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Una storia di ordinaria repressione

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Ieri (ndr. 16 aprile) un nostro compagno è stato multato mentre volantinava a poca distanza da un supermercato davanti al quale stavamo facendo una raccolta di beni di prima necessità SOSpesa.

La dinamica dei fatti porta indietro nel tempo, a maggior ragione alla vigilia del 25 aprile.
Una vera e propria retata “in nome della guerra al Covid”, scattata nel pomeriggio di ieri in piazza Robilant: due volanti dei carabinieri e due jeep hanno chiuso le uscite e tutti coloro si sono ritrovati in trappola sono stati perquisiti e identificati.
La situazione ha preso una piega ulteriormente grave, seppur grottesca, quando ad una ragazza che riprendeva la scena da film poliziesco dal balcone, è stato intimato di scendere per farsi identificare.
La peggio però è stata riservata al nostro compagno che è stato minacciato, portato in caserma, perquisito corporalmente e multato. L’intento dei carabinieri sembra esser stato proprio quello di esercitare il loro potere ad ogni costo: inutile mostrare i documenti che attestano l’adesione del compagno all’associazione Amici di Via Revello e dimostrare il carattere solidale dell’attività svolta (che sta attualmente mettendo alcune pezze alla disastrosa gestione statale delle problematiche conseguenti le misure anti-Covid): il far parte di un centro sociale che alle confuse memorie dei carabinieri indirizzava al movimento NoTav e all’antiproibizionismo è stato sufficiente, di fatto, per motivare fermo e contravvenzione.

Ci chiediamo se il trattamento speciale riservato al compagno in questione sarebbe stato il medesimo, se avesse tranquillamente mentito dicendo che stava andando a fare la spesa al supermercato nei pressi, anziché rivendicarel’attività solidale che stava svolgendo.
Ci chiediamo se l’arroganza e la determinazione nel porre fine al volantinaggio sarebbe stata la stessa ,se i volantini non avessero recato la firma di un centro sociale.
Ci chiediamo se sia una prassi normale in una caserma umiliare, spogliare ed obbligare piegamenti davanti agli agenti una persona , qualsiasi cosa essa abbia fatto o qualsiasi cosa ci sia scritta nella sua fedina penale.

Uno stato che sta lasciando morire abbandonate nelle proprie case centinaia di persone e ne sta emanando la stessa condanna per altrettante imprigionate nelle RSA, nelle prigioni, nei CPR; uno stato che non garantisce ai medici, agli infermieri, agli OSS minime condizioni per lavorare in sicurezza e allo stesso tempo freme per riaprire nuove attività produttive, ignorando il disagio economico, la povertà e la disperazione dilaganti, non ha altro da fare che individuare e reprimere la solidarietà Popolare?
Ironia della sorte, il fermo e la perquisizione sono state condotte da un assembramento di forze dell’ordine per lo più senza mascherina, mettendo in pericolo la salute delle persone fermate, nello stesso tempo in cui venivano accusate di essere untrici.
E’ chiaro che questo episodio di repressione che non ci fermerà. Non rispettare norme illogiche, avendo comportamenti non pericolisi né per sé né per gli altri è una pratica giusta e da rivendicare, prima che questo Stato repressivo, che ci vorrebbe obbedienti, silenziosi e a capo chino di fronte alle sempre più spavalde intimidazioni poliziesche, diventi “la nuova normalità”.

Andremo avanti con la nostra attività, a testa alta e a pugno chiuso.

Da Csoa Gabrio

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