
Rabbia delle periferie tra razzismo, proletariato bianco e stigmatizzazione dei “maranza”. Intervista ad Houria Bouteldja
“Maranza di tutto il mondo, unitevi! Per un’alleanza dei barbari nelle periferie” è il titolo del libro, pubblicato per DeriveApprodi, di Houria Bouteldja che analizza, dalle banlieues parigine alle periferie europee, le forme di lotta e autorganizzazione contro il razzismo e l’eredità del colonialismo.
Con la sua analisi provocatoria, la studiosa e militante antirazzista franco-algerina Houria Bouteldja ripercorre la storia della sinistra francese ed europea per spiegare come superare la cosiddetta “guerra tra poveri”, quella tra quelli che Bouteldja definisce “bifolchi” e “barbari”: lo scontro tra il proletariato bianco e i cittadini di origine migrante.
L’intervista completa a Houria Bouteldja. Ascolta o scarica.
Di seguito l’intervista trascritta
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Radio: Siamo in collegamento con Houria Bouteldja, autrice del libro “Beaufs et barbares: Le pari du nous” che è stato pubblicato in Italia da Derive Approdi con il titolo “Maranza di tutto il mondo, unitevi! Per un’alleanza dei barbari nelle periferie“. Houria Bouteldja benvenuta su Radio Onda d’Urto.
Bouteldja: Ciao ciao, un saluto a tutte e a tutti.
Radio: Per iniziare con la presentazione del tuo libro, come prima domanda, volevamo chiederti chi sono “Les Beaufs et les barbares” – i bifolchi e i barbari – e chi rappresentano?
Bouteldja: Bifolchi e barbari, sono prima di tutto termini che servono a qualificare due frazioni del proletariato francese: da una parte il proletariato bianco che si considera indigeno, autoctono e dall’altra parte il proletariato non bianco nato dalla storia postcoloniale, cioè i discendenti dei neri, degli arabi, dei musulmani…
Si tratta di termini sprezzanti. Sono termini usati dalle classi dominanti per imprigionare il proletariato nella propria posizione subalterna. Sono armi usate ugualmente per esprimere il disprezzo di razza verso le classi lavoratrici non bianche.
Quindi per tornare al titolo del mio libro, “Beaufs et barbares”: non sono parole mie ma si tratta di parole offensive e già in uso per parlare del proletariato.
Radio: Quando sono nati questi termini, i bifolchi e i barbari? Sono parole emerse durante il processo di decolonizzazione o esistevano già prima?
Bouteldja: Per prima cosa devo sottolineare che questi termini non sono utilizzati formalmente. Nessuno parla ufficialmente di barbari e bifolchi. Si tratta piuttosto di parole, direi, utilizzate volgarmente dalle persone. Appartengono al vocabolario delle discussioni, dei discorsi “da bar”. Nessuno per esempio nei media o nel mondo accademico parla di bifolchi o di barbari. Non saprei dire con esattezza quando queste parole siano apparse per la prima volta. Quello che posso dire è che le popolazioni originarie delle colonie sono sempre state screditate, sono sempre state chiamate in maniera dispregiativa. Infatti la parola “barbaro” è utilizzata sia per sottolineare l’estraneità di queste popolazioni alla nazione, il fatto che la loro presenza non sia legittima e sia per evidenziare la loro pericolosità. Questo per quanto riguarda la parola “barbaro”.
Per quanto riguarda invece i “bifolchi”, questo è un modo per affermare che le “classi popolari bianche” sono incolte, ignoranti, volgari, prive di radici, addirittura sessiste. Quindi direi che questo secondo termine, “bifolco”, è più recente all’interno del vocabolario francese, esiste da circa 30 / 40 anni.
Radio: All’interno del libro “Maranza di tutto il mondo unitevi”, tu sottolinei come siano stati i partiti e i sindacati di sinistra a privilegiare per primi i lavoratori e gli elettori bianchi. Sono stati quindi responsabili di aver posto le basi per il contratto razziale che organizza le relazioni sociali e sul lavoro. Volevamo dunque chiederti, cosa intendi quando parli di contratto razziale?
Bouteldja: Per essere più precisi direi che prima dei partiti e dei sindacati, c’è stato lo Stato capitalista borghese, ovvero il moderno Stato francese. E’ stato questo a proporre un patto razziale alla politica e alla società civile. Infatti in Francia, il patto razziale, il razzismo strutturale, sono conseguenza di una gestione dei rapporti sociali basati sulla razza. Inizialmente la questione non riguardava i partiti politici. E soprattutto non riguardava l’estrema destra e questo è molto importante da sottolineare. Certamente, l’estrema destra è enormemente razzista. Tuttavia il razzismo è strutturale ed è diretta emanazione dello Stato moderno.
Allora il contratto razziale, se volete, si spiega con il fatto che la struttura interna degli Stati capitalisti avanzati, per esempio quello Francese, è stata plasmata dal periodo e dal potere coloniale. All’interno di questi Stati esiste tuttavia la lotta di classe tra borghesia e proletariato. E questa produce alcuni risultati. Ma allo stesso tempo c’è una cosa che unisce tutta la popolazione bianca delle diverse classi sociali, ovvero, l’essere d’accordo con il progetto coloniale. In altre parole, le classi sociali bianche sono interessate, anche se in modo diseguale, alla rendita imperialistica.
Questo ha fatto si che la lotta di classe in Francia sia contro rivoluzionaria: lo è innanzitutto perché il patto razziale tra il proletariato bianco e la borghesia rende impossibile la parola d’ordine “proletari di tutto il mondo unitevi”. Infatti secondo il progetto comunista, tutti i proletari dovrebbero lottare per le loro rivendicazioni di classe. Il fattore razziale però tradisce la parola d’ordine comunista e questo favorisce l’unione tra il proletariato bianco e la borghesia. Ed è questo che è accaduto nella realtà storica, nei rapporti politici tra la borghesia e il proletariato francese, ed è per questo che questo proletariato è bianco. Questa unione tra proletariato bianco e borghesia è avvenuta proprio perché entrambi hanno beneficiato della rendita imperiale e coloniale. Lo stesso processo è avvenuto al proletariato francese come a quello tedesco, inglese e nord americano.
Radio: Restiamo ancora un po’ su questo punto. Tu hai affermato che il contratto razziale non è dipeso dall’estrema destra e che tutta la società ha condiviso e approfittato dei progetti coloniali. Questo ha comportato che, sia in Francia, che nel Regno Unito a titolo di esempio, tutta una serie di popolazioni delle colonie siano state sfruttate dai bianchi, addirittura per combattere come soldati nelle guerre mondiali: sono stati messi a disposizione dallo Stato nazione per compensare alle necessità che il proletariato bianco non riusciva a soddisfare. Questo ha sicuramente lasciato degli strascichi. Per questo, sempre parlando di contratto razziale e le sue inevitabili modifiche avvenute durante le diverse fasi storiche, volevamo chiederti, cosa resta ancora oggi nella società francese di questo patto razziale?
Bouteldja: Ciò che è rimasto, se si parla del caso del caso francese, sono gli interessi francesi in Africa. Questa è una delle dimensioni del patto imperialista razzista. C’è l’Africa, ma ci sono anche i territori d’oltre mare, la Martinica ad esempio. Quindi la Francia continua ad avere un dominio coloniale oggettivo. Il popolo razzializzato è l’obiettivo. Oggi c’è stata un’evoluzione, non è più una colonizzazione nel senso classico del termine. L’imperialismo non ha più bisogno di colonie di popolamento. L’imperialismo ha bisogno di installare i propri interessi nel resto del mondo. Nel caso della Francia ad esempio, ha interessi con Israele, lo sostiene. Pertanto non c’è una colonia francese in Israele. Capito cosa intendo dire?
Quindi tutti questi interessi che fanno la gloria e l’egemonia della Francia nel mondo, fanno parte se volete del patto razziale perché una parte di questa rendita imperialista è distribuita in Francia sotto forma di salario, sotto forma di diritto politico. Quindi tutto questo rimane qualcosa di concreto. Ma ciò che anche contribuisce alla dominazione francese è la sua appartenenza all’Unione europea, che è un’unione delle grandi borghesie nazionali su scala europea. L’Unione Europea per me è una specie di super-stato nazione bianco, un progetto imperialista.
Si vede chiaramente che l’Unione europea è un collante degli interessi bianchi nel mondo, che impone trattati economici iniqui ai paesi più deboli. L’Unione europea causa la morte di decine di migliaia di migranti nel Mediterraneo.
Quindi capite bene la posizione della Francia, che tramite la sua adesione all’Unione ha rafforzato la sua capacità di dominare il mondo. Questo processo ha rinvigorito il patto razziale.
Radio: Sì, a questo proposito, come tu hai detto parlando dell’Unione europea come di “un patto borghese tra i bianchi”, vorrei sottolineare come anche il patto sulla libera circolazione all’interno dei paesi che compongono l’area Shengen, sia nato proprio all’inizio degli anni novanta per spalmare nei vari paesi dell’Unione le popolazioni non bianche che provenivano dalle ex colonie e che si riversavano principalmente sui grandi paesi come la Francia o la Germania…
Qual’è la tua opinione a questo proposito?
Bouteldja: E’ senz’altro vero e questo mette in evidenza anche le disparità all’interno dei paesi bianchi. Questo poiché esiste anche una gerarchia tra i paesi bianchi: non sono tutti uguali, alcuni sono più in alto nella classifica, come ad esempio la Francia e la Germania. Poi ci sono i paesi del sud europeo, come il Portogallo, l’Italia, che teoricamente sono parti integranti dell’Unione ma che subiscono i rapporti di forza presenti al suo interno.
Radio: Torniamo a focalizzarci sul tuo libro, “Maranza di tutto il mondo unitevi”. E’ possibile secondo te un’unione tra i bifolchi e i barbari?
Bouteldja: Penso che un’eventuale unione non sarà facile: se ci sarà, sarà inevitabilmente conflittuale. Personalmente, in qualità di militante decoloniale, vedo ovviamente un grande interesse politico ad un’alleanza, ad un’unione tra l’insieme della classe lavoratrice. Penso che sia la sola possibilità per resistere al fascismo e al capitalismo. Il problema è che la classe operaia bianca non è favorevole ad un’alleanza con le classi proletarie non bianche: ha paura che questo si rifletta sui salari. Attualmente non c’è una proposta attrattiva in questo senso. Bisognerebbe costruire un progetto che tenga insieme gli interessi di tutta la classe lavoratrice.
Questa comunanza di interessi subisce tuttavia l’interferenza dell’Unione Europea, che approfitta delle divisioni di classe favorendo gli interessi dei bianchi, sfruttando però il proletariato bianco. Un proletariato che però è in declino. La gente è sempre più povera. Il progetto liberale europeo infatti impone delle norme economiche, dei vincoli che per esempio stanno distruggendo lo stato sociale. Le scelte dell’Unione vanno anche contro la democrazia, infatti abbiamo capito che anche le elezioni non servono più a molto perché tutto viene deciso precedentemente dall’alto. Questo significa che i francesi stanno perdendo sia il loro potere economico che il loro potere politico.
Io come militante decoloniale, penso che bisognerebbe proporre un progetto di Frexit decoloniale. Uscire dall’Unione è il solo modo per poter riconquistare la sovranità popolare e nazionale. Questo non significa avere piena fiducia nello Stato nazione, poiché esso riproduce un sistema razzista che al servizio degli interessi borghesi. La sola possibilità che intravedo è che la classe operaia si organizzi per riconquistare una forma di egemonia, questione oggi impedita dall’Europa.
Quindi per me l’alleanza tra i bifolchi e i barbari è possibile a condizione che l’obiettivo sia di riconquistare la potenza popolare all’interno di un quadro nazionale da superare. Per questo la nostra idea di Frexit deve essere decoloniale e allo stesso tempo fortemente internazionalista.
Radio: Andando verso la fine di questa intervista volevamo domandarti, a chi si rivolge il tuo libro?
Bouteldja: “Maranza di tutto il mondo unitevi” si rivolge a chi teme il fascismo, a chi ha paura dell’ultra-liberismo, del capitalismo, a chiunque pensi che bisogna agire a favore dell’ambiente per far fronte ai cambiamenti climatici, a chi si oppone alla guerra, che è un altro strumento del capitalismo che mette a repentaglio la sopravvivenza dell’umanità. Mi rivolgo a tutti coloro che sono per quella che io chiamo una pace rivoluzionaria.
Radio: Grazie Houlia, un’ultima domanda. Dato che stai viaggiando in questo paese per presentare il tuo libro, volevamo chiederti quali sono le differenze tra l’Italia e la Francia che hai potuto osservare rispetto a quanto scrivi nel tuo libro?
Bouteldja: L’Italia e la Francia sono paesi molto, molto diversi. La Francia è una grande potenza coloniale anche se in declino. Storicamente è una grande potenza criminale. Questo non è il caso dell’Italia, che è stata una piccola potenza coloniale.
La seconda cosa è che in Italia c’è stata la divisione nord-sud, che è quasi una divisione razziale. In Italia tuttavia, a differenza della Francia, le popolazioni provenienti dall’immigrazione post-coloniale non sono abbastanza vecchie da costituire una forza politica organizzata. In Francia infatti abbiamo un’esperienza di quattro, cinque, sei generazioni di attivisti nati dall’immigrazione coloniale che hanno lottato per i loro diritti, per l’uguaglianza e così via. Quindi come attivisti decoloniali abbiamo una presenza politica più efficace. Credo che in Italia ci sia una coscienza politica nascente, che diventerà un soggetto politico.
Radio: Ringraziamo Houria Bouteldja, autrice del libro “Beaufs et barbares: Le pari du nous” che è stato pubblicato in Italia da Derive Approdi con il titolo “Maranza di tutto il mondo unitevi”, per essere stata con noi.
Bouteldja: Molte grazie.
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