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#FightFor15: sciopero dei lavoratori dei fast food in centinaia di città Usa

Lo sciopero è stato lanciato con lo slogan #FightFor15 perché l’obiettivo principale dei lavoratori che oggi incrociano le braccia è ottenere un aumento del salario a 15 dollari l’ora. Si stima infatti che quello nei fast food sia tra gli impieghi peggior retribuiti negli USA, a cui si aggiungono condizioni di lavoro prossime allo sfruttamento e l’assenza di qualsiasi riconoscimento o tutela sindacale. 

La sciopero dei fast-food non è nuovo negli Stati Uniti: si tratta anzi della settimana giornata di lotta da novembre del 2012, quando per la prima volta i lavoratori di questo settore lanciarono la protesta a New York. A partire da quella data gli scioperi si sono allargati ad un numero crescente di città e di catene fast-food (MacDonald’s, Burger King, Wendy’s, KFC ecc…) e lo scorso 15 maggio venne lanciata una giornata di mobilitazione internazionale che coinvolse 33 paesi. La novità della protesta di oggi è che i lavoratori dei ristoranti hanno chiesto a quelli domestici di unirsi alla loro protesta.

Nei giorni scorsi i lavoratori che hanno partecipato alla costruzione dello sciopero hanno fatto sapere di voler organizzare diverse forme di resistenza pacifica e di disobbedienza civile e di essere pronti anche ad essere arrestati per raggiungere il proprio obiettivo. Su Twitter l’hashtag #FightFor15 è diventato in breve virale e dagli account @fightfor15, @LowPayIsNotOK e @FastFoodForward è possibile seguire aggiornamenti costanti dall’evolversi della mobilitazione attraverso il paese.

La retribuzione minima nazionale per i fast-food era stata fissata a poco più di 7 dollari l’ora nel 2009 e aumentata a 10$ nel 2012 di fronte alla prima ondata di scioperi. Le corporation dei ristoranti di tutto il paese per ora non hanno fatto aperture alle richieste dei lavoratori e in alcuni casi hanno anche cercato di fare la voce grossa per tentare di scoraggiare l’annunciata protesta. Molto dipenderà probabilmente dalla riuscita della giornata di oggi e dal fatto se il presidente Obama, che per ora non si è sbilanciato sulla vicenda, deciderà di fare pressioni o meno sulle catene dei fast food affinché garantiscano l’aumento salariale richiesto.

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