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Il saluto di Piazza Taksim ad Ethem e i raid della polizia

 

Come ieri mattina, quando la polizia ha invaso a tappeto e deliberatamente decine e decine di appartamenti, arrestando una ventina di persone (numero ufficioso), con una operazione che se da una parte ricorda un po’ quelle delle pattuglie americane nei ghetti, dall’altra assume tratti militareschi tout-court,

Anche blogger che avevano organizzato la copertura broadcast delle piazze in mobilitazione sono stati arrestati, facendo salire a 77 il presunto numero di persone in carcere dall’inizio delle proteste.

A corollario dell’operazione di fatto è stato predisposto una serie di check-point che hanno circostritto l’accesso di un intero quartiere della città, con tanto di pistole puntate a distanza verso i passanti. La realtà supera l’immaginazione e i fiacchi racconti dei media internazionali.

Quelle pistole puntate ad altezza d’uomo rappresentano il volto sporco della gestione del governo Erdogan del dissenso sociale, mai veramente condannata dalle diplomazie occidentali, ma oggetto dell’ira della popolazione turca che ieri ha ricordato ancora una volta l’uccisione manu armata di Ethem il 1° Giugno, uno dei protagonisti delle prime fasi della protesta a Gezi Parki.

Decine di migliaia ancora una volta sono accorsi a Taksim, in barba a passibili idranti, lacrimogeni, pallottole di gomma. Ancora una volta per dire: “ciao, Ethem!”

Nello stesso tempo, oltre 2000 manifestanti che volevano raggiungere la centralissima zona di Kizilai ad Ankara venivano ricacciati dai blocchi della polizia,a cui si è risposto con barricate e presidi negli incroci principali attorno alla zona.

A Istanbul e Ankara il giogo della paura è saltato in aria: le crude minacce poliziesche sono viste come un segnale di debolezza e i tentativi di terrorizzare messi in atto dal regime un segno intrinseco di mancanza di consenso sociale sotto i piedi.

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