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Pisa. 3 mesi di lotta contro l’indebitamento dei quartieri popolari

 

Per fissare meglio i punti cardine di questa vicenda occorre fare un passo indietro individuando i fattori scatenanti e ripercorrendo gli ultimi tre mesi di mobilitazione.

 

 

Le ragioni della contrarietà al mutuo

 

Il progetto originario di riqualificazione, si diceva… nel 2011, con tanto di tour propagandistico, inaugurazioni e spumante stappato, i dirigenti di comune e a Apes sfilano in Sant’Ermete annunciando il progetto di costruzione di 290 nuovi alloggi, aree verdi e parcheggi al posto delle 240 vecchie case popolari costruite nel 1947 e mai sottoposte a interventi di manutenzione strutturale. Secondo le tappe del piano cosiddetto di “riqualificazione e ripopolamento” i primi quattro palazzi di via Emilia tra il 2014 e il 2015 sono stati evacuati, recintati e cantierizzati in vista dell’abbattimento che avrebbe poi lasciato spazio alle nuove case. Nel frattempo gli abitanti evacuati sono stati trasferiti nei 48 nuovi appartamenti di via Bandi, le cosiddette case volano inaugurate l’anno scorso nelle quali ospitare i vecchi alloggiati e poter dar via al piano progressivo dei vecchi lotti. Si tratta di promesse e investimenti che hanno dato fiducia agli abitanti di un intero quartieri costretti a vivere da decenni in case allo sfascio, senza manutenzione e completamente fuori norma.

Gli anni passano e i lavori, partiti con il progetto delle case volano, proseguono a rilento. Affiorano i primi dubbi. Il sospetto e la diffidenza nei confronti delle promesse istituzionali si insinua tra gli abitanti del quartiere. Il 30 marzo, durante uno dei tanti incontri collettivi presso la sede dell’APES, l’ente pisano di edilizia popolare, conquistati dal comitato per avere la corretta informazione sul futuro del quartiere, il presidente di APES Lorenzo Bani, il direttore Giorgio Federici ed il responsabile tecnico Enrico Quinti comunicano che i dieci milioni della Regione Toscana per la ricostruzione a Sant’Ermete delle vecchie case popolari sono stati tolti dal bilancio.

Monta l’esasperazione. “Queste case sono piene di umidità, muffa, mura nere che colano acqua, la gente si ammala di dolore e bronchiti, case fatiscenti dentro e fuori, dove i topi entrano facilmente – scrive un abitante ottantenne in una lettera aperta al quartiere – Ora però dopo 4 anni nulla è stato fatto ma promesse tante. Tutto è fermo perchè ci dicono che i soldi non ci sono più. Dove sono finiti? Così non dovremo stare ancora in queste catapecchie dove anche le manutenzioni non vengono più fatte. Pisani chiediamo la vostra solidarietà perchè tutti devono sapere e allora dateci una mano, se potete venite qua a fare una passeggiata, rendetevi conto”. La misura è colma.

Il 2 aprile viene convocata una conferenza per denunciare il fatto. Il 6 aprile una grande assemblea pubblica di quartiere tra i palazzi di via Emilia viene convocata. La partecipazione è larghissima, tutti i nuclei delle case di via Emilia sono presenti o rappresentati. L’assemblea si muove in corteo e fa irruzione nel cantiere delle case evacuate e recintate, un vero buco nero nel cuore del quartiere. A un quinto dell’opera il progetto si ferma. Cosa resta? Niente case, un cantiere a recintare le rovine delle vecchie case, centinaia dei vecchi appartamenti ancora abitati abbandonati a se stessi con un quartiere ingannato. L’assemblea di quartiere decide di organizzarsi per la lotta: dove sono i 10 milioni? Parte il presidio permanente di lotta.

 

 

Dal presidio permanente alla conquista della verità

 

Il presidio permanente svolge una funzione fondamentale nello sviluppo della lotta: si allargano e moltiplicano le relazioni e gli scambi. In breve tempo, grazie a una presenza costante, diventa punto di riferimento e da lì si organizzano le attività di lotta e comunicazione: volantinaggi, porta a porta, comunicati e volantini. Il primo obiettivo della lotta è semplice e diretto: risalire una trama di potere, ottenere le informazioni per sapere che fine hanno fatto i 10 milioni. Dopo tante prese in giro ora su Sant’Ermete devono decidere gli abitanti del quartiere. Se i 10 milioni non ci sono più quale futuro preparano le istituzioni per il quartiere?

 

Il 7 aprile in consiglio comunale l’assessore alla Zambito dichiara l’ammanco in bilancio per il completamento del progetto e avanza l’ipotesi di contrarre un mutuo con le banche per la costruzione delle nuove case. Per il presidio permanente la proposta è irricevibile: contrarre un mutuo per la costruzione delle case popolari significa scaricare sugli abitanti dei quartieri il rientro del debito con l’aumento dei canoni di affitto o la svendita del patrimonio di edilizia sociale, esattamente come previsto dall’articolo 3 del Piano Casa. Il giorno seguente, l’8 aprile, gli abitanti di Sant’Ermete si recano all’Apes, il presidente Bani si trincera dietro un muro. Scoppia il caso. A fronte delle legittime richieste di spiegazioni da parte dei cittadini le istituzioni si sottraggono. L’11 aprile la Zambito è attesa in Sant’Ermete accompagnata dalla seconda commissione consiliare. Non si presenta. In via Emilia gli abitanti si radunano, parte un corteo interno al quartiere. Via Emilia resta bloccata per diverse ore.

 

Sono giorni intensi al presidio. Si prepara un esposto popolare: non è giusto pagare per case non a norma. Su questa base decine e decine di nuclei si uniscono al percorso di autoriduzione dell’affitto che gli inquilini di Sant’Ermete sono costretti a pagare ad APES. L’espandersi a macchia d’olio della pratica di autoriduzione dell’affitto è il segno tangibile della frattura apertasi in Sant’Ermete tra abitanti e istituzioni con la rottura della promessa di riqualificazione del quartiere: “Che senso ha continuare a pagare se ci fanno morì qui? Lasciano marcire le case e poi le vendano al privato. Possano farlo, lo dice l’articolo 3 del piano Casa: vendita in blocco di case popolari fatiscenti. E’ il destino che hanno scritto per Sant’Ermete, ma non solo, per tutte le periferie della città. Questo è il loro modello di riqualificazione”.

La promessa,l’illusione, la rottura di un patto, l’imposizione di misure urgenti, come il ricorso al mutuo per salvare il salvabile, per risolvere una situazione volutamente lasciata precipitare nell’emergenza. Si tratta di un vero proprio modello di governo del territorio che prova a calare le maglie dell’indebitamento sugli strati proletari delle città colonizzando i vecchi ambiti dello stato sociale che fu. Un destino che vede in generale l’edilizia popolare svenduta o finanziarizzata e nello specifico Sant’Ermete abbandonata prima al suo destino, lasciata morire, poi svuotata e ripopolata aumentando i costi complessivi della riproduzione sociale dei suoi abitanti e mercificando il terreno dell’abitare.

 

Il linguaggio della risposta a questo modello praticato con lo scontro dagli abitanti di Sant’Ermete è direttamente comunicabile agli altri quartieri popolari della città. Per questo, alla notizia della visita del premier Renzi a Pisa nella giornata del 29 aprile, simbolo di questo modello di governo sui livelli più alti del comando politico capitalistico, viene organizzato un tour di lotta e comunicazione nei quartieri popolari: San Giusto, Cisanello, Gagno, CEP. La giornata del 29 aprile vedrà un primo momento di ricomposizione dentro lo scontro di esperienze di lotta e resistenza prima distanti: lotte nei posti di lavoro, sulla casa, nei quartieri, nei contesti giovanili, contro i pignoramenti, contro i decreti in favore delle banche; un’invarianza della condizione proletaria di resistenza all’indebitamento sperimenta primi linguaggi e pratiche comuni scontrandosi contro il modello Renzi difeso dalla polizia ai cancelli del CNR. Un’esperienza preziosa che rafforza anche la lotta nel quartiere.

 

Intanto l’ostinazione e l’intransigenza della lotta con il presidio permanente fa emergere la verità. Spuntano i primi documenti nonostante i tentativi di occultare le ragioni profonde delle manovre sul progetto di riqualificazione di Sant’Ermete: il 18 aprile si scopre che il capitolo di spesa sul progetto era stato cancellato fin da settembre 2015 e non semplicemente assorbito in un’operazione di contabilizzazione sul nuovo “bilancio armonizzato”, come sostenuto inizialmente dalla Zambito. Il 9 maggio la prima commissione garanzia e controllo del comune dichiara che un altro milione e 300 mila euro mancano alla realizzazione della prima tranche di 5 milioni del progetto. Il 16 maggio gli abitanti di Sant’Ermete tornano all’Apes. Il presidente Bani si rimangia le promesse del 2011 e sfugge alla scadenza per trovare una soluzione credibile in regione. Il presidio dall’Apes in via Fermi si sposta in via Roma presso gli uffici della regione Toscana annunciando per il 7 giugno, ieri, una trasferta a Firenze per un incontro con l’assessore Ceccarelli, più volte richiesto senza ottenere risposte. Un altro tour, in Gagno e in San Giusto il 26 maggio con l’invasione dei cantieri del People Mover, l’ennesima opera inutile barattata con i finanziamenti per i quartieri, prepara questa nuova tappa.

 

 

Le bugie hanno le gambe corte: la governance locale deligittimata

 

La promessa tradita, come movente soggettivo, dentro un territorio animato da percorsi di lotta e autorganizzazione, ha reso difficilmente governabile per le istituzioni un quartiere della città di Pisa a partire da uno scontro sulle risorse. La rottura della fiducia nelle istituzioni è un primo elemento che si impone nel quadro di una lotta che si batte per smascherare le menzogne di una classe politica orientata a soggiogare quartieri e periferie con progetti utili a una loro rimercificazione violenta. Questa frattura ha inevitabilmente verticalizzato lo scontro politico.

 

Davanti all’incapacità di relazionarsi con le forme della rottura sul piano sociale l’attacco è frontale e si appella direttamente alla magistratura: “le pratiche violente devono finire”, dice il sindaco, “Dovrà essere l’autorità giudiziaria a valutare i reati che si sono commessi e ad individuare e sanzionare i responsabili”. La Zambito, sull’orlo di una crisi di nervi, si spertica nel dispensare solidarietà ai funzionari di APES a ogni occasione utile vittime di… vittime di quesiti incalzanti, vittime dell’irriducibilità ad accettare decisioni imposte dall’alto. Se la politica è dominata dalla tecnica questa ha scarse capacità di recupero nel momento in cui la prassi di riproduzione di una valorizzazione di capitale a spese della riproduzione sociale delle classi proletarie viene messa in discussione.

La corruzione è un dato sistemico e non morale perché è condizione di riproduzione di un modello di accumulazione che investe la vita delle persone mettendola a profitto. Eppure questo elemento fa paura, anche per il solo fatto che disvela una verità e lo fa grazie alle lotte, ovvero spostando equilibri e illuminando fenomeni prima occultati, denunciando allo stesso tempo anche l’estrema fragilità di una governance che si sviluppa in un perenne conflitto con il suo ordinamento di diritto, che pura la legittima. Così non sorprende la debolezza del presidente dell’APES Bani che si appella anch’esso, come parte tecnica, alla magistratura, presentando un esposto contro ignoti alla Procura per ‘diffamazione’. Il riferimento è a un volantino distribuito a Sant’Ermete in cui si parla di ‘gestione criminale di Apes da parte di Bani’. La scarsa elesticità di questa governance una volta di più conferma l’incapacità di gestire qualsiasi tipo di dialettica sociale e politica nel momento in cui i conflitti illuminano i rapporti di forza reali la cui trasformazione non può che essere l’obiettivo delle lotte per una vita migliore per i proletari nei quartieri in cui abitano.

 

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