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Chi paga il “miracolo economico” (che poi è la solita austerità) del Governo Meloni

Il prelievo fiscale è salito dal 2024 al 2025 dal 41,4% al 42,6% del Pil, toccando un picco da record a danno di milioni di contribuenti con redditi medio bassi, e non certo per via del contributo di banche, detentori di rendite finanziarie o successioni dei super ricchi. Mentre manca ancora un reale sistema di indicizzazione delle retribuzioni al costo della vita. Confindustria e sistema bancario ringraziano. L’analisi di Alessandro Volpi

di Alessandro Volpi, da Altreconomia

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni e il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti mostrano grande soddisfazione per lo stato dei conti pubblici che hanno ripristinato l’avanzo primario (in sintesi più entrate rispetto alle spese, al netto degli interessi sul debito). Ma questo “miracolo” -che in parole più chiare si chiama austerità- chi lo paga?

La risposta è semplice: chi paga le tasse. I numeri lo dicono con chiarezza: il prelievo fiscale è salito dal 2024 al 2025 dal 41,4% al 42,6% del Prodotto interno lordo (Pil), un livello record che è dipeso non certo dall’aumento della pressione sulle banche, sulle rendite finanziarie o sulle tasse di successione dei super ricchi, ma da un vero e proprio “furto” ai danni di milioni di contribuenti con redditi medio bassi.

Infatti, l’aumento dell’inflazione registrato negli ultimi anni ha gonfiato il valore nominale delle retribuzioni e delle pensioni delle lavoratrici e dei lavoratori che, spesso, ha generato il loro passaggio a un’aliquota superiore con maggiore prelievo fiscale non certo giustificato da un aumento di reddito reale, del tutto assente.

Tale aumento di gettito a discapito dei contribuenti è stato reso ancora più marcato da due ulteriori fattori: la mancanza di sistemi di indicizzazione delle retribuzioni al costo della vita, assenti peraltro anche nell’ultima Legge di Bilancio, e la mancata restituzione del maggior incasso da parte dallo Stato ai contribuenti. In due anni per effetto di questo meccanismo lo Stato ha incassato 50 miliardi di euro in più e ne ha restituiti meno di 17 ai contribuenti. La celebrazione “meloniana” del risanamento tanto caro alle agenzie di rating è il prodotto di una colossale ingiustizia sociale. A questo proposito è utile citare il caso delle banche. In Italia l’erogazione dei prestiti riguarda quasi esclusivamente le imprese con più di 20 dipendenti, a cui sono andati, nel 2025, ben 550 miliardi di euro di prestiti, con un incremento di oltre otto miliardi, mentre a quelle con meno di 20 dipendenti sono stati destinati solo poco più di 96 miliardi con una perdita secca di quasi sei miliardi.

È evidente che neppure il costoso sistema di garanzie pubbliche, che immobilizza quasi 300 miliardi di euro, ha convinto le banche ad assumersi il rischio di finanziare le imprese più piccole: un dato, questo, particolarmente grave per un’economia come quella italiana dove le imprese con meno di 20 dipendenti rappresentano il 98% del totale. Bisogna aggiungere a ciò che il volume complessivo dei crediti erogati dalle banche italiane si è ridotto nel tempo, passando dai circa mille miliardi di euro del 2011 agli attuali 650 miliardi e si è, al contempo, fortemente concentrato in prestiti di entità considerevole, spesso legati a settori, come l’immobiliare e l’edilizio, incentivati da sostegni pubblici.

Il caloroso ringraziamento della presidente del Consiglio per i grandi sforzi fatti dalle banche risulta perciò davvero fuori luogo. Appare decisamente motivato invece il ringraziamento del presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, alla stessa Meloni per quanto ottenuto nella Legge di Bilancio: otto miliardi di euro in tre anni in “aiuti”, a cui si aggiungono i 2,3 miliardi per le Zone economiche speciali, e il beneficio della flat tax al 5% sugli aumenti contrattuali. Quest’ultima misura è emblematica del modo di intendere il sostegno del governo ai lavoratori che avviene, appunto, attraverso gli aumenti contrattuali di fatto decisi dai datori di lavoro e attraverso i premi di produttività. Come era prevedibile, invece, è sparita ogni forma di indicizzazione salariale che aveva subito generato la rivolta di Confindustria.

Alessandro Volpi è docente di Storia contemporanea presso il dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Pisa. Si occupa di temi relativi ai processi di trasformazione culturale ed economica nell’Ottocento e nel Novecento. Il suo ultimo libro è “Nelle mani dei fondi” (Altreconomia, 2024)

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