni di novembre 2025, il ministro degli esteri Tajani ha sottolineato l’importanza di un sostegno trasversale alla Palestina, che non trascuri gli aspetti fondamentali dell’educazione necessari a ricostruire una società civile in grado di aprire un dialogo interno. “Anche questo – ha affermato – è un modo concreto per contribuire a formare la futura classe dirigente: per una Palestina libera, prospera, sovrana e pacifica. Una Palestina che, in tali condizioni, l’Italia è pronta a riconoscere senza ulteriori attese, ma che avrà bisogno di una leadership forte, trasparente e preparata.” 

A tale necessità la ministra Bernini ha subito fatto seguito, annunciando il progetto di costruire un’università italiana a Gaza. In questa catena di comando, i prossimi ad intervenire sono stati proprio i rettori dei tre atenei pisani. L’Università di Pisa, la Scuola Normale Superiore e la Scuola Superiore Sant’Anna, riunite nelle persone dei tre rettori insieme all’arcivescovo della città, si sono proposti come avanguardie di questo processo, definendo il territorio pisano come uno strategico “hub di pace”. Si nominano progetti precisi: “dal reclutamento di politologi internazionali specializzati in risoluzione dei conflitti alle collaborazioni già avviate con scienziati palestinesi per comprendere la situazione delle università nelle zone di guerra, fino al progetto di costruire un nuovo ateneo italiano a Gaza, come auspicato dalla Ministra dell’Università e della Ricerca Anna Maria Bernini”.  

Ecco l’ultimo tassello per un colonialismo perfetto: la formazione occidentale di una futura classe dirigente “palestinese”, perfettamente addomesticata alle volontà dei colonizzatori. Dall’inizio del movimento per la Palestina, le complicità della nostra accademia si sono modificate, sia nella conoscenza che ne abbiamo fatto, sia per le scelte del nostro Ateneo. In particolare, tramite le lotte per il boicottaggio abbiamo conosciuto sempre più facce della complicità: dagli accordi quadro ai progetti europei, ai software delle nostre biblioteche. Ma anche la nostra governance si è ristrutturata: dovendo tagliare su alcuni accordi più espliciti, come quelli quadro, deve rientrare ora in un piano molto più raffinato e strategico di allineamento con il governo italiano. 

«Nel piano 2025 ho reclutato per chiamata diretta un politologo internazionale che si occupa proprio di risoluzione dei conflitti», ha annunciato il Rettore Nicola Vitiello della Scuola Superiore Sant’Anna, nell’incontro sopra menzionato. «Abbiamo invitato uno scienziato palestinese a spiegarci quali università esistevano e non esistono più a Gaza: ci siamo fatti fare un quadro concreto, al di là delle divisioni. […] A Gaza non ci sono più atenei. La proposta della Ministra Bernini mi trova assolutamente d’accordo: perché non pensare di costruire nella Striscia un’università italiana, appena le condizioni di sicurezza lo permetteranno? Dobbiamo trasmettere ai giovani valori positivi e le università possono creare ponti, collaborando con tutte le istituzioni senza prendere la parte di una fazione in guerra. […] Se questa cosa la fa un ateneo non sposta gli equilibri, ma se c’è uno sforzo coordinato, e Pisa potrebbe essere il polo universitario delle Scienze per la pace, questo potrebbe diventare anche un asset strategico».

Noi diciamo ai tre rettori che non abbiamo avuto bisogno di due anni di genocidio e di politologi internazionali per sapere che a Gaza non ci sono più atenei. Ci sono bastate le parole dei palestinesi per capirlo. In questi due anni abbiamo costruito i nostri antidoti alla legittimazione scientifica del colonialismo israeliano, fondata sulla “neutralità”, sulla distanza necessaria per un sapere “vero”. Non ci serve una diplomazia che giustifica e legittima il colonialismo israeliano. E soprattutto, non faremo parte dei loro piani coloniali sulla ricostruzione di Gaza, che ora ci sono ben chiari. 

Riferimenti e approfondimenti.

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