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Cosa ci dice il discorso di Xi Jinping sulla Cina e il mondo del futuro?

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Quello appena apertosi a Pechino, nel Palazzo del Parlamento Cinese in piazza Tien An Men, è il diciannovesimo congresso del Partito Comunista Cinese.

Il congresso cade ogni cinque anni, e provvede a designare i futuri leader istituzionali ma soprattutto gli indirizzi strategici del PCC per il paese. Il PCC è la più grande organizzazione politica al mondo, formata da oltre 90 milioni di membri e attraversata da correnti e posizioni differenziate ben oltre quanto appare all’esterno, in una delle più grandi pratiche di riduzionismo dei media occidentali in materia.

Che succederà a questo congresso? L’idea è che sarà molto direzionato verso lla conferma di Xi Jinping a plenipotenziario nel paese, con le diverse conseguenze che ne deriveranno. Il presidente attuale è la massima autorità del Partito, dello Stato ma anche dell’Esercito, in una concentrazione di potere avvenuta solo in pochi altri momenti della storia cinese. La non indicazione, come appare probabile, nei termini usuali di un candidato alla successione di Xi per il 2022 significherebbe l’ulteriore proiezione nella storia dell’attuale Presidente, che potrebbe a quel punto essere paragonato per importanza e rilievo solo a Mao e Deng. Non a caso, gli unici due che hanno nella dottrina ufficiale del Partito il loro nome enunciato insieme al loro corpus teorico sviluppato durante le loro presidenze.

Xi Jinping è stato già di recente rinominato “core leader”, ovvero leader centrale, sopraelevato rispetto agli altri che saliranno al potere dentro il Politburo adesso o fra cinque anni. Il rafforzamento di Xi alla guida del paese simboleggia la necessità delle elite cinesi di affrontare in maniera compatta per quanto possibile le sfide dei prossimi decenni.

Ma cosa intende dire Xi quando parla di “socialismo con caratteristiche cinesi?” Nel suo discorso di apertura del 18 ottobre, relazione e introduzione ai lavori a cura del Comitato Centrale del Politburo che lui presiede, Xi ha ulteriormente battuto sul tasto della necessità di entrare in una “nuova era” mondiale a guida cinese, da costruire a partire dal mantenimento di una rigida disciplina. Questa è intesa sia in merito al proprio partito, che è stato colpito da una enorme campagna anti-corruzione che è stata – anche ma non unicamente – una occasione per colpire leader ed esponenti politici avversi allo sguardo politico di Xi. Basti pensare a  Sun Zhengcai, uno dei principali potenziali leaders, fatto fuori nel luglio scorso per corruzione cosi come nel 2013 era stato fatto fuori Bo Xilai, altro astro nascente e potenziale avversario di Xi.

Ma la disciplina riguarda anche l’economia. Xi, che nel 2017 a Davos aveva parlato di una Cina nuova leader della globalizzazione, ha come spine del fianco quella della resistenza delle burocrazie delle grandi aziende di Stato alla riforma in senso privatizzatore. Quella che si gioca è una battaglia tra due forme di capitalismo, una più tradizionale basata su uno strapotere dello Stato contro una turboliberista come quella incarnata da Xi, dove lo Stato non scompare ma non rifugge i “giudizi” del mercato sulle performance economiche dei colossi statali e dei piani governativi. Una battaglia che poi si risolve anche nelle epurazioni e nei giochi di potere di cui sopra. La conferma di Xi per un ulteriore mandato potrebbe essere un segnale della volontà di attaccare in maniera decisiva le resistenze all’ulteriore liberalizzazione e privatizzazione di enormi parti dell’economia cinese. Riducendo il debito sovrano e le spese improduttive in uno sforzo utile anche alla possibilità per le aziende di proprietà statale tuttora solide di poter andare ad acquisire partecipazioni azionarie in giro per il mondo (vedasi le acquisizione di Inter e Milan solo per rimanere al nostro calcio) e rafforzare così la presa di Pechino sull’economia globale.

Uno sguardo globale che è una sfida anche in termini filosofici e di visione delle categorie del politico. L’enfasi di Xi sul non farsi ababgliare da modelli come la democrazia liberale occidentale, cosi come quella sul non subire il fascino del protezionismo in fase di crisi, implica una visione del mondo capace di fare emergere la Cina come modello innovatore a partire dalla sua esperienza storica concreta. Uno sforzo utile suprattutto ora che la superpotenza americana non sembra essere in grado di invertire un trend che la vede sempre più declinante, almeno nel campo della capacità di visione globale, e dove il modello della “democrazia” degli States non ha in Trump uno sponsor molto accattivante, per quanto anche i predecessori non fossero da meno. Chiudere un ciclo di umilazione, iniziato con le guerre dell’oppio e l’avvento dell’imperialismo occidentale in Cina a metà dell’Ottocento è il grande obiettivo storico di Xi, il suo “Sogno Cinese”.

Il ritiro degli USA dall’accordo di Parigi sul clima e dall’Unesco non sono che regali ad una Cina che ha come obiettivo proprio quello di imporsi a leader globale, anche a discapito di una realtà militare ed economica non ancora paragonabile a quella statunitense. Del resto, il progetto delle nuove Vie della Seta può funzionare soprattutto se ci sarà una fiducia ampia nella Cina come partner affidabile in merito a qualità degli investimenti e a relazioni con i paesi che verranno toccati dal progetto. Invece di inserirsi in queste contraddizioni possibili, gli USA ripiegando su sè stessi e continuando a praticare unilateralismo fuori tempo massimo lasciano praterie a Pechino.

La quale, secondo le parole di Xi di ieri, cercherà sempre più di aprirsi al mondo, anche se questo (non detto come ovvio da Xi) significherà anche maggiore tenuta interna nel senso della repressione verso ogni pulsioni di tipo indipendentista. Leggasi Hong Kong e vedasi situazione Taiwan, ma soprattutto si pensi allo Xinjiang, regione di frontiera dell’Ovest cinese con l’Asia Centrale da cui partiranno le rotte della Via della Seta e nella quale è in corso una durissima battaglia contro la popolazione uigura, che lamenta l’annichilimento della propria cultura e dei propri spazi di autonomia con la scusa della lotta al terrorismo islamico, pure esistente nella regione.

La stabilità interna è un problema enorme per Pechino: la gestione delle migrazioni interne è sempre più complessa in un contesto di crescita minore rispetto agli ultimi vent’anni, e i piani per costruire una distribuzione migliore della popolazione che non pesi troppo sulle megà città del paese si scontra spesso con un livello di welfare e condizioni di vita ancora insufficiente per una aspirante classe media in formazione come esiste nei desiderata di Xi. Se questo passaggio non riuscirà, le lotte che si sviluppano a decine all’interno dei confini della R.P.C potrebbero rilevarsi il problema maggiore per il PCC ben oltre la dimensione economica e geopolitica; la stretta sempre maggiore sulla Rete, luogo dove possono trovare diffusione foto video e testi in merito ai conflitti che si agitano soprattutto in ambito lavorativo e ambientale, è una cartina di tornasole di questa paura che attanaglia i vertici politici.

Un tema fondamentale, da pochi segnalato, è quello che riguarda la questione militare: date le regole consuetudinarie del Partito e dello Stato, ci sarà un ricambio enorme nell’ambito dell’elite militare, con solo il 17% degli alti funzionari militari attuali che manterranno il posto per non raggiunti limiti di età. Un cambiamento che darà a Xi un enorme presa di potere in questo settore, che nelle intenzioni del leader dovrà sottostare ad una profonda modernizzazione strategica ancora più importante nel momento in cui le schermaglie fra USA e Nord Corea sembrano più di altre volte poter degenerare in un conflitto.

Sulla questione la Cina fatica a trovare una posizione chiara. Da un lato l’eventuale riconoscimento mondiale della Corea del Nord come stato atomico cambierebbe completamente l’equilibrio strategico in Asia Orientale, con gli USA che per la prima volta dovrebbero subire una sconfitta e probabilmente, come molti commentatori ipotizzano, essere costretti a lasciare l’area armando con l’atomica Corea del Sud e Giappone (che non a caso sta alzando la sua propaganda militarista sfruttando la crisi Kim-Trump). Senza dubbio una vittoria per la Cina e le sue politiche che mirano a eliminare la superpotenza a stelle e strisce dal suo Pacifico limitrofo. Dall’altro lato una Corea del Nord attaccata dagli USA sarebbe una tragedia per Pechino, che rischierebbe o un disastro alle sue porte in termini di perdite di vite umane che difficilmente potrebbe vedere la Cina non agire anche contro gli USA, oppure in caso di vittoria americana l’incubo dei marines al proprio confine con l’attuale Corea, il fiume Yalu.

Dalla politica interna a quella estera, il congresso appena apertosi è di fondamentale importanza per capire la Cina e per comprendere l’ulteriore approfondimento della sua presa negli affari globali. Torneremo con nuovi articoli e approfondimenti sul tema nei prossimi giorni…

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