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Proposta di seminario su crisi e composizione di classe

Milano| 29-30 Novembre 2014

 

Entrati, ormai, nel settimo anno della crisi economico-finanziaria, possiamo affermare che oggi la crisi non è la stessa che esplose nel 2007. Si debbono, a nostro avviso, individuare alcuni snodi fondamentali, che consentono di periodizzarne le fasi principali. In termini molto schematici, si possono individuare almeno tre passaggi. Il primo raggiunge il suo apice tra lo scoppio della bolla dei subprime nel 2007 e il fallimento della Lehmann-Brothers l’anno successivo: l’epicentro è collocato negli Stati Uniti, ma da subito i suoi effetti hanno una portata globale. Con buona pace della vulgata neoliberale del laissez-faire, l’intervento dello Stato nel salvataggio delle banche e una politica monetaria espansiva (il cosiddetto quantitative easing) diventano una costante per far fronte alla dimensione strutturale che sta travolgendo l’economia capitalistica. Il culmine della seconda fase arriva nel 2011 in Europa, dopo due anni di conclamata recessione: speculazione sui titoli di Stato e crescita dell’indebitamento pubblico ne sono le principali caratteristiche, a cui sarebbe successivamente seguita una nuova drastica diminuzione del Pil. La Germania si “sgancia” dall’Europa intensificando i suoi interessi di scambio e commerciali con Cina, Russia e Brics. Le timide parentesi e proposte keynesiane che periodicamente emergono mostrano la loro debolezza, lasciando il campo al dominio delle politiche di austerity. Negli ultimi due anni, infine, il quantitative easing è di fatto imposto dalla necessità di assecondare le convenzioni speculative che l’oligarchia finanziaria continuamente genera, senza che ciò determini un consistente “sgocciolamento” verso la cosiddetta “economia reale”. Continua il processo di frammentazione dell’Europa, mentre i Brics annunciano la creazione di una propria istituzione finanziaria, la New Development Bank. Dopo un periodo di apparente tregua, i tentativi – tra loro diversi – della Bce e delle grandi banche centrali americana, inglese e giapponese di attenuare gli elementi strutturali della crisi si scontrano con chiari segnali che paiono annunciare una nuova fase di aggravamento sul piano globale.

Insomma, dopo sette anni sembrano confermate le caratteristiche non solo strutturali ma in qualche modo permanenti dell’attuale crisi, nel momento in cui la finanziarizzazione pervade e si spalma sull’intero ciclo economico. In questo quadro, una periodizzazione della crisi che analizzi congiuntamente i processi di accumulazione, la governance politica e monetaria e la dimensione geopolitica non è un semplice esercizio accademico o cronachistico, ma è un compito fondamentale per cogliere gli elementi specifici di ogni fase, poiché dentro questi passaggi si stanno ridefinendo o sono fallite delle ipotesi di riassetto dei poteri e delle forme di governo. La schematica periodizzazione qui proposta – che appunto sarà oggetto della discussione seminariale – va perciò approfondita e, soprattutto, aperta sulle questioni politiche che a partire da qui si pongono. Il primo obiettivo del seminario è dunque quello di interrogarci su sviluppi e scenari della crisi, sull’aggiornamento e sui limiti degli strumenti analitici con cui l’abbiamo affrontata a partire dal suo inizio, sulle nuove forme di governance globale che al suo interno emergono. Quello che sta accadendo tra Ucraina, Siria e Iraq, oltre all’ennesima aggressione militare di Israele contro i palestinesi, ci portano per esempio a chiederci con forza se la guerra, pur nelle forme parzialmente nuove che assume, torni a essere uno strumento utilizzato dal capitale per far fronte alla crisi. Uno dei risultati della crisi è infatti l’approfondimento dei processi di frammentazione e la crescita delle contraddizioni che, in uno scenario imperiale, un tempo si sarebbero definite inter-imperialistiche. Ciò non significa rinunciare a uno sguardo globale, cioè a un metodo capace di individuare tendenze ed elementi comuni; vogliamo invece evidenziare quelle differenze e faglie che segnano il quadro geopolitico. Senza afferrarle, abbiamo l’impressione che si rischi di confondere il carattere globale della crisi con una sua supposta omogeneità nelle forme e negli effetti, dipingendo un mondo liscio e piatto in cui si perdono le intensità e peculiarità territoriali tanto delle condizioni di sviluppo quanto delle lotte. Allora, senza pretesa di esaurire la complessità del quadro geopolitico, nel seminario ci concentreremo in particolare su alcune esemplificazioni del contesto europeo (con ovvia attenzione all’Italia) e dei Brics. A partire da qui, cercheremo di porre delle questioni che pensiamo abbiano, queste sì, una portata tendenzialmente globale.

Dopo quella che possiamo chiamare in termini marxiani un’analisi della composizione organica del capitale nel tempo della finanziarizzazione e della sua crisi, nella seconda parte del seminario ci proponiamo di concentrare l’attenzione sull’irrisolto nodo della composizione di classe, legato da un lato alle trasformazioni e ai movimenti del lavoro vivo, dall’altro a un approfondimento della riflessione sulle forme di valorizzazione e sussunzione capitalistica. Non stiamo proponendo due momenti di discussione seminariale separati, riconducibili uno alle dimensioni “oggettive” e l’altro alle caratteristiche “soggettive”. Al contrario, pur analizzate nella loro specificità e distinzione, queste due parti sono intimamente connesse e continuamente intrecciate a differenti livelli di realtà: non cogliamo gli aspetti centrali della crisi contemporanea se non li leghiamo alle lotte (ovvero al loro emergere e ai loro silenzi), ai comportamenti di classe, alle forme di insubordinazione così come alle concrete sofferenze prodotte dallo sfruttamento e dall’impoverimento. Per dirla in termini anche in questo caso schematici abbiamo l’impressione che il problema della composizione di classe sia stato spesso aggirato e risolto nella formulazione di nuovi concetti che, seppur utili per vari aspetti, rischiano di essere schiacciati sulla composizione tecnica (in termini operaisti, ciò che riguarda la divisione capitalistica della forza lavoro, l’organizzazione della struttura tecnologica e del rapporto tra macchine e lavoro vivo) e di trascurare la composizione politica (ossia la dimensione soggettiva della classe stessa, inerente i comportamenti, la cultura, i modi di pensare, i bisogni e i desideri), o meglio ancora di far discendere in termini lineari la seconda dalla prima. Non siamo riusciti ad andare molto oltre la constatazione, peraltro piuttosto ovvia, che il concetto di composizione di classe non può più essere utilizzato nelle stesse forme in cui è stato forgiato negli anni ’60. Oppure l’osservazione della costitutiva eterogeneità del lavoro vivo contemporaneo ha condotto non solo alla corretta critica delle concezioni essenzialiste della classe, ma ha finito per ignorare il problema della ricomposizione nelle differenze, senza cui il comune non è immaginabile. In sintesi, parlare di composizione di classe significa riportare la centralità sul nodo del rapporto al cui interno si determinano lo sviluppo del capitale e della soggettività, la crisi e le lotte, lo sfruttamento e la resistenza. Senza comprendere questo rapporto, nelle forme mutate che oggi assume, crediamo che sia molto difficile uscire dalla semplice descrizione sociologica e cogliere le nuove caratteristiche dei movimenti nella crisi, soprattutto nei loro caratteri spuri e di potenzialità inespressa.

Non si tratta di inventare nuove categorie suggestive, ma di ripensare o costruire degli strumenti teorici adeguati, in una fase in cui fatichiamo dal punto di vista del discorso e della pratica politica. Anche i concetti di capitalismo cognitivo o lavoro cognitivo sono sempre stati per noi ipotesi per l’intervento militante: non ne siamo i gelosi custodi, ma vogliamo porli a verifica ed eventualmente ripensarli, mettendoli alla prova dei faticosi processi di organizzazione delle lotte, dei limiti che abbiamo registrato negli ultimi anni, delle questioni che il presente ci costringe ad affrontare e dei diversi contesti in cui esse si manifestano. Per esempio, mentre l’anno passato in Brasile abbiamo avuto delle insorgenze a partire da aspettative crescenti, cioè da una società in espansione in cui i soggetti produttivi vogliono appropriarsi della ricchezza che creano, lo scenario in Italia e in varie parti d’Europa è per certi versi capovolto. Negli ultimi anni abbiamo probabilmente posto poca attenzione su quello che possiamo definire un quadro di aspettative decrescenti: il Jobs Act (che avrà nell’Expo di Milano un campo di sperimentazione) istituzionalizza non solo la precarietà permanente, ma addirittura il lavoro gratuito. Come queste aspettative decrescenti impattano sulla soggettività? Cosa significa dal punto di vista delle lotte e come si possono rompere i livelli di accettazione che la crisi produce? Allo stesso modo, da qualche tempo ci interroghiamo su che fine fa la forma-impresa, in quanto modello di organizzazione della forza lavoro, all’interno delle trasformazioni produttive degli ultimi decenni. Ci chiediamo, cioè, se rimanga come semplice incrostazione parassitaria rispetto a una cooperazione sociale già dotata di autonomia oppure se – pur con modalità parzialmente inedite – continui a essere una forma di organizzazione e costruzione della soggettività. Come tali questioni si traducono nell’analisi della composizione di classe?

A partire da questi temi di discussione, qui accennati per sommi capi, proponiamo di costruire uno spazio di confronto ampio: siamo infatti convinti che oggi più che mai il problema non sia la competizione tra scuole di pensiero, ognuna delle quali rischia di sprofondare nell’autoreferenzialità o nella marginalità, ma interrogarci collettivamente sui nodi politici irrisolti, sulle inadeguatezze dei nostri discorsi e attrezzi concettuali, sui limiti delle lotte e dei movimenti. Per farlo non ci poniamo lo scopo di uscire dal seminario con delle risposte definitive, che rischierebbero di essere illusorie: l’obiettivo è di iniziare a porre in fila alcune delle domande centrali, per trasformarle in griglie di ricerca teorica e militante.

 

Il seminario si svolgerà a Milano il 29-30 novembre. Da subito apriamo un cantiere di riflessione e raccolta di contributi sui temi qui proposti. Il seminario si articolerà in due sessioni, una il sabato pomeriggio e una la domenica mattina (ogni sessione avrà la durata di circa 4 ore, con una pausa intermedia). La modalità di organizzazione e gestione del seminario prevede interventi concisi con possibilità di scambio e discussione immediata, quindi al di fuori di riproposizioni di lezioni cattedratiche, lungo però dei fili di ragionamento che sarà nostra cura definire tramite delle figure di moderatori. Non ci sarà, pertanto, una distinzione tra interventi “teorici” e interventi delle “lotte”, in quanto riteniamo che il compito sia quello di produrre discorso a partire dai conflitti e per i conflitti, tentando innanzitutto di coglierne i limiti e i punti di blocco. A breve uscirà una prima bozza di programma con i relatori e le scansioni della discussione.

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