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Iran: accettare la complessità per esserne all’altezza

Da quando è scoppiata la rivolta in Iran assistiamo all’ennesimo scontro tra tifoserie contrapposte all’interno del movimento antagonista e più in generale della sinistra di classe.

C’è chi anche di fronte all’evidente carneficina di proletari e proletarie che sta portando avanti il regime si ostina a difenderlo come un baluardo del multipolarismo e chi, dall’altro lato, rimuove il problema oggettivo dell’uso politico che Stati Uniti ed Israele tentano di fare della rivolta per completare il loro progetto di ridisegno del Medio Oriente.

Eppure la rivolta in Iran sarebbe un importante banco di prova per confrontarsi analiticamente con la complessità del presente e provare a trarne delle lezioni necessarie.

Iniziamo da alcune ovvietà. È palese che la rivolta esplosa in Iran è il prodotto di condizioni di vita sempre più disperate che coinvolgono alcune frange significative della società. Come spiegato da più parti (1 | 2) la situazione economica dell’Iran è estremamente compromessa. Ad aggravare questo quadro vi sono la crisi climatica ed una malagestione delle forniture idriche che hanno colpito anche aree del paese tradizionalmente fedeli al regime. Inoltre da quanto viene riportato un ruolo lo ha avuto anche l’incapacità del regime nel difendere la popolazione dagli attacchi israeliani durante la guerra dei 12 giorni. È una rivolta interclassista, interetnica ed interreligiosa che ha coinvolto tanto le grandi città, quanto alcune aree rurali. Non è una rivolta organizzata da una forza politica strutturata o da una coalizione di forze politiche strutturate, anche se diversi soggetti ed organizzazioni provano ad assumerne la direzione. All’interno della rivolta vi sono anche forze operaie, proletarie e di classe che giocano un ruolo: è di oggi la notizia che gli operai delle delle compagnie AzarAb e Wagon Pars avrebbero occupato e preso il controllo dei relativi stabilimenti logistici ed industriali nella città di Arak. È altrettanto acclarato che all’interno della rivolta vi sono diversi elementi legati direttamente a Reza Pahlavi, il figlio dello Scià cacciato dalla rivoluzione del ‘79, al Mossad ed alla CIA. Non bisogna dimenticare poi che le condizioni economiche in cui versa l’Iran sono conseguenza anche dell’isolamento economico e della recrudescenza delle sanzioni che tanto le amministrazioni Trump quanto quella Biden hanno imposto al paese. Come scrivevamo in questa breve riflessione sul recente attacco statunitense al Venezuela questo genere di pressioni fa parte dell’armamentario storico dell’imperialismo statunitense e serve appositamente per costruire le condizioni di un regime change in un paese considerato ostile.

In questa rivolta coesistono, come in ogni rivolta, forze, contenuti, pulsioni e ideologie diverse, a volte contrapposte che si confrontano e scontrano per far prevalere i propri interessi. Ma è anche una rivolta differente da quelle che a stretto giro la hanno preceduta negli scorsi anni, l’ultima in ordine di tempo nel 2022 al grido “Donna, vita e libertà”, i cui temi sembrano permanere ed assommarsi in questo ciclo. È differente per estensione sociale e territoriale: non riguarda un solo ceto sociale, una sola regione, una sola etnia, una sola rivendicazione ma è stratificata ed articolata. Vi è sicuramente una parte di borghesia e piccola borghesia iraniana che esclusa dai circoli economici del regime e diminuita dalla crisi guarda ad Occidente sperando in un modello liberale e liberista. Questa è quella parte della rivolta celebrata sui media occidentali, quella che ha una voce ed un modo per rappresentarsi sullo scenario internazionale. Ma sul campo sembra esserci molto altro: giovani e giovanissimi, proletari, donne e persino contadini che probabilmente hanno in odio tanto gli Stati Uniti ed Israle quanto il regime, ma che non hanno forme di organizzazione politica compiuta in grado di esercitare egemonia, almeno per il momento, sull’intero processo. È una storia già vista, dalle primavere arabe ad Euromaidan, l’eclissi di forze di classe organizzate porta inevitabilmente ad una deviazione del potenziale rivoluzionario da parte di potenze esterne e/o interne che lo utilizzano per i propri interessi capitalisti ed imperialisti. Spesso questo esito conduce alla tragedia: guerra, guerre civili, regimi ancora più brutali, disintegrazione del tessuto sociale e politico. Questi sono già oggi gli scenari che gli analisti contemplano candidamente per l’Iran mentre si dibatte su quale conta dei morti sia più credibile.

Non c’è dubbio che Israele e gli Stati Uniti approfitteranno della situazione per provare a sferrare un colpo mortale ad uno dei pochi argini regionali al loro progetto, ma questo nulla toglie alle legittime rivendicazioni del popolo iraniano. Si tratta di interessi materiali, non (solo) di aspirazioni democratiche e liberali: la nostra parte pretende migliori condizioni di vita, e non serve essere sentimentali, ma basta essere materialisti, per comprendere che l’eroica resistenza all’imperialismo statunitense senza un’orizzonte trasformativo non si mangia e non si beve.

L’elemento nuovo e da valorizzare è semmai che in nuce un’autonomia all’interno delle proteste sembra prendere corpo: molte testimonianze riportano che nelle piazze uno degli slogan più diffusi è “Morte al regime, morte allo Scià”, segno che i manifestanti non aspirano ad una restaurazione del sovrano sostenuto dall’Occidente, così come è importante notare che in molti video che circolano sui social media viene espressa una forte contrarietà verso un intervento esterno. Qualcosa di ben diverso dagli appelli al regime change che vengono diffusi dai media mainstream.

Ora questo quadro dovrebbe fare molto riflettere su un doppio fallimento delle storiche posture della sinistra. Da un lato la logica del “ogni nemico del mio nemico è mio amico” ha degli esiti stranianti per cui in nome di uno sciatto antimperialismo si è disposti a sacrificare le legittime aspirazioni proletarie. Dall’altro lato una candida visione etica che senza volerlo si accoda alla strategia israelo-statunitense favorendo un intervento esterno che la nostra parte in loco non auspica né desidera (dato che tra l’altro il soft power statunitense è sempre meno capace di affabulare le masse), ricordiamo il dibattito sul presunto imperialismo iraniano. Questo è il passaggio stretto in cui ci troviamo. L’unico favore che possiamo fare agli iraniani è quello di accettare questa complessità, smettere di tifare e capire come favorire l’emersione dell’autonomia proletaria, la sua organizzazione ed il suo rafforzamento.

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