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Palermo – Mediterraneo…da attraversare.

Col il ritorno della bella stagione ricominciano i viaggi dei migranti che partono dall’Africa settentrionale per cercare di raggiungere le coste siciliane con ogni mezzo necessario. Viaggi dove uomini, donne e bambini sono ammassati tutti in piccole imbarcazioni in completa balia del mare senza aver la minima certezza di poter giungere a destinazione sani e salvi. Solo di qualche giorno fa è  infatti la notizia che un gommone con più di 50 persone a bordo di cui alcune in fin di vita, proveniente dalla Libia, è stato recuperato nel Canale di Sicilia , mentre stava per affondare a causa di un guasto ai motori.  Purtroppo non l’unico. Un altro barcone è stato recuperato a 90 miglia a sud est dell’isola di Lampedusa, nuova Alcatraz così come è stata ridefinita, con 114 persone a bordo lasciate naufragare dalle autorità maltesi solo perché trasportava “clandestini” , esseri umani non degni di accoglienza o di rifugio per il governo maltese.

Altri ancora ne sono stati avvistati, talvolta recuperati, talvolta lasciati andare, ma in definitiva è la solita storia da raccontare e alla quale forse l’opinione pubblica è ormai assuefatta.

Questi nostri mari da trait – d’union fra le diverse culture finiscono col diventare luoghi di morte e testimoni silenziosi di queste stragi annunziate che ogni anno si consumano sotto gli occhi della Fortezza Europa, che fa circolare liberamente le proprie merci, ma respinge duramente coloro migrano per costruirsi un futuro altro dalla miseria (o almeno così sperano).

Per color che ce la fanno e arrivano a sbarcare sulle coste siciliane il calvario non sembra terminare ma anzi prolungarsi all’infinito: quasi tutti i migranti vengono rinchiusi nei Cie e nei Cara in attesa per lo più di essere rimpatriati dopo l’identificazione da parte del governo italiano. Sono note le terribili condizioni e la totale assenza di diritti cui vivono i migranti all’interno di questi lager (l’amministrazione comunale ha deciso di mettere in fossa comune 5 cadaveri).

Pericolo scampato a vuoto se il viaggio termine con una prigionia o peggio col rimpatrio che molte volte si traduce in altra detenzione o in alcuni casi in una condanna a morte.  Proprio questa mattina si legge sulla stampa di un tunisino che piuttosto che farsi rimpatriare si è lanciato da un ponte di un nave, nel porto di Palermo, schiantandosi su una banchina e finendo in gravissime condizioni in ospedale. I giornali parlavano di un tragico incidente, volutamente ciechi di fronte ad un evidente rifiuto di percorrere quel viaggio della speranza in senso opposto. Oppure della rivolta di alcuni migranti nel Cie di Pozzallo, che venuti a conoscenza dell’immanente rimpatrio verso la Tunisia, hanno deciso di cominciare lo sciopero della fame e protestare contro “gli operatori della struttura”e che poi sono stai trasferiti a Palermo e comunque rimpatriati nonostante queste iniziative di lotta.
Chissà quante notizie simili leggeremo ancora sui giornali, per i più storie da leggere con senso di trasporto sentimentale, forse con pena, senza mai pensare che i protagonisti non sono i personaggi di una fiction ma uomini e donne in carne ed ossa che continuano a sperare in un fututo migliore, continuano a lottare per una vita diversa da quella che i potenti hanno già scritto per loro.

 

 

 

 

 

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