InfoAut
Immagine di copertina per il post

Ricostruzione a Gaza: il business della “pace” dopo la distruzione

Mentre le macerie di Gaza raccontano l’ennesimo atto di pulizia etnica e annientamento coloniale, il governo italiano si prepara a “sedersi al tavolo della ricostruzione”.

Lo fa con toni solenni e parole come “pace”, “aiuto”, “stabilità”. Ma dietro le dichiarazioni umanitarie si muovono interessi, strategie e contraddizioni che svelano un’altra verità: la geopolitica al servizio del business.

A Palazzo Chigi si è riunita una task force interministeriale per coordinare gli interventi nella Striscia, a guidarla è Antonio Tajani, che ha annunciato la presentazione di un piano italiano all’ONU per la “ricostruzione politica ed economica” di Gaza, con l’Autorità Palestinese come interlocutore e i governi arabi come garanti.

Dietro l’apparente neutralità istituzionale, però, si profila un vecchio schema: l’Italia che partecipa a una “missione di pace” dopo aver sostenuto nei fatti la guerra.

La doppia morale del governo da una parte, Roma si propone come mediatrice umanitaria, dall’altra, vende armi a Israele: nonostante le parole di sospensione.

Mentre Gaza veniva cancellata a colpi di bombe, Roma preferiva il silenzio. Nessuna sanzione, nessun blocco alle esportazioni, nessun riconoscimento del diritto all’autodeterminazione palestinese. Oggi, gli stessi attori parlano di “ricostruzione” e “rinascita”. Ma cosa si ricostruisce, se prima si è reso possibile distruggere?

L’Italia partecipa attivamente alla missione europea EUBAM-Rafah, con un contingente di Carabinieri (vedi Tuscania Opuscolo No Base) impegnato nel controllo del valico tra Egitto e Gaza.
Ma il contingente italiano, già presente con una piccola unità, è pronto a essere ampliato fino a 250 militari e carabinieri, con l’obiettivo dichiarato di garantire “sicurezza e stabilità” e addestrare le future forze militari palestinesi nella Striscia, dentro il disegno di Trump, NATO e Israele di un governo “tecnico” e coloniale in chiave anti-Resistenza, con il rischio concreto di rafforzare un dispositivo di controllo più che di pace.

È il solito linguaggio delle “missioni post-conflitto”: addestramento, stabilizzazione, ricostruzione. Lo stesso già visto in Somalia negli anni ’90, dove la presenza italiana si è trasformata in un laboratorio di intervento militare travestito da cooperazione. Anche lì, tra affari, ONG cooptate e appalti miliardari, la ricostruzione è diventata terreno di conquista per le imprese “amiche” del governo. Anche allora, si parlava di “aiuti” e “democrazia”, ma i risultati furono corruzione, violenza permanente e consolidamento del potere delle élite.

Dietro la parola “ricostruzione” si muovono già gli interessi delle grandi aziende italiane del cemento, dell’energia e delle infrastrutture.
Webuild, Buzzi Unicem, Cementir, Leonardo, Terna, Italferr: nomi che ritornano ogni volta che una guerra apre nuove “opportunità” economiche. Le stesse imprese che in passato hanno partecipato e tutt’ora partecipano a grandi opere contestate, come il Ponte sullo Stretto, ad appalti nei paesi in guerra o a progetti ad alto impatto ambientale e sociale.
Ora si candidano per ricostruire ciò che l’industria bellica – di cui l’Italia stessa fa parte – ha contribuito a radere al suolo.

Ulteriore ipocrisia sono le proposte del MUR di avviare corsi telematici per il popolo palestinese colpito dallo scolasticidio e la costruzione di una nuova università in cooperazione con l’Italia: iniziative “nobili” da parte del Governo, se non fosse per le innumerevoli complicità tra le nostre università e il sistema accademico-militare-industriale israeliano, che migliaia di student in lotta contestano e su cui nessun Ateneo ha voluto prendere iniziative che non fossero timide, tardive, insufficienti. Con una mano si collabora con i carnefici nella scienza militare, industriale, tecnologica e ideologica del genocidio, con l’altra ci si propone come educatori delle “vittime”.

Tutto ciò rappresenta un’altra occasione per presentarsi come “partner affidabili” nel Mediterraneo, mentre si normalizza la guerra, l’occupazione israeliana come se fossero catastrofi naturali, e si dimenticano le responsabilità.

Per chi da mesi manifesta nelle piazze contro il genocidio, la complicità italiana è lampante.
Non bastano i comunicati di pace o le foto di ministri con caschi da cooperanti per cancellare il ruolo di un governo che ha venduto armi, sostenuto Israele e criminalizzato chi si schiera con la Palestina.
La “ricostruzione” annunciata a Roma non è segno di pace, ma l’ennesimo tentativo di ripulire l’immagine di uno Stato che partecipa alla guerra per profitto e per potere.

Nessuna pace è possibile se si ignora il colonialismo israeliano, se si continua a disumanizzare il popolo palestinese e a proteggere i suoi carnefici.
La vera ricostruzione di Gaza deve nascere da chi Gaza la abita e la resiste, non da chi ha contribuito a distruggerla e ora aggiunge mattoni e cemento al muro dell’oppressione.

Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.

Articoli correlati

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Stretto di Hormuz: tra navi militari, missili, droni e propaganda il golfo Persico resta un pericolosissimo teatro bellico

Iran. Con il perdurare dello stallo dentro e attorno allo Stretto di Hormuz, nuovo pesante allarme Fmi sul caro energia che colpisce in particolare le classi popolari dell’Europa. “Con i prezzi attuali, la famiglia media dell’Ue perde 375 euro nel 2026, pari allo 0,7% del consumo medio, a causa di tutti gli aumenti di prezzo”.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Global Sumud Flottilla: emergono gravi violenze contro attivisti e attiviste rapiti, due di loro traferiti nelle carceri israeliane

73 attivisti e attiviste sono in Grecia in attesa di essere rimpatriati nei rispettivi paesi. In realtà “quelli con passaporto dei paesi Schengen potranno anche decidere di restare in Grecia”.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Flottiglia sotto attacco! Mobilitiamoci insieme!

Questa notte la Global Sumud Flottiglia è stata attaccata dalla marina israeliana a più di 900 Km dalle coste di Gaza. Le barche sono state assaltate dai motoscafi dell’IDF e le persone a bordo arrestate.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Terzo giorno di navigazione sulla Flottila

Un messaggio video arriva da Simone del Gruppo Autonomo Portuali dal terzo giorno di navigazione verso Gaza.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Libano,Israele non si ferma continuano bombardamenti e demolizioni

Gli attacchi israeliani nel Libano meridionale hanno ucciso ieri la giornalista libanese Amal Khalil del quotidiano Al Akhbar e ferito una fotografa che la accompagnava.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Oltre un solo uomo: perché le guerre di Israele non finiranno con Netanyahu

Per rompere questo paradigma, i palestinesi devono generare una leva, una leva reale. Questa non può derivare da inutili negoziati o da appelli al Diritto Internazionale a lungo ignorato.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Salpa la Flottilla da Augusta! Buon vento!

Ieri la partenza dal porto di Augusta oltre 60 imbarcazioni di nuovo verso Gaza. Riceviamo un video da parte di Simone del Gruppo Autonomo Portuali che ricorda l’attualità dei valori della resistenza e la necessità della lotta contro sionismo, colonialismo e imperialismo, in occasione del 25 aprile. Intanto le navi della flottilla sono partite per […]

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Torino, Vanchiglia, Festival Altri Mondi / Altri Modi: video del dibattito “Orizzonti di guerra: imperialismo e resistenza”

Si è conclusa la prima settimana di Festival Altri Mondi / Altri Modi che riprenderà dal 28 Aprile al 3 Maggio con la programmazione. Pubblichiamo il video del dibattito che si è tenuto domenica 26 Aprile con Youssef Boussoumah e Brahim Baya. Un momento di riflessione attorno alla lettura della guerra imperialista, quali sono le […]

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Città in guerra: dalla distruzione sistematica dello spazio urbano alla sua occupazione militare

Dalla Sarajevo degli anni 90 fino a Gaza, la guerra attraversa le città e le trasforma. I conflitti contemporanei assumono una dimensione sempre più urbana, sia nei teatri di guerra aperta sia nei contesti apparentemente in “pace”. Da Radio Blackout L’operazione militare israeliana contro Gaza ha dimostrato che i bombardamenti e le demolizioni puntano alla sistematica distruzione degli […]

Immagine di copertina per il post
Bisogni

Primo maggio: Torino si schiera contro la guerra

Per liberare il quartiere Vanchiglia oggi un altro passo è stato fatto.

Immagine di copertina per il post
Bisogni

Usa: un altro tassello versole deportazioni di massa con i licenziamenti ai giudici dell’immigrazione

bbiamo chiesto a Giovanna Branca, giornalista freelance e coautrice del podcast sindrome americana, un commento a partire dal suo articolo uscito il 26 Aprile per il manifesto sui licenziamenti di massa nel settore della giustizia avvenuti durante l’amministrazione Trump. Da Radio Blackout In particolare, sono stati colpiti i e le giudici non allineati alla strategia […]

Immagine di copertina per il post
Editoriali

“Make America Great Again”: il sogno è diventato un incubo

Trump sembra sia riuscito a trasformare il sogno Maga in un pantano, e molti dei sostenitori di quel progetto iniziano a prendere le distanze seriamente messi di fronte al fallimento e all’incoerenza del presidente.

Immagine di copertina per il post
Divise & Potere

Inizia in Germania il processo all* “5 di Ulm”

Cinque giovani attivist* con base a Berlino sono stat* arrestat* l’8 settembre 2025 in relazione a un’azione presso la Elbit Systems di Ulm, in Germania. L’obiettivo dell’azione era quello di interrompere il flusso di armi verso Israele.