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Ilan Pappé: E’ il buio prima dell’alba, ma il colonialismo di insediamento israeliano è alla fine

Il professor Ilan Pappe ha parlato all’annuale Genocide Memorial Daydell’IHRC (Islamic Human Rights Commission), tenutosi a Londra il 21 gennaio 2024, sulla necessità di comprendere che il genocidio dei palestinesi a cui stiamo assistendo, per quanto brutale, è anche la fine del cosiddetto Stato ebraico. Dobbiamo essere pronti a immaginare un nuovo mondo al di là di esso.

di Ilan Pappe, traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

L’idea che il sionismo sia un colonialismo di insediamento non è nuova. Gli studiosi palestinesi che negli anni ’60 lavoravano a Beirut nel Centro di Ricerca dell’OLP avevano già capito che quello che stavano affrontando in Palestina non era un progetto coloniale classico. Non inquadravano Israele solo come una colonia britannica o americana, ma lo consideravano un fenomeno che esisteva in altre parti del mondo, definito come colonialismo di insediamento. È interessante che per 20-30 anni la nozione di sionismo come colonialismo di insediamento sia scomparsa dal discorso politico e accademico. È tornata quando gli studiosi di altre parti del mondo, in particolare Sudafrica, Australia e Nord America, hanno concordato che il sionismo è un fenomeno simile al movimento degli europei che hanno creato gli Stati Uniti, il Canada, l’Australia, la Nuova Zelanda e il Sudafrica. Questa idea ci aiuta a comprendere molto meglio la natura del progetto sionista in Palestina dalla fine del XIX secolo ad oggi, e ci dà un’idea di cosa aspettarci in futuro.

Credo che questa particolare idea degli anni ’90, che collegava in modo così chiaro le azioni dei coloni europei, soprattutto in luoghi come il Nord America e l’Australia, con le azioni dei coloni che arrivarono in Palestina alla fine del XIX secolo, abbia chiarito bene le intenzioni dei coloni ebrei che colonizzarono la Palestina e la natura della resistenza locale palestinese a quella colonizzazione. I coloni seguirono la logica più importante adottata dai movimenti coloniali di insediamento, ossia che per creare una comunità coloniale di successo al di fuori dell’Europa è necessario eliminare gli indigeni del Paese in cui ci si è stabiliti. Ciò significa che la resistenza indigena a questa logica è stata una lotta contro l’eliminazione e non solo di liberazione. Questo è importante quando si pensa all’operazione di Hamas e di altre operazioni di resistenza palestinese fin dal 1948.

Gli stessi coloni, come nel caso di molti europei che arrivarono in Nord America, America Centrale o Australia, erano rifugiati e vittime di persecuzioni. Alcuni di loro erano meno sfortunati e cercavano semplicemente una vita e delle opportunità migliori. Ma la maggior parte di loro erano emarginati in Europa e cercavano di creare un’Europa in un altro luogo, una nuova Europa, invece dell’Europa che non li voleva. Nella maggior parte dei casi, hanno scelto un luogo in cui viveva già qualcun altro, i nativi. Quindi il nucleo più importante tra loro era quello dei leader e ideologi che fornivano giustificazioni religiose e culturali per la colonizzazione della terra di qualcun altro. A questo si può aggiungere la necessità di affidarsi a un Impero per iniziare la colonizzazione e mantenerla, anche se all’epoca i coloni si ribellarono all’Impero che li aveva aiutati e chiesero e ottennero l’indipendenza, che in molti casi ottennero e poi rinnovarono l’alleanza con l’Impero. Il rapporto anglo-sionista che si è trasformato in un’alleanza anglo-israeliana è un esempio.

L’idea che si possa eliminare con la forza il popolo della terra che si vuole, è probabilmente più comprensibile – non giustificata – sullo sfondo dei secoli XVI, XVII e XVIII, perché andava di pari passo con la piena approvazione dell’imperialismo e del colonialismo. Era alimentato dalla comune disumanizzazione degli altri popoli non occidentali e non europei. Se si disumanizzano le persone, è più facile eliminarle. L’aspetto unico del sionismo come movimento coloniale di insediamento è che è apparso sulla scena internazionale in un momento in cui le persone di tutto il mondo avevano iniziato a ripensare il diritto di eliminare gli indigeni, di eliminare i nativi e quindi possiamo capire lo sforzo e l’energia investiti dai sionisti e successivamente dallo Stato di Israele nel cercare di coprire il vero obiettivo di un movimento coloniale di insediamento come il sionismo, che era l’eliminazione dei nativi.

Ma oggi a Gaza stanno eliminando la popolazione nativa davanti ai nostri occhi, quindi come mai hanno quasi rinunciato a 75 anni di tentativi di nascondere le loro politiche di eliminazione? Per capirlo, dobbiamo apprezzare la trasformazione della natura del sionismo in Palestina nel corso degli anni.

Nelle fasi iniziali del progetto coloniale sionista, i suoi leader portavano avanti le loro politiche di eliminazione con un genuino tentativo di quadratura del cerchio, sostenendo che era possibile costruire una democrazia e allo stesso tempo eliminare la popolazione nativa. C’era un forte desiderio di appartenere alla comunità delle nazioni civilizzate e i leader presumevano, in particolare dopo l’Olocausto, che le politiche di eliminazione non avrebbero escluso Israele da tale associazione.

Per far quadrare il cerchio, la dirigenza sionista ha insistito sul fatto che le sue azioni di eliminazione contro i Palestinesi fossero una “ritorsione” o una “risposta” alle azioni palestinesi. Ma molto presto, quando questa leadership ha voluto passare ad azioni di eliminazione più sostanziali, ha abbandonato il falso pretesto della “rappresaglia” e ha smesso di giustificare le proprie azioni.

A questo proposito, esiste una correlazione tra il modo in cui si è sviluppata la pulizia etnica nel 1948 e le operazioni degli israeliani a Gaza oggi. Nel 1948, la leadership giustificava a se stessa ogni massacro commesso, compreso quello famigerato di Deir Yassin del 9 aprile, come reazione ad un’azione palestinese: poteva trattarsi del lancio di pietre contro l’autobus o dell’attacco ad un insediamento ebraico, ma doveva essere presentato all’interno e all’esterno come qualcosa che non arriva dal nulla, come autodifesa. Infatti, questo è il motivo per cui l’esercito israeliano si chiama ‘Forze di Difesa Israeliane’. Ma poiché si tratta di un progetto coloniale di insediamento, non può contare sempre sulla “rappresaglia”.

Le forze sioniste iniziarono la pulizia etnica durante la Nakba nel febbraio 1948, per un mese tutte queste operazioni furono presentate come ritorsioni all’opposizione palestinese al piano di spartizione delle Nazioni Unite del novembre 1947. Il 10 marzo 1948, la leadership sionista smise di parlare di rappresaglia e adottò un piano generale per la pulizia etnica della Palestina. Dal marzo 1948 alla fine del 1948, la pulizia etnica della Palestina, che portò all’espulsione di metà della popolazione palestinese, alla distruzione di metà dei villaggi e alla de-arabizzazione della maggior parte delle città, fu realizzata come parte di un piano generale sistematico e intenzionale di pulizia etnica.

Allo stesso modo, dopo l’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza nel giugno 1967, ogni volta che Israele ha voluto cambiare radicalmente la realtà o impegnarsi in un’operazione di pulizia etnica su larga scala, ha rinunciato alla necessità di una giustificazione.

Oggi stiamo assistendo a uno schema simile. All’inizio le azioni sono state presentate come ritorsione all’operazione Tufun al-Aqsa, ma ora si tratta della guerra denominata “spada di guerra”, che mira a riportare Gaza sotto il diretto controllo israeliano, ma pulendo etnicamente la sua popolazione attraverso una campagna di genocidio.

La grande domanda è: perché i politici, i giornalisti e gli accademici occidentali sono caduti nella stessa trappola in cui erano caduti nel 1948? Come possono ancora oggi credere all’idea che Israele si stia difendendo nella Striscia di Gaza? Che stia reagendo alle azioni del 7 ottobre?

O forse non stanno cadendo nella trappola. Forse sanno che ciò che Israele sta facendo a Gaza è di usare il 7 ottobre come pretesto.

In ogni caso, finora, la rivendicazione di un pretesto da parte di Israele ogni volta che aggredisce i palestinesi, ha aiutato lo Stato a sostenere lo scudo dell’immunità che gli ha permesso di perseguire le sue politiche criminali senza temere alcuna reazione significativa da parte della comunità internazionale. Il pretesto ha contribuito ad accentuare l’immagine di Israele come parte del mondo democratico e occidentale, quindi al di là di qualsiasi condanna e sanzione. L’intero discorso della difesa e della ritorsione è importante per lo scudo di immunità di cui Israele gode presso i governi del Nord globale.

Ma come nel 1948, anche oggi Israele, con la sua operazione, rinuncia al pretesto, e questo è il momento in cui anche i suoi più grandi sostenitori hanno difficoltà ad appoggiare le sue politiche. L’entità della distruzione, le uccisioni di massa a Gaza, il genocidio, sono a un livello tale che gli israeliani trovano sempre più difficile persuadere persino se stessi che ciò che stanno facendo è in realtà autodifesa o reazione. Pertanto, è possibile che in futuro sempre più persone abbiano difficoltà ad accettare questa spiegazione israeliana del genocidio a Gaza.

Per la maggior parte delle persone è chiaro che sia necessario un contesto e non un pretesto. Storicamente e ideologicamente, è molto chiaro che il 7 ottobre viene utilizzato come pretesto per completare ciò che il movimento sionista non è stato in grado di completare nel 1948.

Nel 1948, il movimento coloniale di insediamento del sionismo ha utilizzato una particolare serie di circostanze storiche, di cui ho scritto in dettaglio nel mio libro La pulizia etnica della Palestina, per espellere metà della popolazione palestinese. Come detto, nel processo hanno distrutto la metà dei villaggi palestinesi, demolito la maggior parte delle città palestinesi, eppure una metà dei palestinesi è rimasta all’interno della Palestina. I palestinesi che divennero rifugiati al di fuori dei confini della Palestina continuarono la resistenza dei palestinesi, quindi l’ideale coloniale di insediamento mirato a eliminarne la presenza autoctona non fu realizzato e, in modo graduale, Israele usò tutto il suo potere dal 1948 ad oggi per continuare questo processo di eliminazione.

L’eliminazione dei nativi, dall’inizio alla fine, non comprende solo un’operazione militare, con la quale si occupa un luogo, si massacrano le persone o le si espelle. L’eliminazione deve essere giustificata o andare avanti per forza d’inerzia e il modo per farlo è la costante disumanizzazione di coloro che si intende eliminare. Non si può uccidere massicciamente o commettere genocidio su un altro essere umano se non lo si disumanizza. Quindi, la disumanizzazione dei palestinesi è un messaggio esplicito e implicito trasmesso agli ebrei israeliani attraverso il loro sistema educativo, il loro sistema di socializzazione nell’esercito, i media e il discorso politico. Questo messaggio deve essere trasmesso e mantenuto se si vuole completare l’eliminazione.

Stiamo quindi assistendo a un nuovo e crudele tentativo di completare l’eliminazione. Eppure, non è tutto senza speranza. Infatti, ironia della sorte, questa particolare distruzione disumana di Gaza mostra il fallimento del progetto coloniale sionista. Questo può sembrare assurdo, perché sto descrivendo un conflitto tra un piccolo movimento di resistenza, il movimento di liberazione palestinese, e un potente Stato con una macchina militare e un’infrastruttura ideologica che si concentra esclusivamente sulla distruzione del popolo indigeno della Palestina. Questo movimento di liberazione non ha una forte alleanza alle spalle, mentre lo Stato che affronta gode di una potente alleanza alle spalle – dagli Stati Uniti alle multinazionali, alle imprese di sicurezza dell’industria militare, ai media mainstream e al mondo accademico mainstream – stiamo parlando di qualcosa che sembra quasi senza speranza e deprimente, perché esiste questa immunità internazionale per le politiche di eliminazione che iniziano dalle prime fasi del sionismo fino ad oggi. Sembrerà probabilmente il peggior capitolo del tentativo israeliano di portare avanti le politiche di eliminazione a un nuovo livello, in uno sforzo molto più concentrato di uccidere migliaia di persone in un breve periodo di tempo, come non hanno mai osato fare prima.

Quindi, come può essere anche un momento di speranza? Prima di tutto, questo tipo di entità politica, uno Stato, che deve mantenere la disumanizzazione dei palestinesi per giustificare la loro eliminazione, è una base molto debole se guardiamo a un futuro più lontano.

Questa debolezza strutturale era già evidente prima del 7 ottobre e parte di questa debolezza è il fatto che se si esclude il progetto di eliminazione, c’è ben poco che unisce il gruppo di persone che si definiscono come nazione ebraica in Israele.

Se si esclude la necessità di combattere ed eliminare i palestinesi, rimangono due campi ebraici in guerra, che abbiamo visto combattere nelle strade di Tel Aviv e Gerusalemme fino al 6 ottobre 2023. Enormi dimostrazioni tra ebrei laici, coloro che si definiscono tali – per lo più di origine europea – e che credono che sia possibile creare uno Stato democratico pluralista mantenendo l’occupazione e l’apartheid nei confronti dei palestinesi all’interno di Israele, si sono confrontati con un nuovo tipo di sionismo messianico che si è sviluppato negli insediamenti ebraici in Cisgiordania, quello che ho chiamato altrove lo Stato di Giudea, che è apparso improvvisamente in mezzo a noi, credendo di avere un modo per creare una sorta di teocrazia sionista senza alcuna considerazione per la democrazia, e credendo che questa sia l’unica visione per un futuro Stato ebraico.

Non c’è nulla in comune tra queste due visioni, a parte una cosa: entrambi i campi non si preoccupano dei palestinesi, entrambi i campi credono che la sopravvivenza di Israele dipenda dalla continuazione delle politiche di eliminazione nei confronti dei palestinesi. Questo non reggerà. Si disintegrerà e imploderà dall’interno, perché nel 21° secolo non si può tenere insieme uno Stato e una società sulla base del fatto che il loro senso di appartenenza comune è quello di far parte di un progetto genocida di eliminazione. Può funzionare sicuramente per alcuni, ma non può funzionare per tutti.

Abbiamo già avuto un’indicazione in tal senso prima del 7 ottobre: gli israeliani che hanno opportunità in altre parti del mondo grazie alla loro doppia nazionalità, alle loro professioni e alle loro capacità finanziarie, stanno pensando seriamente di trasferire il loro denaro e loro stessi al di fuori dello Stato di Israele. Ciò che rimarrà è una società economicamente debole, guidata da questo tipo di fusione tra sionismo messianico, razzismo e politiche di eliminazione nei confronti dei palestinesi. Sì, all’inizio i rapporti di forza sarebbero favorevoli agli eliminatori, non alle vittime dell’eliminazione, ma tali rapporti non sono unicamente locali, bensì regionali e internazionali, e più le politiche di eliminazione sono oppressive (ed è terribile dirlo, ma è vero), meno possono essere coperte come una “risposta” o una “ritorsione” e più vengono viste come una brutale politica genocidiaria. Pertanto, è meno probabile che l’immunità di cui gode oggi Israele continui in futuro.

Quindi, penso davvero che in questo momento così buio, quello che stiamo vivendo – ed è un momento buio perché l’eliminazione dei palestinesi è passata a un nuovo livello – sia senza precedenti. In termini di discorso utilizzato da Israele e di intensità e scopo delle politiche di eliminazione, non c’è stato un periodo simile nella storia, questa è una nuova fase della brutalità contro i palestinesi. Persino la Nakba, che fu una catastrofe inimmaginabile, non è paragonabile a ciò che stiamo vedendo ora e a ciò che vedremo nei prossimi mesi. A mio avviso, siamo nei primi tre mesi di un periodo di due anni che vedrà il peggior tipo di orrori che Israele può infliggere ai palestinesi.

Ma anche in questo momento buio dovremmo capire che per cercare di salvare i progetti coloniali di insediamento in disfacimento si utilizzano sempre i mezzi peggiori. Questo è successo in Sudafrica e in Vietnam del Sud. Non lo dico come pio desiderio e non lo dico come attivista politico: lo affermo come studioso di Israele e Palestina, con tutta la sicurezza delle mie qualifiche di studioso. Sulla base di un sobrio esame professionale, sto affermando che stiamo assistendo alla fine del progetto sionista, non c’è dubbio.

Questo progetto storico è giunto alla fine ed è una fine violenta – tali progetti di solito crollano in modo violento quindi è un momento molto pericoloso per le vittime di questo progetto, e le vittime sono sempre i palestinesi insieme agli ebrei, perché anche gli ebrei sono vittime del sionismo. Quindi, il processo di crollo non è solo un momento di speranza, ma è anche l’alba che spunterà dopo il buio, ed è la luce alla fine del tunnel.

Un crollo come questo, tuttavia, produce un vuoto. Il vuoto appare all’improvviso; è come un muro che viene lentamente eroso da crepe, ma poi crolla in un breve momento. E bisogna essere pronti a questi crolli, alla scomparsa di uno Stato o alla disintegrazione di un progetto coloniale di insediamento. Abbiamo visto cosa è successo nel mondo arabo, quando il caos del vuoto non è stato riempito da alcun progetto costruttivo e alternativo; in questo caso il caos continua.

Una cosa è chiara: chi pensa all’alternativa allo Stato sionista non deve cercare in Europa o in Occidente modelli che sostituiscano lo Stato che sta crollando. Esistono modelli decisamente migliori che sono locali e sono eredità del passato recente e più lontano del Mashraq (il Mediterraneo orientale) e del mondo arabo nel suo complesso. Il lungo periodo ottomano ha tali modelli e retaggi che possono aiutarci a prendere idee dal passato per guardare al futuro.

Questi modelli possono aiutarci a costruire un tipo di società molto diverso, che rispetti le identità collettive e i diritti individuali, e che sia costruito da zero come un nuovo tipo di modello che tragga vantaggio dall’apprendimento degli errori della decolonizzazione in molte parti del mondo, compreso il mondo arabo e l’Africa. In questo modo si spera di creare un diverso tipo di entità politica che avrebbe un impatto enorme e positivo sul mondo arabo nel suo complesso.

Ilan Pappé è Professore di Storia e Direttore del Centro Europeo di Studi sulla Palestina presso l’Università di Exeter. È autore di numerosi libri.

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