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9 gennaio 1950-9gennaio 2010, noi non scordiamo!

Con più di una cinquantina di persone presso il cippo, questa mattina è stato commemorato l’eccidio delle fonderie del 9 gennaio 1950, una commemorazione molto spenta, forse per timori di contestazioni da parte del S.A.O Guernica e della Fiom di Modena, verso quei due sindacati, UIL e CISL, che in maniera contraddittoria, firmano congiuntamente alla CGIL un comunicato in ricordo di quella giornata, che ha visto la morte di 6 lavoratori per difendere il proprio posto di lavoro e i propri diritti, e che poi nei giorni nostri, firmano accordi che vanno a peggiorare le condizioni di lavoro, vanno a togliere diritti e tolgono rappresentanza alla Fiom.

In realtà una contestazione c’è stata, contestazione con cacciata di un esponente della lega da parte dello Spazio Antagonista Occupato Guernica, un insulto la sua presenza in quella piazza, dopo che nei giorni precedenti la lega nord, ha proposto di posizionare una stele in memoria dei morti nazi-fascisti a fianco di quella danneggiata in ricordo dei morti nei campi di concentramento; dopo forti accuse verbali, l’esponente della lega è stato allontanato da esponenti del partito democratico per evitare ulteriori problemi, ma l’umore nella piazza era quello contentezza di aver cacciato questa persona, perché la piazza che ricorda il 9 gennaio è una piazza antifascista, con ex lavoratori delle fonderie presenti allo sciopero del 9 gennaio 1950, ex partigiani, lo Spazio Antagonista Occupato Guernica  e partiti politici della sinistra.

La giornata è continuata allo spazio Guernica con un pranzo e un assemblea pubblica per discutere del 9 gennaio 1950 e per cominciare a mettere tasselli in vista dello sciopero generale lanciato dai metalmeccanici della Fiom per il 28 gennaio.

Pubblichiamo Il volantino distribuito oggi dallo Spazio Antagonista Occupato Guernica e a seguire la storia dell’eccidio del 9 gennaio 1950.

Volantino:

Il 9 gennaio del 1950, a Modena, durante una manifestazione contro la chiusura delle Fonderie Riunite, vennero uccisi sei lavoratori, e rimasero feriti più di duecento persone.

Tutti gli anni si ricorda quella data, come un avvenimento lontano, con un ipocrita celebrazione istituzionale, che vuole ascrivere solo alla memoria quella giornata e quegli avvenimenti. Crediamo che la repressione e la violenza che allora colpì quei lavoratori sia attualizzabile alla fase odierna.

La crisi economica in atto, voluta dal comando capitalista, stia dando adito ad una ristrutturazione dell’ordine sociale, atta ad impoverire sempre più strati sociali, tramite la distruzione di tutti i diritti, a partire da quelli sul posto del lavoro, a quello all’istruzione, e così via in tutti gli ambiti sociali.

Il clima repressivo degli anni ’50, organizzato ad arte dal ministro degli Interni Scelba, passato dall’essere camicia nera a ruoli di primo piano nella prima repubblica,  non è troppo distante dal clima dei giorni nostri.

Da una parte i lavoratori all’interno dei luoghi di lavoro subiscono sempre più ricatti, a fronte di accordi che  sindacati come  Cisl e Uil, in modo sempre più esplicito, non disdegnano di firmare andando a  favorire gli interessi dei padroni, dall’altra gli studenti si ritrovano di fronte alla distruzione del loro futuro, precarizzato dall’inizio del loro percorso formativo,  i migranti, e tanti altri, subiscono quotidianamente atti intimidatori e repressivi nelle strade.

Lo stato, che lucidamente porta avanti questo articolato processo di macelleria sociale, reprime in modo sistematico chi tenta di alzare la testa.

Tutto ciò avviene anche nella “rossa” e democratica Modena.

La giunta e la questura sono in fratellanza nello sgomberare spazi liberati, sottratti al degrado e restituiti alla collettività, sempre la polizia carica a freddo cortei studenteschi, perquisisce le case degli attivisti, ecc ecc.

Per tutti questi motivi  crediamo che la giornata del 9 gennaio sia un punto di inizio per rialzare la testa, in modo unitario, raccogliendo gli stimoli che il movimento studentesco ci ha lanciato e continua a darci, fare di questa giornata una giornata di lotta unitaria, studenti, precari, e lavoratori insieme ad altri strati sociali colpiti dalla crisi; iniziamo a riprenderci collettivamente il nostro futuro. Trasformare una giornata di memoria in una giornata di lotta e riappropriazione, rompendo le uova nel paniere a giunta e istituzioni varie che vorrebbero farsi fotografare sorridenti con le solite corone di fiori destinate a marcire, una giornata nella quale continuiamo a chiedere a grande voce lo sciopero generale ripartendo dal 28 gennaio, dove come Antagonisti saremo in piazza a fianco dei lavoratori metalmeccanici, con i nostri metodi e nostri contenuti, come è stato per il 16 ottobre a Roma e il 14 dicembre a Modena al fianco degli studenti.

Storia:

Fonderie Riunite: prima serrata 

Le Fonderie Riunite, costruite nel 1938, facevano parte del gruppo Orsi, che comprendeva settori come metallurgia e servizi, e conobbero un grande sviluppo, dovuto soprattutto alle commesse pubbliche in seguito alla politica di riarmo condotta dal regime fascista. 

La figura di Adolfo Orsi era controversa: era diventato il numero uno della Confindustria modenese e uno dei più potenti imprenditori nazionali. Grazie a lui si è avuto il trasferimento della Maserati da Bologna a Modena. Di fronte alle nuove condizioni del dopoguerra, molte di queste imprese entrarono in crisi e la maggioranza degli industriali reagì non con lo sforzo di ammodernare gli impianti, ma scatenando un’offensiva contro il lavoratori. Il 1948 fu un anno denso di avvenimenti. 

La Democrazia Cristiana vinse le elezioni politiche di aprile e a luglio si verificò l’attentato a Togliatti, segretario del Partito Comunista. Alla sconfitta politica delle sinistre, gli imprenditori  lanciarono un’offensiva contro le conquiste operaie, sia in termini salariali sia in termini di organizzazione sindacale all’interno delle fabbriche. Nell’ottobre del 1947 si verifica la prima crisi tra Fonderie e Fiom, e la vertenza sui 26 operai si concluse con il licenziamento in tronco di tutto il gruppo. Adolfo Orsi, sottraendosi alle trattative con il sindacato, diede disposizioni di

impedire l’ingresso in fabbrica ai 26 lavoratori licenziati. Il 23 giugno i lavoratori che si presentarono regolarmente in fabbrica per andare a lavorare trovarono i cancelli chiusi e la polizia a presidiare lo stabilimento. A Modena si verificava così la prima serrata, che consisteva nella chiusura della fabbrica e nella riassunzione di altro personale. Il padrone metteva in atto questo strumento per rivendicare il diritto della proprietà privata e del suo pieno controllo sullo stabilimento. La vertenza si concluse con il successo del sindacato e il 26 giugno le Fonderie vennero riaperte.. Nelle fabbriche si procedeva ad assunzioni discriminate e la “celere”, la polizia inventata da Romita e perfezionata da Mario Scelba si dimostrò da subito come un efficace strumento da usare contro il mondo del lavoro. 1948 : un’Italia di manifestazioni e repressioni 

Nel luglio del 1948, con l’attentato a Togliatti, si parlò di un’Italia sull’orlo della guerra civile e la “celere” di Scelba non esitò ad intervenire contro diverse manifestazioni. In questo contesto si inserirono le repressioni contro i lavoratori e i contadini di Melissa in Calabria, Montescaglioso in Basilicata e Torremaggiore in Puglia dove la ‘celere’ intervenne con le armi da fuoco e uccise 7 braccianti. Il 9 gennaio del 1949 la Camera del Lavoro proclamò uno sciopero di solidarietà per difendere gli operai licenziati alla Maserati, ma in piazza Roma a Modena la ‘celere’ cominciò a sparare, provocando alcuni feriti. Nonostante questo clima di tensione, causato anche dalla serrata alla Maserati, la classe operaia continuò a battersi soprattutto in difesa dell’occupazione e contro i licenziamenti. I salari italiani erano i più bassi d’Europa, dopo quelli greci e spagnoli. Proprio sul controllo del collocamento cominciò la lunga vertenza fra il gruppo Orsi e la Fiom. 

1949: seconda serrata 

Nella primavera del 1949 Orsi cominciò a lamentarsi del bilancio passivo e del cottimo collettivo e iniziò un’altra vertenza lunga quasi tutta la primavera. Si arrivò a una tregua soltanto a luglio, interrotta poi a novembre con la decisione di licenziare 120 dipendenti. 

Tutta Modena reagì all’ennesimo schiaffo di Orsi, manifestando per le vie cittadine; inoltre la direzione delle Fonderie fissò per il 19 novembre la cessazione di ogni attività dello stabilimento alla Crocetta. Orsi ruppe le trattative con il sindacato, e il 5 dicembre effettuò la seconda serrata alle Fonderie, appoggiato da un grande dispiegamento di forze dell’ordine. Dopo 25 giorni, nel pieno delle festività natalizie, Orsi precisò il suo piano: in un manifesto fatto affliggere indica nel 9 gennaio, la riapertura delle Fonderie, con il particolare che a sua piena discrezione solo 250 dipendenti su 560 sarebbero stati riassunti. Della complicata situazione se ne discusse anche in Comune. Il sindaco Corassori incontrò Orsi, ma non si giunse ad alcun accordo, intanto in città cominciarono ad arrivare rinforzi per presidiare la riapertura della fabbrica fissata per il 9 gennaio. La mattina del 9 gennaio 1950 Con l’inizio del 1950 si avvicinò il giorno di riapertura delle Fonderie Riunite. La mattina del 9 gennaio occorrevano accordi scritti tra direzione e sindacati, ma Orsi si trovava fuori Modena e il prefetto non si impegnava a concludere l’accordo. I sindacati proclamarono allora sciopero generale in piazza Roma dalle 10 alle 11, in solidarietà con i lavoratori delle Fonderie, ma alla Crocetta l’atmosfera era ormai tesa. Era una fredda mattina invernale, con il sole, e la questura, prevedendo l’afflusso di numerosi manifestanti e il tentativo di occupare non solo le Fonderie Riunite ma anche altre fabbriche, aveva disposto misure rigidissime. 

Lo stabilimento era presidiato, circondato dalla polizia, e tutto il quartiere era blindato da posti di blocco nei punti cruciali. Rinforzi erano arrivati da Cesena, Bologna, Ferrara, Parma, Reggio Emilia. Ventimila persone cominciarono a radunarsi nella zona industriale. La ‘celere’, dopo aver allontanato alcuni operai che tentarono di entrare nelle Fonderie, cominciò a scatenarsi con il suo repertorio fatto da caroselli, manganellate, lacrimogeni. La polizia cominciò ad aprire il fuoco da diversi punti contro i manifestanti. 

Sei persone uccise Angelo Appiani, meccanico ed ex-partigiano, di 30 anni, venne ucciso proprio davanti alle Fonderie; Renzo Bersani un ragazzo di 21 anni, operaio metallurgico, venne colpito a morte in un punto lontanissimo dagli scontri, mentre cercava di fuggire dalla zona; Arturo Chiappelli, spazzino disoccupato, anni 43, venne invece colpito vicino alla Fonderia, dalla parte della linea ferroviaria, mentre attraversava i binari; Ennio Garagnani faceva il carrettiere nelle campagne di Gaggio. Aveva 21 anni. Anche lui trovò la morte mentre cercava di allontanarsi dalla zona calda degli scontri. Sempre un ragazzo, Arturo Malagoli, 21 anni, operaio ed ex-partigiano, venne colpito davanti al passaggio a livello; Roberto Rovatti, operaio metallurgico di 36 anni, venne circondato dalla celere, colpito coi calci dei fucili, gettato in un fosso e finito con un colpo sparato a distanza ravvicinata. Secondo le cifre ufficiali vennero ferite quindici persone, ma in verità furono molte di più, quasi duecento. I feriti non andarono all’ospedale per la paura di essere incarcerati e discriminati poi successivamente sul posto di lavoro. L’inchiesta dell’opposizione di sinistra al governo parla di un vero e proprio tiro al piccione, a freddo, premeditato. In tutto il paese ci furono scioperi, manifestazioni di solidarietà, prese di posizione. Negli anni seguenti al 1950 non si verificarono più fatti così cruenti, anche se la repressione della celere continuava a colpire e a uccidere operai e manifestanti. Fin dai primi telegrammi, il prefetto Laura, parlò degli scontri in termini di un attacco preordinato da parte degli operai contro la forza pubblica schierata in difesa dello stabilimento, mentre per il ministro Scelba il paese esigeva ordine e tranquillità. L’undici gennaio la popolazione di Modena si presentò unita ai funerali delle vittime e da quel momento si aprì una pagina di riflessione nella storia d’Italia. 

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