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L’Italia è un paese razzista

L’Italia è un paese razzista. È inutile girarci intorno. Non bastano le dichiarazioni di Napolitano sulla necessità di concedere la cittadinanza ai figli e alle figlie dei migranti nati in Italia per metterlo in discussione; né può farlo il ministero per l’integrazione che Monti si è affrettato ad istituire per addolcire, almeno a sinistra e nell’area cattolica, la pillola amara dei sacrifici e dell’austerity. Benvenuti nel deserto del reale, ieri a Firenze è andata in scena l’Italia. E Casseri, tutt’altro che pazzo depresso, è prima di tutto un italiano, nel senso che riflette pienamente l’identità razzista di questo paese. È tutta la storia del paese, la sua identità e la costruzione della sua narrazione ad essere intrisa di violenza razzista. Ed è una storia lunga che affonda le radici nella costruzione unitaria di cui stiamo festeggiando il centociquantesimo anniversario. Una storia fatta di linciaggi ed esecuzioni sommarie: prima i “meridionali” poi l’”altro” coloniale, gli ebrei, oggi i rom e i migranti internazionali. Una storia che ci parla di sopraffazione e sfruttamento, di marginalizzazione e violenza. Una violenza cieca, brutale ma ahimè assolutamente reale, che ho già visto andare in scena ormai troppe volte.

Quello che è successo a Firenze, non è un episodio isolato. Fa parte piuttosto di un sistema, una modalità reiterata di relazione con i tanti e le tante migranti che lavorano in questo paese. È la costruzione del mostro, del diverso al cuore della narrazione nazionale che evoca paure irrisolte. “Guarda, un negro; ho paura!” ha riassunto efficacemente Franz Fanon. È dunque con lo sguardo razzista che dobbiamo fare i conti, con quell’idea che la razza – che non è mai un attributo biologico ma è una categoria socialmente costruita per la marginalizzazione e subordinazione di alcuni gruppi sociali – è fatta di gerarchie: i bianchi sopra, i neri sotto, punto.

Il razzismo, andrebbe detto più spesso, non è un vizio ideologico o una patologia mentale, è un sistema capillare di subordinazione, dominio e sfruttamento costruito sul terreno della razza. Il problema allora non riguarda solo la retorica razzista e fascista della Lega Nord e di altre forze politiche, che costituisce senz’altro un’atroce aggravante e uno spazio di legittimazione, specie quando proferite dai banchi del parlamento. Il problema è più complesso e riguarda un preciso sistema di dominio e sfruttamento che alimenta atteggiamenti e comportamenti largamente diffusi.

Ha un sapore diffusamente razzista che ieri nei Tg, la notizia della strage di Firenze sia stata data tra le ultime e fanno rabbrividire i commenti che, per la gran parte, la hanno accompagnata. Mi ha indignato in modo particolare Enrico Mentana che al Tg delle venti su La7 ha parlato di un “safari”. Eppure Mentana aveva assunto una mimica triste, corrucciata. Era, a suo modo, addolorato da quello che era accaduto ma non per questo aveva potuto tenere a freno quell’equazione senegalese uguale animale che passa con l’idea del safari. No comment! O meglio, la cosa si commenta da sola. La questione, allora, è che, al di là del razzismo istituzionale, esiste un razzismo diffuso spesso anche tra chi si considera antirazzista, tra i tanti che premettono sempre “io non sono razzista ma …”. Tra chi si adopera in distinguo, individuando buoni e cattivi, i senegalesi sono lavoratori, i cinesi non pagano le tasse, i rumeni sono fascisti. Bah!

Il razzismo è subdolo. È annidato ovunque, dove meno te lo aspetti. E fa da sfondo ad atteggiamenti e comportamenti profondamente violenti, proprio come qualche giorno fa a Torino, come ieri a Firenze, negli anni passati a Rosarno o a Castel Volturno, proprio come la violenza quotidiana che abbiamo visto in questi anni, che non sempre raggiunge la grande attenzione di stampa e tv ma che miete vittime, accuratamente selezionate in base al colore della pelle o all’appartenenza geografica. Qualche mese fa a Civitavecchia un funzionario di polizia ha ucciso a fucilate il vicino senegalese perché non voleva vederlo nel giardino attiguo alla sua abitazione. A Brescia un altro lavoratore originario dell’Africa Sub Sahariana è stato ucciso dal suo datore di lavoro che non voleva dargli gli stipendi arretrati.

C’è poi da dire che molti degli episodi di violenza razzista hanno come sfondo il mondo del lavoro. E anche Casseri non ha colpito a caso le sue vittime. È andato a prenderle dove lavoravano. Dei lavoratori tartassati da questa crisi, i migranti sono senza dubbio i più colpiti. I primi ad essere espulsi dal lavoro che si riduce, i primi a dover accettare ricatti, malversazioni e soprusi e ad adeguarsi alle condizioni inique del lavoro nero. E, nel substrato razzista che fa da sfondo al nostro presente, sono i primi contro cui si scaglia la rabbia cieca di chi subisce la crisi e i programmi di austerity. D’altra parte, che siano soprattutto i migranti a pagare i costi della crisi e a raccogliere la rabbia sociale, va bene a tutti. Quando il razzismo gestisce l’organizzazione sociale e del lavoro è sempre possibile mantenere una classe di lavoratori razzializzati, ovvero marginalizzati e dequalificati, disposti a lavorare a qualunque condizione, con un chiaro vantaggio per imprese e datori di lavoro che, in tempo di crisi, sono più che mai alla ricerca di profitti.

Tra le tante cose dette sui fatti di Firenze, mi ha anche colpito chi si è stupito che un tale episodio capitasse proprio a Firenze, “la Firenze di La Pira” commentava con sorpresa il vice direttore del TG3 Giuliano Giubilei. Certamente Firenze, nel 1962, sindaco Giorgio La Pira, aveva accolto Léopold Senghor, presidente del Senegal indipendente invitandolo a lanciare al mondo “il messaggio dell’Africa, madre dei continenti”, un messaggio dunque di resistenza e lotta anticoloniale. Ma negli anni Sessanta, il razzismo italiano, impegnato contro gli operai meridionali nelle fabbriche del nord, non aveva ancora alcun interesse per i popoli dell’Africa, ancora sufficientemente lontani e distanti. Solo negli anni Novanta l’atteggiamento mutò, quando le migrazioni internazionali divennero una realtà e Firenze si riscoprì razzista. Tutt’altro che pronta ad accogliere il messaggio dell’Africa lanciato da Sengor, fu tra le prime città italiane a dare il via alle violenze organizzate contro i lavoratori migranti. Nel febbraio del 1991, i commercianti del centro storico, approfittando della folla in strada per il carnevale, organizzarono, mascherati, una vera e propria “caccia agli ambulanti”– prevalentemente giovani senegalesi – con pestaggi di gruppo e razzia delle mercanzie. Un episodio che indignò profondamente la “borghesia illuminata” fiorentina senza tuttavia che questa indignazione si traducesse mai in una reale elaborazione di quei fatti. La reazione fu dunque vuota, inconsistente, come per altro vuote e inconsistenti appaiono oggi le parole di circostanza di Matteo Renzi e il peloso contributo per il rimpatrio delle salme delle vittime.

Più in generale, allora, la lunga storia del razzismo italiano ci pone anche di fronte alla sua mancata elaborazione. In Italia, il razzismo ha anche una storia di rimozione. E non è solo la rimozione della scomoda eredità del fascismo: dell’olocausto e delle violenze coloniali. È più precisamente la mancata elaborazione del razzismo sistemico che attraversa l’intera storia del paese. Perché il razzismo non è un effetto contingente, legato ad altri fenomeni sociali ma un profondo sistema di diseguaglianze che ha storicamente fratturato lo spazio nazionale, con pesanti implicazioni sull’organizzazione sociale e del lavoro.

Lottare contro il razzismo, allora, vuol dire fare i conti con questa storia e con queste implicazioni, vuol dire ripercorrere criticamente la storia del paese evidenziando il sistema di diseguaglianze e sfruttamento celati dietro al razzismo. Solo con un lavoro critico di questo tipo, e solo mettendo in discussione tanti degli assunti che ritornano nei nostri discorsi e nel nostro immaginario sarà possibile provare a cambiare le cose, a rendere questo paese, almeno un po’, meno razzista. Detto altrimenti la lotta al razzismo non può essere mera solidarietà, per quanto sia sacrosanto esprimere solidarietà ai rom di Torino o ai senegalesi di Firenze. La lotta la razzismo deve essere un progetto radicale di cambiamento che investe la società nelle sue fondamenta e interessa tutte e tutti, bianchi e neri, migranti e non. Nessuno può restarne escluso. È una lotta più complessiva contro lo sfruttamento e l’imbarbarimento della vita sociale e politica. Altrimenti, semplicemente, non è.

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