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Calabria Zona Rossa: sulle mobilitazioni degli ultimi giorni a Cosenza e nel resto della regione

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Un’ondata di proteste sta scuotendo la Calabria in questo momento. Dal Nord fino al Sud della regione sono in atto manifestazioni, cortei, presidi, blocchi stradali, azioni di disobbedienza civile con piccoli commercianti che alzano le saracinesche violando il lockdown. Lungi da un’esaltazione acritica e da una semplificazione di ciò che sta succedendo, scriviamo queste righe per sottolineare la complessità del momento attuale, delle forze in campo e degli interessi in gioco, delle condizioni materiali di sopravvivenza di larghi strati popolari, delle condizioni di generale sfacelo del welfare e del servizio sanitario regionale e poter così tracciare una prospettiva di lotta e cambiamento di medio e lungo periodo. Non è facile districarsi in questo gioco di ricomposizione e protagonismo tra particolarismi, clientelismi traditi, rabbia sociale, sofferenza e paura. E tutto questo mentre il quadro complessivo, dai contagi alla situazione economica e politica generale, peggiora e si trasforma rapidamente.

Partiamo con alcune considerazioni generali.

La prima ondata della pandemia di Covid19 in Calabria ha avuto numeri molto contenuti rispetto alla media nazionale. La sostanziale mancanza di un tessuto produttivo e urbano altamente interconnesso con il resto del mercato nazionale europeo e globale, l’assenza di grandi concentrazioni industriali, produttive e urbane, assieme all’autodisciplina dei calabresi e all’autotutela messa in atto dai lavoratori in settori importanti, hanno limitato fortemente l’impatto della pandemia nel nostro territorio. D’altronde è sempre stato chiaro a tutti noi, quasi fosse una convinzione atavica, che sul sistema sanitario regionale non potevamo contarci e che numeri simili a quelli di altre regioni avrebbero provocato un disastro paragonabile forse solo a quello della Lombardia. Questa “convinzione atavica” deriva dall’esperienza personale di centinaia di migliaia di calabresi, socializzata in tutte le famiglie e le comunità locali, che hanno visto negato il diritto alla salute e alle cure nel loro territorio accumulando lutti, sofferenza, rabbia e frustrazione. Ospedali chiusi, medicina territoriale inesistente, carenze negli organici e strutture fatiscenti sono solo alcuni, i più evidenti, deficit del sistema sanitario regionale. A questo aggiungiamo le altissime percentuali di emigrazione sanitaria e la crescita vertiginosa dei profitti nel settore sanitario privato. Una sanità legato a doppio filo con i partiti e i politici che hanno governato la Regione negli ultimi 40 anni e che viene ormai percepito da tutti come un vero e proprio sistema di depredazione del popolo e arricchimento delle solite famiglie. Con la mancanza di vergogna e la prepotenza tipica di certa cosiddetta criminalità organizzata, in molti casi, addirittura, i titolari delle strutture private convenzionate sono consiglieri regionali, assessori, sindaci.  La situazione insomma era molto grave già da decenni e ora la sensazione è che tutti i nodi siano venuti (finalmente) al pettine.

Qualcosa sulla composizione delle mobilitazioni.

La prima ondata pandemica in Calabria ha significato enormi problematiche dal punto di vista della sopravvivenza di importanti fasce popolari, in particolare dei settori non garantiti, i lavoratori in nero, saltuari, informali, ma anche nuclei svantaggiati o singoli afflitti da problematiche di marginalità sociale, disagio psichico, disabilità e mancata inclusione, etc.  In questo quadro sociale la misura del RDC ha giocato un ruolo molto importante, coprendo alcune falle e garantendo la sussistenza di importanti settori popolari.

Nonostante il RDC, nei principali centri sono state organizzate mense popolari e distribuzione di generi alimentari e di prima necessità per coprire i ritardi e l’esiguità dei buoni spesa erogati dalle istituzioni. Anche in questo frangente i movimenti della città di Cosenza hanno giocato la loro partita, inscenando proteste durante il lockdown, in particolare ricordiamo quella delle cassette per i buoni pasto e gli striscioni messi in giro per la città, oltre alla partecipazione attiva alle attività di mutuo soccorso assieme alle realtà di base cittadine. Per più di due mesi, tutti i giorni, sono stati distribuiti più di 600 pasti caldi nei quartieri più popolari e ai singoli e le famiglie in difficoltà sparse per l’area urbana. Si è arrivati a distribuire 1200 pacchi alimentari a settimana e più di 600 pasti al giorno. Questo dovrebbe darci una misura delle carenze istituzionali e dell’enorme impoverimento avvenuto negli ultimi decenni e che la pandemia ha solo portato alle estreme conseguenze.

Parte degli stessi settori sociali già colpiti dai risvolti socio-economici della pandemia si sono ritrovati all’interno delle piazze cittadine di questi giorni. Alla vasta platea di precari, ultras, studenti, disoccupati si sono uniti anche figure che di solito non vediamo nelle piazze a cui siamo abituati. Lavoratori precari o del settore privato accanto a titolari di piccole attività e partite iva, studenti e giovanissimi arrabbiati vicino a semplici cittadini preoccupati per i risvolti economici, sociali e psicologici della crisi in atto e delle misure di lockdown, genitori preoccupati per la DAD e il benessere dei bambini e cittadini esasperati dall’inefficienza del sistema sanitario regionale e dal parassitismo della classe politico-imprenditoriale calabrese.

La piazza cosentina.

E’ a partire da questo coacervo di contraddizioni, ben radicate e di cui ormai, a tratti, emerge una consapevolezza pubblica, che si sono date le proteste di questi giorni. In particolare abbiamo avuto una prima ondata di proteste per l’istituzione del coprifuoco nella fine dello scorso mese, nelle quali hanno prevalso i messaggi di commercianti, ristoratori, titolari di piccole imprese, palestre, etc assieme a semplici cittadini. In queste piazze si è posto l’accento sulla richiesta di indennizzi economici per le attività, sulla contrarietà a coprifuoco e lockdown e in parte anche sulle carenze del settore sanitario. In alcuni frangenti sono stati applauditi interventi che definiremmo ambigui e che tendevano a minimizzare l’impatto del virus attribuendo la responsabilità della situazione ai media ma ovunque qualcuno ricordava a tutti l’evidente fatiscenza della sanità regionale. Si è arrivati poi fino alle proteste più decise e massicce degli ultimi giorni con la dichiarazione di zona rossa. Seppure in un crescendo di partecipazione, la composizione sociale di questi due momenti è stata sostanzialmente simile a ciò che è stato scritto sopra. Ma, se le prime piazze sono state abbastanza calme e contenute, anche per il terrorismo mediatico riguardante scontri e infiltrazioni, le piazze degli ultimi due giorni, hanno straripato. A Reggio Calabria e Crotone ci sono stati cortei e sit-in, anche a Gioia Tauro, nel Tirreno e Jonio Cosentino, alla cittadella regionale a Catanzaro dove il Presidente Spirlì è stato costretto a trincerarsi nel palazzo insultato da decine di calabresi inferociti, oltre ai pochi ma diffusi atti di disobbedienza di tante piccole attività avvenute un po’ ovunque. Nella nostra città, la composizione sociale e politica delle proteste ha avuto il suo momento di picco alla vigilia del lockdown: un migliaio di cosentini e calabresi giunti anche da altre province, al grido di “SANITA’ PUBBLICA” e “TU CI CHIUDI TU CI PAGHI”, si è preso le strade della città, bloccando lo svincolo autostradale di Cosenza Sud e andando sotto casa di alcuni boss della sanità privata a ricordargli le loro responsabilità nella crisi attuale.

Denudare il re

La piazza cosentina del 5 novembre ha ricomposto questo mix di tensioni e interessi categoriali che hanno attraversato la Calabria, scontentando sicuramente qualcuno, ma unendo la maggioranza e lanciando l’unica parola d’ordine che va al cuore del problema attuale: SANITA’ PUBBLICA. E facendo questo ha coinvolto settori popolari che nelle altre piazze hanno marciato separati o sotto parole d’ordine settoriali che non andavano a colpire il cuore degli interessi di potere che opprimono la nostra terra e stanno alla base della condizione attuale. Oltre a questo, individuare pubblicamente i responsabili di questa depredazione e sanzionarli simbolicamente, così come abbiamo fatto, va nella direzione di rendere comprensibili problematiche complesse smascherandone i diretti responsabili di fronte all’intera popolazione regionale, creando così uno spartiacque, un noi e un loro, che possa aiutarci culturalmente a superare le logiche clientelari e la passività e rilanciare una cultura politica diffusa di antagonismo popolare contro questa classe criminale di affaristi e politicanti.

Prossimi passi

Nelle settimane e nei mesi che verranno, ovviamente, saremo di nuovo chiamati a buttarci nella mischia più volte, e questo in situazioni inedite e spiazzanti, ma anche ricche e potenti sia sul versante della protesta che della solidarietà dal basso. Per riuscire ad attraversare dignitosamente tutto questo uscendone in tanti e con le idee chiare, crediamo sia necessario lavorare sin da ora e senza sosta nel sostenere, collegare, coordinare, tutte le piazze, i gruppi, i settori popolari, allargando la mobilitazione, spiegando la profondità della sfida in atto e la possibilità di lottare e vincere per un obiettivo concreto. Con la mobilitazione cittadina e un’efficace lavoro di comunicazione e collegamento rilanciare la mobilitazione nelle altre piazze calabresi per la ricostruzione della sanità regionale sin dai prossimi giorni, sfidando i boss della sanità privata, i loro servi nella regione Calabria e il governo nazionale.  Provare a imporre l’aumento drastico e urgente dei posti di terapia intensiva e sub intensiva, la creazione di strutture residenziali covid per consentire le quarantene extraospedaliere, un potenziamento straordinario del sistema sanitario regionale attraverso l’esproprio della sanità privata, l’assunzione di tutto il personale necessario e la stabilizzazione dei precari, oltre a un reddito di emergenza universale e a sostegni affinché non si perdano posti di lavoro.  Insomma, la partita si è appena aperta ed è tutta da giocare.

Io nacqui a debellar tre mali estremi: tirannide, sofismi, ipocrisia.

 

Le compagne e i compagni di Cosenza

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