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Il grande reggimento cinese dell’esercito globale dei gig-workers

200 milioni di precari tra industria e servizi, ma soprattutto giovani che rifiutano il mito del lavoro

da Chicago86

In Cina sta emergendo la più grande concentrazione al mondo di lavoratori precari, composta da circa 200 milioni di gig-workers (alle prese con lavoretti ottenibili online), che rappresentano un quarto della forza lavoro totale del Paese.

A differenza dell’Occidente, la gig-economy cinese non riguarda solo il mondo dei servizi, ma anche quello manifatturiero. Si stima che 40 milioni di lavoratori siano impiegati in fabbriche con contratti giornalieri, con molti stabilimenti industriali che assumono fino all’80% degli operai tramite piattaforme digitali. Un caso eclatante è la fabbrica della Foxconn a Zhengzhou, dove si produce l’iPhone, in cui oltre la metà dei 200.000 lavoratori stagionali sarebbero dispatch workers, ovvero lavoratori reclutati tramite intermediari ma non pienamente assunti, quindi senza contributi pensionistici, assistenza sanitaria ed altre tutele. Altri 84 milioni di precari sono impiegati nelle emerging employment (occupazioni emergenti) come riders, livestreamer ed operatori delle piattaforme digitali. Anche questi lavoratori non hanno contratti standard, non sono coperti da assicurazioni e spesso faticano a far riconoscere il rapporto di lavoro con le piattaforme digitali, al punto che tra 2020 e il 2024 i tribunali cinesi hanno gestito circa 420.000 cause civili riguardanti lavoratori della gig-economy, tanto da spingere il presidente della corte superiore di Shanghai a chiedere un aggiornamento delle norme sui lavori “flessibili”.

Nei primi quattro mesi del 2025 si sono verificati circa 540 scioperi o proteste dei lavoratori, che solo in rari casi aderiscono ai sindacati (controllati dal governo), mentre sempre più frequentemente si coordinano su reti digitali, puntualmente censurate dallo Stato, che risponde con la repressione ma anche con le riforme per incentivare l’occupazione e contrastare la proliferazione di network di protesta.

Tra le nuove generazioni c’è chi rinuncia al tradizionale impiego stabile che porta una carriera lineare, l’acquisto della prima casa e la formazione di una famiglia, preferendo lavorare solo quando ha bisogno di soldi, grazie alle piattaforme digitali che hanno sostituito gli intermediari tradizionali e che consentono di passare rapidamente da un’occupazione all’altra. Questi giovani non si preoccupano della pensione, della loro qualifica lavorativa e del loro status sociale. Alternano brevi periodi di lavoro a periodi di disoccupazione, interagiscono con la rete sociale e non hanno più il mito del lavoro. Sono i tang ping (stare sdraiati), i bai lan (lascialo marcire), ma anche i freeters giapponesi, i sampo sudcoreani e i neet/anti-work occidentali. E’ una tendenza globale contro il “lavorare ad ogni costo”, che per adesso serpeggia nella rete ma che un domani potrebbe darsi appropriate forme di organizzazione.

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