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A Torino la crisi si sente, anche quella del PD

Il risultato del M5s ha avuto grande risalto per il suo carattere straordinario: da 15 anni a Torino il PD vinceva senza ballottaggio. La campagna elettorale dei Chiara Appendino (m5s) non è stata contrassegnata non da grande visibilità ma da una presenza su terreni poco battuti dalla macchina elettorale di Fassino.

L’altro dato significativo è quello della crescita dell’astensione rispetto alle comunali del 2011: dal 33% al 42% (arrotondati per difetto). In questi cinque anni di amministrazione PD-Fassino (e complessivamente cinque anni di crisi) hanno portato circa 70mila torinesi ad allontanarsi dalle promesse della politica istituzionale.

Si ritiene che Torino sia una città con una tradizione di sinistra. Possiamo dire che ormai sia una convinzione adatta a chi ha più a cuore certe forme (peraltro discutibili) piuttosto che la sostanza. D’altronde se di innata tradizione di sinistra si trattasse perché mai esprimerla nel voto al Partito Democratico? In realtà questa “tradizione” è stata sfruttata, trasformata e diretta dal Partito Democratico (e dai suoi predecessori) come espressione di interessi più alti e poco di sinistra. Il sistema di potere locale – terminale della gerarchia di interessi che risalgono fino al livello europeo – si è fondato su una stretta commistione tra politica, grandi affari, media (La Stampa in particolare).

Il carburante fondamentale di questo sistema sono stati i flussi di risorse che hanno alimentato i processi di sfruttamento e valorizzazione dell’economia metropolitana (dove ai vertici troviamo sempre gli stessi: Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT, quanto rimane degli Agnelli etc…) e di costruzione di consenso.

Questo ci porta ad un’altra riflessione. La geografia di classe del voto è inequivocabile, ma non bisogna considerarlo un quadro statico. In particolare segue due linee intrecciate. La prima è il consenso nei confronti di chi si fa garante della stabilità, degli interessi sistemici nonché degli interessi più minuti della borghesia cittadina. Questo il PD lo fa in quanto nuovo polo liberale e interclassista raccogliendo a man bassa i voti di destra e di centro (soprattutto nei quartieri ricchi).

Dall’altra c’è la gestione dei flussi di risorse. Sebbene in emorragia di voti a favore del M5s (29% contro 42% del Pd), Fassino riesce a tenere nei quartieri in cui l’economia metropolitana (di cui la gentrification è una parte) apre delle opportunità, per quanto illusorie e precarie, di lavoro, di accesso ai servizi e una relativa tenuta della qualità della vita.

Nelle periferie Fassino crolla, le distanze tra il partito di sistema e il m5s si assottigliano fino a scomparire, nella circoscrizione 6 (Vallette) Chiara Appendino guadagna la maggioranza relativa dei voti. L’astensione è più alta della media cittadina e il M5s viene votato in quanto di “rottura”. Delle due linee descritte sopra in queste zone una – quella della stabilità – è una scelta a perdere, l’altra – i flussi di risorse – se storicamente sono stati bassi ora sono ridotti al lumicino, vedi misure di austerità e crisi globale. Infatti in questi quartieri la crisi arriva senza mediazione: disoccupazione, impoverimento, problema della casa, tasse. Non è un caso che il “9 dicembre” che ha squadernato il centro città nel 2013 avesse radici profondi in queste zone della città. La Lega (più alleati) non fa il botto fermandosi sotto al 10% (il totale cittadino è 8.39%), nonostante l’ossessiva presenza mediatica di Salvini potesse far pensare diversamente.

Quindi complessivamente il Partito Democratico svolge il ruolo di partito della borghesia cittadina e dei poteri forti. La difficoltà di gestire le reti di consenso e di clientele sul territorio per la scarsità di risorse indotta dalla crisi ha allargato gli spazi per il m5s raccoglie parte dello scontento (anche, soprattutto, di sinistra) e l’astensione cresce.

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