InfoAut
Immagine di copertina per il post

Khader Adnan: intervista dopo la liberazione

a cura di IKA DANO e LUCA SALERNO

Arraba (Jenin, Cisigiordania), 21 Aprile 2012 –  Nena News – Khader Adnan è stato liberato dopo 4 mesi di carcere e uno sciopero della fame di 66 giorni, rischiando la vita ma diventando anche il simbolo della lotta contro la detenzione amministrativa. Padre di due figlie, e di un terzo in arrivo, attivo in passato come studente di economia all’Università di Bir Zeit, ha trascorso sei anni nelle carceri israeliane. All’ultimo suo arresto, il 17 dicembre 2011, ha iniziato uno sciopero della fame in protesta contro la detenzione amministrativa, un mezzo usato da Israele – illegale secondo il diritto internazionale –  che non prevede né capo d’accusa, né processo.  In esclusiva, Khader Adnan sul significato della sua lotta.

Lei è stato arrestato ben otto volte dalle autorità israeliane. L’ultima volta, l’hanno prelevata da casa sua alle 3 di notte, il 17 dicembre scorso. Il secondo giorno di detenzione, ha iniziato lo sciopero della fame, rischiando di morire. Che cosa è successo esattamente?

Il momento in cui sono stato arrestato, il fatto che sono stato trattato in modo barbaro e che gli arresti – contro di me e contro il mio popolo – siano ciclici, sono stati determinanti. Durante il secondo giorno d’interrogatorio, mi hanno trattato in modo disumano, e ho iniziato lo sciopero della fame. Mi hanno insultato e torturato fisicamente, legandomi le mani e appendendomi al muro con un metodo di tortura noto come shabhe (strappado, ndr), e mi hanno messo in isolamento. Il fatto stesso che il tribunale militare mi abbia messo in  detenzione amministrativa … tutti questi fattori insieme hanno svolto un ruolo decisivo. È impensabile mangiare, bere, parlare mentre sei prigioniero delle forze israeliane di Occupazione, che ti umiliano. La mia è stata una battaglia per la libertà, per la dignità e l’onore.


La stampa si è concen
trata molto sul suo sciopero della fame come mezzo di protesta contro la detenzione amministrativa, di cui, per la prima volta, si è parlato a livello internazionale. Qual è stato per lei  il significato del suo gesto?

Innanzitutto c´è da dire che il sistema della detenzione amministrativa deriva dal sistema giuridico del mandato britannico ed è un mezzo in uso solo sotto Occupazione israeliana. Le forze di Occupazione usano la detenzione amministrativa per gli arresti politici e come punizione esemplare dei prigionieri palestinesi, al fine di aumentare il numero di detenuti nelle carceri israeliane, senza addurre un motivo particolare e senza fissare una data per il rilascio. La detenzione amministrativa è rinnovabile a loro piacimento di 6 mesi in 6 mesi o di 4 in 4 mesi. Questa pratica è un colpo forte a livello psicologico: spesso, subito dopo l’annuncio del rilascio imminente, il prigioniero si prepara  a ritornare a casa, e riceve poi un rinnovato ordine di detenzione. Ogni volta, è come un pugno in faccia.

Noi rifiutiamo il metodo della detenzione amministrativa e ci appelliamo a tutto il mondo libero a sostenerci nella battaglia per fermare l’uso di questa pratica. Questo non significa che le detenzioni “normali” (non amministrative, ndr)  dei nostri figli e del nostro popolo, che combattono per la liberazione dall’Occupazione, siano legittime. Il diritto alla resistenza è garantito dalla legge divina come dal diritto internazionale. È loro diritto lottare per la sicurezza, per la pace, per il loro sostentamento e per una vita dignitosa. Questi sono diritti inviolabili che Israele non rispetta e víola quotidianamente sulla nostra terra.
Il 17 aprile 1600 dei 4610 prigionieri palestinesi sono entrati in sciopero della fame. Cosa ne pensa?

Lo sicopero della fame più lungo è stato quello di un gruppo di 8 o 9 prigionieri di Gaza , arrestati per “resistenza illegale”. Dopo aver scontato la pena, la loro incarcerazione è stata prolungata per mezzo della detenzione amministrativa: il caso di Mahmoud Al Sissiq, o dello studente Muhammad Al Taji, di Bilal Dhiab e Thaer Halahle, ne sono un esempio. Ora sono in detenzione amministrativa da 54 giorni. Tra i prigionieri in sciopero c`é anche un deputato del Consiglio legislativo, Ahmad Al Haj Ali. Centinaia di altri si sono uniti a loro e sono ora al quarto giorno di sciopero della fame. Quello che chiedono non è altro che la libertà e i loro diritti di prigionieri, e il rispetto della propria dignità umana. Quelli in isolamento a Gaza, così come quelli in Cisgiordania che non possono ricevere alcuna visita da parte loro famiglia, chiedono il diritto di ricevere visite,  e vogliono la fine dell’umiliante politica delle perquisizioni fisiche. Sono in sciopero contro pratiche quali le incursioni notturne nelle celle, i metodi di tortura, la privazione di cure mediche  e i trattamenti medici che fanno dei prigionieri delle cavie. Ma lo sciopero è anche una protesta contro interventi chirurgici inaccurati che, come nel caso di Muhammed Abu Libdeh di Gaza all’ospedale di Ramleh, l`hanno reso paralitico. Anche lui si è unito allo sciopero della fame.

I diritti applicati ai detenuti criminali non vengono rispettati quando si tratta di prigionieri politici, come ad esempio il diritto allo sconto di 1/3 della pena per buona condotta. Le pratiche di umiliazione e la violenza sono sistematiche. Durante le incursioni notturne, vengono sparati munizioni e candelotti di gas lacrimogeno, e sono anche già successi omicidi mirati, come nel caso di Muhammed Al Ashqar, ucciso nel 2008 nella prigione del Negev. Suo fratello, Luai Al Ashqar, è ora paralizzato come conseguenza della tortura usata contro di lui durante gli interrogatori. L’umiliazione è sistematica, ripeto. Mia figlia è stata aggredita verbalmente e molestata quando è venuta a trovarmi in carcere. Io stesso sono stato oggetto di vessazioni, non mi era permesso vedere il mio avvocato e sono stato  trasferito senza preavviso da un carcere all’altro. Mi hanno privato di tutte le mie libertà personali.

Pensa che il suo gesto sia stato preso ad esempio dagli altri prigionieri ?

La mia decisione li ha sicuramente incoraggiati, ma l’ultimo lungo sciopero della fame strategico è stato organizzato già nel 2004. L`elemento nuovo è ora una sorta di sciopero della fame individuale ed esemplare, fatto per un lungo periodo di tempo per mettere in discussione la detenzione amministrativa. L’idea è lanciare un appello all’opinione pubblica internazionale, e di informare il mondo sulle sofferenze dei prigionieri palestinesi. È questo che ha mosso Hani Shalabi, Bilal Dhiab o Muhammad Halahle. È diritto di tutti i prigionieri aderire allo sciopero della fame per protesta. Non si arrenderanno, e noi vinceremo. Come le autorità israeliane – oppressive e inamovibili – hanno cambiato idea nel caso di Khader Adnan, è possibile cambino idea anche con gli altri prigionieri. Ci potrebbero essere sorprese, ma questo è ciò che non vogliamo che accada. Non vogliamo perdere nessuno dei prigionieri in sciopero della fame.

Non tutti i partiti palestinesi hanno aderito ufficialmente allo sciopero della fame. Perché?

No, no. Tutti i partiti politici palestinesi hanno aderito! Fatah partecipa nelle carceri di Nafah e di Ashkelon, e ora ci sono un centinaio di prigionieri pronti ad unirsi all’iniziativa. Verrà formata una commissione di rappresentanza dei prigionieri, composta di 3 rappresentanti di Fatah, 3 di Hamas, 2 della Jihad islamica, uno del Fronte Popolare (FPLP) e uno del Fronte democratico (FDLP). La politica israeliana nei confronti dei prigionieri è la stessa per tutti, senza distinzione tra le diverse appartenenze politiche. Sono tutti soggetti alle stesse pratiche.

Qual è la sua opinione sul caso Hana Shalabi? Dopo 43 giorni di sciopero della fame, è stata deportata a Gaza, e questo sembra essere una punizione esemplare.

Certo. Secondo il diritto internazionale la restrizione di movimento è illegale e non è consentito il trasferimento forzati di prigionieri nè all’interno del territorio nazionale, né al suo difuori. Le autorità israeliane devono assumersi la responsabilità di una tale pratica. Penso che la questione di Hana Shalabi debba squotere l’opinione pubblica internazionale. Che cosa ha fatto di sbagliato per essere deportata da Jenin, dove viveva, a Gaza? È vero che ha riottenuto la libertà, ma dovrebbe avere il diritto di tornare dalla sua famiglia a Burqa (villaggio vicino a Jenin, ndr). E non va dimenticato, hanno ucciso suo fratello con un’esecuzione sommaria, senza alcun motivo né spiegazione né ragione.

Ancora una domanda sul caso di Hana Shalabi: a quanto pare lei si è dichiarata d’accordo sulla sua deportazione. Come è stato possibile un tale accordo tra Hana e le autorità israeliane?
É stata trasferita dalla sua città natale, in Cisgiordania, a Gaza, e cioè dalla Palestina alla Palestina. Ha riconquistato la sua libertà ed è ora libera a Gaza. Questo è quanto.

Qual è la sua opinione circa i tentativi di riconciliazione tra Fatah e Hamas, e come valuta lo stato attuale della resistenza popolare?

La riconciliazione è un imperativo e spero si concretizzi presto. La divisione tra Cisgiordania e Gaza non è altro che nociva per il popolo palestinese. Per quanto riguarda la resistenza popolare, questa è solo una delle forme di resistenza. Alcuni dei palestinesi sono concordi sui metodi di resistenza popolare, alcuni altri no. Ma siamo tutti d’accordo sulla necessità di provare ogni tipo di resistenza. Resistere è un nostro diritto, e lo sciopero della fame è il più difficile metodo di resistenza pacifica. Ma le forze di occupazione vogliono farci morire in silenzio. Durante il mio sciopero della fame, nessuna testata della stampa internazionale è stata capace di ottenere neppure una sola foto mentre giacevo nel letto d’ospedale, che sarebbe potuto diventare il mio letto di morte.

 

Nena News

Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.

pubblicato il in Conflitti Globalidi redazioneTag correlati:

Khader Adnanpalestina

Articoli correlati

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Chi sono i New IRA nel 2026 e di cosa sono ancora capaci?

Il sequestro di una bomba contenente quasi 400 grammi di Semtex ha riacceso i riflettori sulla rete, sul reclutamento e sulla persistente minaccia rappresentata dal gruppo repubblicano dissidente.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

I coccodrilli di Ben Gvir sono l’ultima arma utilizzata da Israele nella sua guerra animale contro i palestinesi

Dagli scritti coloniali di Herzl ai cani da attacco, dai cinghiali alle prigioni con fossato di coccodrilli, gli animali sono stati a lungo impiegati nel progetto sionista per terrorizzare i palestinesi.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Territorio infrastruttura di guerra: esce il secondo numero del bollettino “HUB”

Questo secondo numero di HUB raccoglie articoli e approfondimenti sui flussi bellici, sui nuovi investimenti nelle infrastrutture “civili” dual use, sulle fabbriche di armi e sulla loro filiera nei territori, con un approfondimento dedicato a Leonardo S.p.A.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

La scintilla a Tell: come la Resistenza di un villaggio ha sconvolto la strategia israeliana in Cisgiordania

La Cisgiordania non rimarrà in silenzio per sempre; si solleverà nel momento e nel luogo scelti dal suo popolo, rendendo inutili le previsioni politiche convenzionali.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

India: il movimento degli “scarafaggi” continua le mobilitazioni e si estende. Gli agricoltori si uniscono alla protesta

I giovani in India sono stanchi, ci sono disoccupazione e sotto-occupazione molto alte. Se il governo non tratterà seriamente sulle richieste concrete del movimento degli Scarafaggi, quest’ultimo dilaga.

Immagine di copertina per il post
Divise & Potere

Minorenni in carcere da 6 mesi per i cortei per la Palestina. Una giustizia educativa

Ripubblichiamo le riflessioni del coordinamento cittadino Torino per Gaza in vista del nuovo presidio che si terrà oggi a Torino in solidarietà ai giovani reclusi per aver manifestato in solidarietà alla Palestina.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

In Albania continuano le proteste

Con Julie JL, attivista della diaspora albanese, discutiamo di come stiano proseguendo le proteste nel paese.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

La lunga frattura: presentazione del libro al campeggio di lotta a Venaus

La storia corre veloce. “Non sono che sintomi di processi più profondi e radicali che ribollono come magma sotto la crosta terrestre tentando di farsi strada, di trovare sbocchi, sfiati ed infine ridefinire il paesaggio”.

Facciamo il punto su questo lungo processo di trasformazione e ristrutturazione del capitalismo in una fase di crisi della messa a valore del capitale che ha portato a un’accelerazione globale in chiave bellica. La transizione egemonica alla quale stiamo assistendo mostra i suoi sintomi più evidenti ma non è né compiuta né scontata. Qual è il nostro compito oggi se non approfondire questa crisi?

La crisi dei valori dell’imperialismo può essere una leva per immaginare nuovi cicli di lotta? Quali sono i punti di forza del nostro agire per alimentare processi conflittuali capace di ambire a dimensioni di contropotere effettivo nella società?

Qualcosa bolle in pentola, l’Occidente è sprovvisto di idee-forza capaci di mobilitare le masse. Chi si immagina il popolo italiano pronto a prendere le armi per difendere la patria? Forse solo gli illusi e gli approfittatori che speculano su una propaganda vuota. Allora noi cosa abbiamo da proporre? La Palestina ci ha mostrato la possibilità di adesione di massa a un orizzonte di emancipazione collettivo. Cosa ci aspetta nel prossimo futuro?

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Intervista a Dina, libera dalle carceri libiche

Dina e Domenico sono i due attivisti italiani che hanno preso parte al Land Convoy verso Gaza, la missione via terra nel quadro della campagna di solidarietà internazionale alla Palestina della Global Sumud Flottilla, e poi sono stati fermati e sequestrati in Libia, nella zona controllata da Haftar. 

Immagine di copertina per il post
Divise & Potere

Israele spara a Marwan Barghouti in carcere: ferito il “Mandela palestinese”

Una guardia carceraria ha colpito il leader palestinese a una gamba con un proiettile di gomma. La famiglia denuncia l’assenza di cure mediche e una lunga serie di aggressioni. La Lega Araba chiede un’inchiesta internazionale.

Immagine di copertina per il post
Divise & Potere

Torino: presidio al Tribunale per due minori in carcere da 6 mesi

È iniziato la mattina di lunedì 13 luglio, al Tribunale di Torino, il processo ai danni di cinque attivisti minorenni, di età comprese tra i 16 e i 18 anni, sul banco degli imputati per aver partecipato alle mobilitazioni di massa dello scorso autunno per la Palestina e contro il genocidio per mano israeliana.

Immagine di copertina per il post
Editoriali

Un contributo da Milano per una risposta alla repressione all’altezza delle mobilitazioni dell’autunno scorso e per il rilancio delle lotte sociali

Il tema della repressione e, più in particolare, il rapporto con la controparte, hanno spesso generato difficoltà e incomprensioni all’interno del movimento italiano. Nel tempo, le strategie e le pratiche adottate dalle forze dell’ordine, così come gli strumenti legislativi introdotti dai governi, si sono progressivamente trasformati.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

L’annessione strisciante della Cisgiordania passa dalle mappe alla legge 

Un’iniziativa di registrazione fondiaria nell’Area C sta spostando il controllo dal Regime militare al sistema civile israeliano, rafforzando l’annessione attraverso leggi, pianificazione ed espansione degli insediamenti.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

La cronaca della protesta all’arrivo del volo da Tel Aviv a Elmas, dentro e fuori il terminal

Domenica mattina all’aeroporto di Cagliari Elmas è atterrato un volo diretto da Tel Aviv. Il collegamento è una delle novità della stagione estiva dello scalo sardo: una rotta che connette Sardegna e Israele (operata da El Al in partnership con Sun d’Or) e che in tempo di genocidio non passa inosservata. All’esterno del terminal, una manifestazione di protesta a supporto del popolo palestinese – organizzata da Unica per la Palestina, Giovani Palestinesi Sardegna, Comitato sardo di solidarietà con la Palestina, Associazione Sardegna Palestina e la delegazione sarda della Global Sumud Flotilla – accoglie chiunque esca dall’aeroporto. Il reportage dal terminal di Elmas.

Immagine di copertina per il post
Sfruttamento

Porti di Resistenza: Bloccare la Macchina da Guerra e l’Economia del Genocidio

La storia ricorderà coloro che hanno bloccato le navi, non coloro che le hanno caricate. Da Genova a Newark-Elizabeth, dalla Calabria al Pireo e oltre, il messaggio risuona forte e chiaro: basta armi, basta carichi di armi.