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L’esecuzione di Sakine, Rojbin e Leyla a Parigi


Orsola Casagrande

Parigi. Sabato 12 gennaio. Il cielo grigio di Parigi e la fine pioggia riflettono lo stato d’animo delle decine di migliaia di kurdi che sono arrivati nella capitale francese per chiedere al governo Hollande verità e giustizia sulle esecuzioni, il 9 gennaio, di Sakine Cansız, Fidan Doğan (Rojbin) e Leyla Şaylemez. Tre donne kurde, tre militanti, tre generazioni diverse. Sakine Cansız (55 anni) è stata una delle fondatrici del PKK, una vita, la sua, vissuta al servizio del suo popolo, per il quale desiderava pace, giustizia, libertà. Rojbin Doğan (32 anni) era la rappresentante a Parigi del Congresso Nazionale del Kurdistan. Il suo sorriso era contagioso: trasmetteva ottimismo. Leyla Şaylemez (24 anni) si era unita al movimento di liberazione del suo popolo in Europa, lavorava con i giovani.

Sakine, Rojbin e Leyla sono state giustiziate, colpite alla testa da killer spietati e preparati. Sono morte all’interno dell’ufficio di informazione del Kurdistan, nell’affollatissima Rue Lafayette, dietro la Garde du Nord, tra le 18 e le 19 (dice l’autopsia) del 9 gennaio. Nessuno ha visto niente, nessuno ha udito nulla.

Gli occhi dei centomila qui a Parigi sono umidi e rossi, non tanto per il lungo viaggio insonni che li ha portati qui, ma perché queste esecuzioni sono dirette anche a loro. Il messaggio dei mandanti di questo efferato omicidio è chiaro. Chi ha ucciso Sakine, Rojbin e Leyla ha cercato di uccidere anche la volontà e la determinazione dei kurdi, del loro lavoro per la pace, la libertà, la giustizia. I mandanti hanno un messaggio chiaro anche per il PKK e per il suo leader, Abdullah Öcalan: non sopportiamo la vostra idea di società. Non sopportiamo le vostre proposte per una nuova relazione tra le nazioni, tra le genti della Turchia. Non sopportiamo nemmeno l’idea di una società dove le donne non siano subalterne e pensate che vi lasceremo provare a costruirla ?

Sakine, Rojbin e Leyla sono state giustiziate proprio perché rappresentavano la summa di quello per cui il PKK lotta: la liberazione delle donne, la liberazione dei giovani, la liberazione delle nazioni, la pace, la giustizia, il dialogo, la libertà. Sono state giustiziate perché donne, perché kurde e perché militanti.

I killer erano dei professionisti. L’esecuzione ben pianificata, preparata con tempo. Esecuzione stile SAS, le teste di cuoio inglesi. Difficile non pensare a Gibilterra 1988 [il 6 marzo 1988 le SAS giustiziarono 3 militanti dell’Ira, Mairead Farrell, Sean Savage e Danny McCann, in pieno giorno, nella strada principale]. O all’ex primo ministro israeliano Golda Meier, dopo l’azione palestinese alle Olimpiadi di Monaco, nel ’72. La Meier ordinò al Mossad: “Andate, scovateli e giustiziateli: ecco la lista”. In vent’anni l’operazione “Collera di Dio” portò all’esecuzione – in vari paesi europei – di tutti quei palestinesi che il governo israeliano riteneva responsabili dei fatti di Monaco.

Il fatto che il primo ministro turco Recep Tayyip Erdogan abbia suggerito a poche ore dalla scoperta dei corpi di Sakine, Rojbin e Leyla che “sembrerebbe un lavoro interno” indica solo la coda di paglia di chi – sapendo di essere in qualche modo coinvolto – si affretta ad indicare possibili sospetti.

Ma se la reazione del governo turco era prevedibile, quella della stampa turca deplorevole ma altrettanto prevedibile, quello che è inaccettabile è l’accodarsi vigliacco e complice della maggior parte dei media internazionali (ed europei in particolare) spenti portavoce di poteri non più così forti. L’occidente, l’Europa che tanta responsabilità ha nella persecuzione infinita dei kurdi (a partire dall’Italia che, governo D’Alema, condannò di fatto Öcalan alla cattura) ha dimostrato ancora una volta la sua nullità politica.

Rendition flights, rapimenti, esecuzioni condotte sul proprio territorio senza che nessuno alzi un dito o la voce. Servizi segreti di questo e quel paese che scorrazzano liberi di fare il bello e il cattivo tempo in questo o quel paese d’Europa. La sinistra (ma esiste una sinistra in Europa ? a livello istituzionale, s’intende, perché sul campo, sì che esiste e resiste) ha la sua parte di responsabilità. Non ha mai smesso di pensare con questa paternalistà (e razzista) mentalità occidentale per cui esiste un “noi” e un “loro”. Fino a quando la sinistra in occidente non si libererà di questa mentalità colonialista cominciando a pensare e ad agire in termini di “noi” inteso come un unico “noi” nord e sud, est e ovest, non ci saranno, purtroppo, grandi speranze di qualcosa di diverso dal nulla politico che abbiamo di fronte.

No, nessuna faida interna al PKK. La Turchia è una cosa complessa. Questo “nuovo” processo (ma si può definire “processo”?) è guidato dal capo del MIT (i servizi segreti turchi) Hakan Fidan e consiste in una serie di incontri tra lo stesso Fidan e il leader del PKK Abdullah Öcalan (nel carcere di Imrali dal 1999) per “vedere se si raggiunge un accordo”. Accordo su che cosa ? Sul disarmo del PKK, dice il governo AKP, anzi, più precisamente, sull’abbandono delle armi e il ritiro oltre confine.

“L’obiettivo è quello di ottenere che il PKK deponga le armi – ha spiegato lunedì 14 gennaio il parlamentare e consulente principale di Erdogan, Yalçın Akdoğan – e questo significa il ritiro del PKK fuori dai confini della Turchia. Questo non è qualcosa che si otterrà dopo che il governo avrà fatto alcuni passi come sostiene il PKK. Il ritiro dal paese è il primo passo. Il processo avrà significato solo se questo passo avverrà”. Un processo di dialogo che inizia con una precondizione (e che precondizione: l’abbandono di armi e del suolo kurdo), già non può essere definito tale.

Allora, chi ha ordinato le esecuzioni di Parigi ? Una parte dei servizi segreti, il cosiddetto derin devlet, lo stato profondo, la gladio turca, quell’oscuro mix di generali, servizi segreti, magistratura, mafia ? Molto probabile. I segni inconfondibili del loro lavoro ci sono tutti.

Ma c’è qualcosa in più. Erdogan non è sincero per quello che riguarda questo “nuovo processo”. Il premier turco ha bisogno di tempo (il prossimo anno ci sono le elezioni amministrative). Ha perso credibilità tra i suoi deputati kurdi oltre che tra la base kurda dell’AKP. Ha bisogno di tempo per riconquistare la loro fiducia. Ma tutto indica che non ha intenzione di negoziare veramente per arrivare a una soluzione del conflitto kurdo, a una pace giusta e duratura.

La Francia deve rispondere a molte domande. Deve farlo in fretta se non vuole essere annoverata tra i complici di questo brutale omicidio. Rue Lafayette, dietro la Gare du Nord, è una via affollata. L’ufficio di informazione del Kurdistan dove le tre militanti kurde sono state assassinate è un luogo molto sorvegliato dalla stessa polizia francese. Sicuramente anche gli spostamenti di Sakine Cansız erano monitorati.

I centomila kurdi che a Parigi, sabato scorso, hanno chiesto verità e giustizia, con il cuore spezzato hanno mandato un messaggio chiaro ai killer: Continueremo a scegliere il dialogo e la pace. Continueremo a denunciare le vostre menzogne. I terroristi siete voi. I nostri occhi sono umidi ma non ci fermeremo finché i colpevoli di queste esecuzioni non saranno scovati. Staremo col fiato sul collo del governo francese, non molleremo finché giustizia sarà fatta, come ha detto la co-presidente del BDP (Partito della Pace e della Democrazia) Gülten Kışanak.

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