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Cosa ci dicono le catene del valore? Dipendenza, crisi industriali e predazione finanziaria

Il dibattito politico profondo latita e ci si scanna per lo più su ciò che intimamente si desidera, invece che su ciò che concretamente succede. Per sbrogliare questa matassa forse dobbiamo fare un passo indietro e porci alcune domande su dove sta andando il capitalismo. In questo caso lo faremo con un occhio di riguardo al nostro paese.

Purtroppo è necessario fare alcune premesse: noi siamo ancora tra quelli che ritengono che tra guerra, politica ed economia vi sia un’intima ed inscindibile relazione che va oltre la semplice acquisizione che il mercato delle armi sia un business importante o che “La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi”. Allo stesso tempo non crediamo che ci si possa sedere su una visione meccanicistica in cui è l’economia che rigidamente determina gli altri campi del ragionamento, si tratta di un “movimento” in cui questi tre fattori si influenzano a vicenda, ma all’interno del quale il capitale ha un ruolo speciale che struttura e sostanzia la natura contemporanea degli altri due (guerra e politica esistevano prima della nascita del capitalismo ovviamente, ma la loro natura attuale è inspiegabile senza comprendere il funzionamento di quest’ultimo). Ecco dunque che la guerra in Ucraina, vista molto da vicino sembra “solo” un conflitto geopolitico per alcuni, un’invasione di una tra le potenze mondiali nei confronti di un paese più debole per altri. Allo stesso modo il genocidio di Gaza può apparire per alcuni “solo” come un conflitto etnico-religioso, per altri come uno scontro tra interessi regionali, per altri ancora come una pura atrocità. Tutte queste letture hanno dei tratti di verità, ma prese da sole, senza inserirle dentro il “movimento” ci fanno perdere la bussola. Questa piccola digressione è necessaria per far comprendere il presupposto da cui partiamo, sebbene in questo articolo si parlerà in particolar modo del nostro paese.

Dunque dove sta andando l’economia che possiede questo “ruolo speciale”? Cosa ci dicono le catene del valore?

Iniziamo da ciò che salta all’occhio immediatamente sfogliando qualsiasi giornale: l’Italia è immersa in un nuovo ciclo di crisi industriali che è appena al suo inizio. Il caso più noto, ma non per forza quello più esemplificativo è quello di Stellantis. La vicenda dell’ex-FIAT è certamente paradigmatica, ma a differenza del passato non rappresenta che parzialmente la natura del capitale industriale contemporaneo in Italia, fatto di medie e piccole imprese, spesso associate in distretti, a loro volta inserite in catene del valore internazionale. La crisi di Stellantis è imputata genericamente alla competizione cinese sul comparto dell’auto elettrica ed alla scelta dell’Unione Europea di privilegiare questo comparto rispetto a quello classico dei motori a scoppio.

L’amministratore delegato di Stellantis, Carlos Tavares se ne è andato mettendosi in tasca una liquidazione di 100 milioni di euro, ma nel frattempo ha a lungo allietato i padroni della multinazionale. Dalla fondazione nel 2021, Stellantis ha distribuito ai soci circa 23 miliardi, di cui oltre 17 miliardi di dividendi (incluse le azioni Faurecia) e riacquisti azionari per 5,5 miliardi. Exor, primo socio della casa con i 14,9%, ha incassato nel giro di quattro anni una maxi-cedola di quasi 3 miliardi, senza contare i benefici dei buyback effettuati e annunciati da Stellantis. La strategia di Tavares è stata sostanzialmente quella di mantenere la produzione al minimo sfruttando ogni picco di domanda per alzare i prezzi. La Stellantis in sostanza si è trasformata in un bancomat con dividendi ed utili stratosferici, nonostante abbia venduto molte meno auto e costretto i suoi lavoratori in cassa integrazione. In Europa ha immatricolato nel settembre 2024 il 26% in meno di automobili dello stesso mese del 2023 con la quota di mercato che è scesa dal 17,2% al 13,3%. Allo stesso modo sul mercato americano l’aumento del listino dei prezzi ha fatto calare le vendite. I dividendi sono andati a scapito anche di un settore degli investimenti fondamentale come “Ricerca e Sviluppo”: il gruppo mostra uno dei rapporti più bassi fra vendite e spesa in ricerca e sviluppo (la cosiddetta r&d intensity) nell’industria globale dell’auto. Nel 2022, per esempio, gli investimenti in r&s di Stellantis sono stati pari a 5,2 miliardi a fronte di ricavi per 179,6 miliardi: il rapporto è stato cioè del 2,9%, di gran lunga inferiore rispetto al 6,3% di General Motors, al 5,7% di Mercedes, al 5,1% di Volkswagen e al 4,6% di Renault.

Questa che abbiamo descritto si può definire come una strategia consolidata del capitalismo contemporaneo: la finanziarizzazione estrema dei settori industriali è ben nota. Questa storia avrebbe anche una morale in senso capitalistico: la crisi è stata sostanzialmente generata dalla totale sproporzione tra il capitale finanziarizzato e la produzione reale. Mentre il numero di macchine vendute scendevano, la quantità dei dividendi aumentava, finché questo rapporto non è stato più sostenibile. Ma la vera domanda è se sia “solo” una questione di avidità o se tutto ciò è stato intenzionale. Cioè una forma di liquidazione da cui trarre il maggior profitto possibile. Alessandro Volpi in questo suo articolo ci ricorda che:

Per fotografare il modus operandi di Stellantis, del resto, può essere utile ricordare un episodio molto eloquente. Nel 2019 l’allora Fca, in pratica la Fiat, vendeva per 5,8 miliardi di euro l’azienda storica Magneti Marelli alla giapponese Calsonic Kansei, ora di proprietà del fondo finanziario onnipresente in Italia Kkr (ne abbiamo scritto a proposito della rete Tim, ndr). Da allora, i dipendenti italiani della Magneti Marelli si sono ridotti a meno di 7mila, di cui circa 250 in “licenziamento” congelato.

Tenete a mente il nome Kkr, ma torniamo a parlare delle crisi industriali al di là del caso Stellantis. Siamo a Copparo nel Polesine, la Berco, azienda nata nel 1920 che produce componenti e sistemi sottocarro per macchine movimento terra cingolate, vuole lasciare a casa 140 lavoratori. Attualmente la Berco è di proprietà del gruppo ThyssenKrupp e di ciò che produce solo il 10% dei prodotti interessano il mercato Italiano mentre il 90% è rappresentato dai mercati esteri, dei quali il 32,9% è rappresentato dagli USA. Poi c’è Bari, 1.600 lavoratori dello stabilimento Bosch rischiano il posto di lavoro. Producono componenti per motori diesel e a benzina che dal 2035 non potranno più essere costruiti. Questi iniziano ad essere i sintomi di qualcosa di molto più profondo. Qualche tempo fa su Le Monde (poi tradotto da Internazionale) è uscito un articolo che dava voce alle preoccupazioni degli imprenditori del bresciano sulle conseguenze della crisi industriale in Germania sulle aziende lombarde. Brescia è uno dei luoghi simbolo del modello delle piccole e medie imprese distrettuali che tra Veneto e Lombardia hanno rappresentato il nuovo cuore del capitalismo industriale italiano dopo la fine delle grandi concentrazioni operaie. Piccole e medie imprese strettamente dipendenti dalle catene del valore tedesche, che spesso si occupano di componentistiche per l’industria meccanica con operai specializzati. Questa dipendenza è stata una delle fortune che ha permesso il successo del modello, ma oggi rischia di esserne la condanna. Il numero di aziende che in Germania hanno chiuso è più alto che mai da dieci anni a questa parte. Nell’articolo citato sopra si evidenziano le premesse di questa possibile crisi cioè il “crollo di un modello (quello tedesco ndr) basato sull’importazione del gas russo e sulle esportazioni in Cina (che) potrebbe trascinare con sé anche le filiere”.

La Germania è stretta nella spirale mortale della guerra in Ucraina, non a caso Scholz in attesa di sfiducia appena si è vista la timida possibilità di un congelamento del conflitto ha iniziato a muoversi in una direzione differente da quella tenuta ob torto collo per gran parte del tempo, e della guerra commerciale che gli USA stanno portando alla Cina.

Sebbene dalle nostre parti vada di moda l’adagio secondo cui “i cinesi si stanno comprando mezzo mondo” come chiarisce Phil Nell nell’intervista che abbiamo recentemente pubblicato:

L’idea che siamo in un “interregno” tra l’egemonia statunitense e quella cinese è di per sé un’immagine ideologica creata dall’operazione del potere imperiale statunitense stesso, che viene poi utilizzata per rafforzare tale potere. Se si considera l’intera storia dell’egemonia statunitense, dalla seconda guerra mondiale in poi, quasi ogni singolo decennio è stato caratterizzato da previsioni di imminente declino, presumibilmente evidenziato dall’ascesa di nuovi sfidanti in Asia. All’inizio della Guerra fredda, era la minaccia di un’Unione Sovietica tecnologicamente avanzata che aveva lanciato nello spazio sia il primo satellite che il primo essere umano. Pochi decenni dopo, il nemico era il Giappone, che aveva goduto di alcuni dei tassi di crescita economica più rapidi visti in qualsiasi parte del mondo fino a quel momento. E poi, naturalmente, arrivò la Cina. In ogni caso, le previsioni non solo si rivelarono sbagliate, ma furono anche utilizzate per riaffermare gli interessi statunitensi in tutto il mondo.

Ed in effetti se si va a guardare chi sta facendo shopping nel nostro paese l’intervento cinese è davvero limitato. Se si guarda alla stagione delle grandi svendite aperte dal governo Meloni ci si fa un’idea più chiara. Alessandro Volpi riporta che:

Sace, il gruppo assicurativo finanziario controllato al 100% dal ministero dell’Economia, sta trattando con BlackRock la gestione di asset per 3 miliardi di euro. In pratica il fondo diverrebbe il partner pressoché esclusivo della società pubblica che si occupa di assicurazioni per le imprese italiane, gestendone la liquidità.

Nei giorni scorsi, lo stesso governo Meloni ha autorizzato BlackRock a superare la soglia del 3% in Leonardo, facendo del fondo americano l’unico azionista privato con tale quota. Si tratta di un ulteriore salto di qualità della presenza in Italia di una delle Big Three (i tre più grandi fondi del mondo, compresi Vanguard e State Street) che è già oggi il principale investitore estero nelle imprese quotate alla Borsa di Milano, per un totale di 17 miliardi di euro tra Intesa San Paolo, Unicredit, Bpm, Mediobanca, Stellantis, Ferrari e Prysmian. A cui vanno aggiunte le partecipazioni in Eni, Enel e nelle multiutility.

Particolare attenzione andrebbe posta sull’operazione di Unicredit:

Un posto a parte merita, in un quadro siffatto, la vicenda di Unicredit che ha acquisito, con estrema solerzia, approfittando delle modalità di vendita scelte dall’autorità federale tedesca per cedere la quota in suo possesso, il 9% di Commerzbank. È così divenuto il secondo azionista dopo lo Stato tedesco e ha prospettato l’ipotesi di una fusione.

La rapidità dell’operazione e soprattutto il passaggio dell’intero pacchetto nelle mani di un solo compratore ha fatto irritare il cancelliere Scholz che auspicava una vendita frazionata. Sembra quindi in via di costituzione un colosso bancario europeo a trazione italiana. In realtà il dato più rilevante dell’operazione è costituito dal fatto che il principale azionista di Unicredit, che ora diventa determinante anche in Commerzbank, è nuovamente BlackRock. Salito quasi al 7% di Unicredit dopo il buyback del marzo del 2024. […] Peraltro BlackRock è presente anche in Commerzbank con il 6%.

In sostanza BlackRock, fondo statunitense, grazie alla testa di ponte di Unicredit si è garantita il controllo su quello che dovrebbe essere in prospettiva il più grande polo bancario europeo, lasciando i tedeschi ancora una volta doloranti.

Ma non solo, ricordiamo che Kkr (già nominata sopra), l’operatore internazionale di Private Equity che possiede Tim ed OpenFiber è controllata da fondi d’investimento americani tra cui Vanguard e BlackRock. Inoltre qualche mese fa durante il G7 italiano, Meloni aveva incontrato Larry Fink, presidente proprio di BlackRock, con cui ha avuto un approfondito scambio di vedute sui possibili investimenti del fondo statunitense in Italia. Si è parlato dello sviluppo dei data center nonché delle infrastrutture energetiche di supporto ma anche interventi in settori più tradizionali come i trasporti, al punto che secondo alcuni BlackRock potrebbe avere un ruolo nella possibile privatizzazione di Fs e di quote di Poste Italiane.

I principali asset strategici italiani, tra cui armi, banche, trasporti e telecomunicazioni vedono una presenza dei fondi d’investimento USA sempre più pervasiva. Forse è un po’ brutale e generico dirlo così, ma mentre la dipendenza dalle catene del valore tedesche è in sofferenza, quella dalla finanza statunitense si amplia sempre di più. Mentre come dice Phil Neel assistiamo ad una “regionalizzazione” delle catene del valore, il potere di controllo su di esse non si sta frantumando, ma piuttosto si concentra a livello finanziario.

Ad esempio: nonostante i resoconti esagerati del contrario, non ci sono state mosse sostanziali per abbandonare il dollaro; il controllo delle principali società finanziarie statunitensi, ora incarnato da JP Morgan-Chase e da enormi società di gestione patrimoniale come BlackRock e Vanguard, è in realtà diventato più espansivo; e, nonostante la rapida crescita militare altrove, gli Stati Uniti rimangono la potenza militare preminente. E tuttavia, tutti questi poteri finanziari e militari operano anche sempre più attraverso pericolose forme di delega, come suggerisce la rapida militarizzazione guidata dalle forze di destra in luoghi come l’Ucraina e la Polonia.

Dunque le crisi industriali, l’ampliarsi di forme di dipendenza e la predazione finanziaria vanno lette insieme. Il soffocare delle economie europee a fronte della guerra e della crisi delle esportazioni apre lo spazio alle forme di predazione finanziaria che determinano nuovi assetti di potere. Non è la Cina, né tanto meno la Russia ad inserirsi in questi spazi. Il capitale USA sta stringendo i legacci attorno ai suoi vassalli. E nel nostro caso il governo Meloni è ben contenta di questo abbraccio mortale per i proletari e le proletarie europee.

Alla luce di ciò i campisti e gli idealisti di casa nostra sono fatti della stessa sostanza concentrati come sono a guardare il dito e non la luna, a crogiolarsi nelle categorie e non prestare attenzione ai processi. Il tema all’ordine del giorno è come affrontare questi processi, ed è una domanda che iniziano a porsi molti e molte in luoghi dove non siamo abituati a guardare.

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