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La boxe popolare vince anche in territorio ostile!

 

Da quanto tempo fai boxe?

 

Ho iniziato a fare boxe nel 2010 quando al Laboratorio Crash! abbiamo aperto l’esperienza della palestra popolare antirazzista Red Rose. Per me e per tanti ragazzi e ragazze che partecipavano sono sicura che sia stata veramente una prova interessante: approcciarsi a nuovi movimenti che inizialmente si eseguono in modo estremamente goffo e scoordinato in mezzo a tante persone che per lo più non si conoscono, produceva chiaramente grande imbarazzo. Le prime volte tutti tendono a fare gli esercizi a coppie solo con il proprio amico o amica, per lo più dello stesso sesso, o a ricercare qualcuno allo stesso livello, ma alla Red Rose lavoravamo esplicitamente per abbattere questi blocchi e per costruire un ambiente inclusivo e accogliente per chiunque, così piano piano eravamo diventati decisamente un bel gruppo. Ma io venivo dal calcio femminile e dopo qualche mese di palestra ho lasciato per tornare al gioco di squadra. Mi sono tornata ad imbattere nei guanti e nei sacchi ad Aprile 2014 quando, avendo dovuto lasciare Bologna perché colpita dai divieti di dimora per la cacciata della polizia da Piazza Verdi di Maggio 2013, mi sono trasferita insieme agli altri compagni e compagne con le mie stesse misure cautelari a Modena. Un amico di Bologna mi suggerì di andare ad allenarmi alla Boxe Ghirlandina, per ingannare il tempo libero dalla militanza bolognese, e fin dal primo giorno il maestro Silvio Andreola mi ha preso nelle sue grazie.

 

 

Ci spieghi come funziona la partecipazione ai campionati regionali o nazionali?


Diciamo che io sapevo e so tutt’ora ben poco di come funziona il circuito di pugilato della federazione italiana, ho la mentalità molto impostata sulla boxe delle palestre autogestite e autorganizzate, e anche come sono finita a fare i campionati italiani a squadre regionali della scorsa settimana è stata per me una sorpresa. Mi hanno mandato a un collegiale a Ravenna, senza che io neanche sapessi cos’era un collegiale, sapevo solo che dovevo fare dello sparring con un’altra ragazza per la selezione per un torneo. Quando poi mi hanno detto che ero stata scelta sono rimasti giustamente stupiti alla mia domanda su quale fosse questo torneo!

 

Nel campionato di Spoleto a cui hai partecipato recentemente cosa ti è successo?


Per quanto riguarda la mia avventura a Spoleto dello scorso fine settimana, intanto bisogna considerare che il mio allenamento del martedì è stato resistere per dodici ore all’attacco di più di 250 uomini in divisa che in tenuta antisommossa si sono presentati all’alba fuori dall’Ex-Telecom Occupato, dove anche io vivevo da marzo, per sgomberare più di ottanta famiglie con un centinaio di minori. A parte la rabbia e lo stress della giornata sono stata ovviamente coinvolta negli spintonamenti e negli strattonamenti di digos e celerini che, dopo aver sfondato la porta del piano dove eravamo barricati in una ottantina di adulti e almeno altrettanti bimbi e ragazzini, ci hanno dovuto trasportare fuori di peso a uno a uno, mentre il resto degli occupanti continuava a resistere sul tetto e fuori i solidali ci davano coraggio. Inoltre prima di partire vengo informata del fatto che la comandante della caserma dove si sarebbe svolto il torneo non avrebbe gradito la mia partecipazione, e mi si chiede di assicurare a uno dei responsabili dell’organizzazione che io sto andando la solo per fare la boxe. In ogni caso io non posso dormire in caserma con tutte le altre atlete e mi pagheranno una camera di albergo. Come se non bastasse quando arriviamo a Spoleto mi portano nell’ufficio di uno dei dirigenti che oltre a farmi un verbale di identificazione per una denuncia per manifestazione non autorizzata (da lui stesso definita “una cavolata”) mi fa la paternale sul perché una ragazza brillante come me scelga dei modi cosi poco corretti per manifestare. La cosa assurda comunque è che l’interdizione vale soltanto per il dormire la notte. Durante il giorno posso liberamente girare per tutta la caserma, alla mensa, al peso, e nelle stanze dove le mie amiche mi accolgono anche loro ridendo di gusto dei provvedimenti presi contro questa “pericolosissima” ragazza. Anche il mio maestro Silvio non può entrare se non durante i combattimenti e previo rilascio del documento d’identità, perché non iscritto tra i tecnici della rappresentativa regionale. I tre giorni passano in fretta, con le ragazze mi diverto molto, dormo da dio nella mia stanza d’albergo, i combattimenti vanno bene e come Emilia-Romagna vinciamo la finale! A mia sorpresa vengo anche premiata come miglior pugile del torneo, con il dirigente del primo giorno che mi chiede il permesso di fare le foto delle premiazioni insieme a me e in quelle non ufficiali si toglie il cappello. Dulcis in fundo la proposta della comandante della caserma di partecipare al concorso per entrare nella polizia del prossimo anno… ahahah, si certo, aspettatemi, polli e pure leccapiedi!

 

Lo sport, non solo la boxe, ad alti livelli spesso è accessibile solo se si sceglie di arruolarsi tra le squadre delle forze dell’ordine. Questo perché in un sistema neoliberista non c’è spazio per chi voglia vivere di sport al di fuori dei solchi stabiliti. Secondo te qual è lo stato di salute della boxe italiana?


Lo stato di salute della boxe italiana, così come quello dello sport in generale, è legato al non essere vissuto come un’attività importante dal punto di vista sia della salute fisica che della crescita caratteriale ed esperienziale e dello sviluppo completo della persona che lo svolge, ma all’essere trattato come un altro ambito da sfruttare per sviluppare profitti, consumi e disciplinamento. Lo sport è un’attività a cui tutti possono accedere, non servono particolari capacità iniziali e neanche capitali ingenti per spazi e attrezzi. Per dire, a me per allenarmi bastano i sacchi rattoppati che saranno in palestra da chissà quanti anni, corde, pneumatici, barre di ferro, pezzi di cemento e le scale d’emergenza della bocciofila di fianco. Non c’è bisogno di avere il tapis-roulant a 12 velocità, 18 pendenze, col collegamento bluetooth all’Iphone e la masturbazione mentale incorporata. Lo sport è messa in gioco, l’individuo è costretto a esprimersi in mezzo agli altri, a misurarsi con gli altri, cosa che se è fatta e percepita nell’ottica giusta, è molto positiva per approfondire la conoscenza di se stessi e le capacità di rapportarsi col mondo esterno. Anche la competizione secondo me è una cosa buona, basta che si esaurisca nell’atto sportivo, ovvero che sia una ricerca del miglioramento sempre nel contesto del rispetto degli avversari e del divertimento. Chi sacrifica il divertimento alla competizione tra l’altro spesso cade in una spirale che può addirittura peggiorare le prestazioni dell’atleta: la tensione al miglioramento o alla vittoria senza il divertimento risulta solo in un aumento di stress che diminuisce la capacita performante. Inoltre se lo sport è business i finanziamenti vanno dove c’è potenziale guadagno, con evidente svantaggio delle realtà piccole e degli sport minori. Anche nel pugilato di federazione le palestre per mancanza di liquidi riescono a organizzare poche riunioni sportive, i pugili combattono poco e gli atleti non riescono così a mantenere un livello alto di allenamento o abbandonano direttamente non essendo stimolati da obiettivi.

 

Il business sportivo ha ucciso gli elementi più nobili della boxe. Le palestre popolari sono un’alternativa perché partono da un discorso di solidarietà, aggregazione e di ragionamento sullo sport come strumento, appunto e non come business. Quale credi sia la via per costruire un nuovo approccio allo sport?


Come per tante altre cose il momento di crisi può essere giocato come un’opportunità per costruire un approccio alternativo allo sport. Sempre più famiglie infatti, e noi ne abbiamo esperienza diretta dall’inchiesta dei bisogni dei nostri occupanti, faticano a permettersi l’iscrizione dei figli alla squadra di calcio o al corso di karate. È importante continuare ad aprire spazi che diano la possibilità a questi ragazzi e ragazze (e ai loro genitori) di svolgere attività fisica, in maniera partecipata e autogestita, contestualizzando il ruolo dello sport all’interno della nostra società. Per quello che vedo io, il ragionamento sullo sport popolare in questi ultimi anni sta avendo infatti un’ottima accelerazione, con tante nuove attività e produzione di saperi non alienati o deleganti che devono essere ancora e ancora incrementati perché l’ambito dello sport diventi un nuovo fianco scoperto dove attaccare il potere con strumenti e armi che giorno per giorno dobbiamo continuare a costruire ed affilare.

 

di Noemi Fuscà

tratto da Sport Popolare

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