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La battaglia per Aleppo

Il controllo di Aleppo è “pivotal”, come si direbbe in gergo militare, per il regime siriano. É infatti il carico storico-simbolico che rappresenta questa città a investire questa battaglia con un’aura di misticismo, sulla falsariga della ben più famosa battaglia di Stalingrado nel 1943.

E’ stata infatti l’unione delle province di Aleppo e Damasco a formare la base della Siria moderna nata dopo la Prima Guerra Mondiale. Dal punto di vista tattico-strategico, la perdita totale della seconda città siriana rappresenterebbe inoltre la fine di ogni speranza di riconquista delle province del nord-ovest (Idlib e appunto Aleppo), e del controllo sul confine turco (ora in mano ai Kurdi nel Rojava e a varie fazioni ribelli, tra cui ISIS).

Negli ultimi 3 anni, dal punto di vista del regime, la battaglia per Aleppo è passata attraverso diversi alti e bassi. Se nel 2013 il SAA (Syrian Arab Army, l’esercito lealista-governativo) ha rotto l’assedio a cui la città era sottoposta, ed è stata in grado di circondare i ribelli nella parte est, agli inizi del 2015, col continuare dell’avanzata, il tentativo del regime di riconquista della strada che collega Aleppo alla parte est della Turchia è finita in un totale fallimento.

A tutto favore dei ribelli, che sono stati così in grado di conquistare fino al 60% della città: gestita da due differenti fazioni ribelli, una facente capo ad una coalizione dell’FSA (Free Syrian Army, i ribelli “moderati”), e l’altra con a capo Jaish al Fatah (che include islamisti e filo-qaedisti come quelli di Jabhat al-Nusra). In guerra tra loro queste due parti, almeno fino ai primi strikes russi, che hanno migliorato i rapporti e favorito una qualche specie di coordinamento sul campo.

Oggi il regime spinge da sud, da Jabal Azzan, che è considerata a ragione la parte più debole del fianco ribelle, e, al tempo stesso procede nella manovra a tenaglia volta a circondare i ribelli da est verso ovest, e viceversa.

L’offensiva di Aleppo si accompagna ad altre due: una su Homs, e l’altra volta ad arginare le offensive nel feudo alawita di Latakia che arrivano da Hama e Idlib.

Il tutto con il contributo della Russia, ma anche di Iran, Hezbollah e miliziani sciiti di varia provenienza. Si parla in totale di 15-20mila soldati. Coordinati da due centri, secondo diversi analisti: uno direttamente in Siria, l’altro a Baghdad.

Non certo un contributo da poco, in termini militari, quello degli alleati di Assad.

 

La Russia, con la “scusa” di colpire ISIS, ha infatti intrapreso una campagna di bombardamenti a tappeto, sullo stile guerra di Cecenia, su diverse zone controllate dai ribelli, considerate troppo vicine al feudo alawita di Assad: le pianure a est di Latakia (la piana di Ghab e villaggi alawiti come Jisr al Shugour), i villaggi a nord di Hama, i giacimenti di gas a est di Homs sulla strada che porta a Palmyra (che forniscono l’80% del combustibile per la rete elettrica siriana..), il settore di Aleppo e Idlib.

Zone dove l’ISIS non ha mai attecchito, ma dove la presenza dei ribelli foraggiati in parte dalla CIA è molto forte.

Mosca inoltre ci mette la sua expertise nel campo della cyber-warfare. Stiamo parlando di guerra elettronica, con l’uso del sofisticatissimo Borisoglebsk 2: ergo disturbo delle comunicazioni radio-video-computer di ribelli e CENTCOM (coalizione a guida USA), ma anche controllo “assertivo” dello spazio aereo siriano- vedi i quasi incidenti con F16 turchi e/o la necessità di coordinamento con gli Stati Uniti e Israele- che permette a Mosca non soltanto di fornire uno scudo-protettivo al regime siriano, ma controbilancia l’idea americana di una no-fly zone in Siria per proteggere la popolazione dai bombardamenti del regime (qui ci sarebbe da dire dei contrasti nell’amminstrazione Obama tra pro e contro la no-fly zone…).

 

L’Iran sta impiegando le sue forze d’élite, i Pasdaran della QUDS force. E i generali iraniani, ultimi in ordine di tempo Hamedani e una ex guardia del corpo di Ahmadinejad, stanno cadendo uno dopo l’altro. Non bastasse tutto ciò, anche Hezbollah, il movimento sciita libanese, sta facendo la sua parte al fianco del regime di Assad. Ha perso molti uomini, ma ha anche acquisito un’esperienza di guerra in ambiente urbano sicuramente diversa rispetto al classico stile di guerrilla-warfare a cui era abituata a combattere contro Israele. A fianco del regime anche più di 2mila sciiti di milizie irachene ed afghane. Tutti, pare, agli ordine del generale iraniano Qassem Soleimani.

Detto ciò, sono diversi gli obiettivi del regime (e dei russi) con l’operazione in corso ad Aleppo.


In primis rompere l’assedio alla base di Kweiris, avamposto del regime e aeroporto militare strategico per riprendere in mano il controllo del confine con la Turchia. Negli ultimi giorni qui ci sono stati feroci combattimenti, con ISIS che sembra passata all’offensiva, dopo un’iniziale avanzamento del regime, che si è trovato a 4 km dalla base, con azioni suicide di camion-bomba e “booby-trapped car” lungo la strada.

Il regime punta poi a riprendere il controllo totale dell’autostrada M5 Aleppo-Damasco, che attraversa Hama e Homs sull’asse nord-sud. E che il regime ha parzialmente sotto il suo controllo fino ad Hama. Questa strada garantisce le linee di rifornimento per i lealisti (la cui maggior parte dei rifornimenti arriva però via aerea), ed è cruciale per l’andamento della battaglia.

Ciò infatti permetterebbe al regime di allargare il suo raggio d’azione e ampliare le operazioni in corso ad Aleppo per riprendere Idlib e la piana di Jisr al-Shughur, rimettendo così sotto-chiave il feudo alawita della costa, e rompere anche l’assedio alle cittadine sciita a nord di Aleppo di Nubl e Zahraa. Che si trovano anche al confine dell’area controllata dai Kurdi dell’YPG.

 

Nella big picture di Assad e Putin queste operazioni rientrano nella strategia di riconquista di una bretella di sicurezza al confine con la Turchia, da cui provengono molti dei rifornimenti ai ribelli.

Ribelli che hanno dalla loro migliaia di sistemi anti-carro TOW: soltanto nelle ultime settimane più di 500 ne sono stati consegnati all’FSA da parte dell’Arabia Saudita.

Questi sistemi missilistici anti-carro rappresentano lo spauracchio dell’esercito lealista, che hanno gioco facile a neutralizzarli nelle campagne con caccia ed artiglieria, ma soprattutto con bombe-svuota bunker/termobariche.

Per avere un’idea, qui si parla di armi usate dai russi a Grozny, e dagli americani a Tora Bora nel 2001 e a Falluja nel 2003, nonché da Israele sul Libano per cercare di stanare Hezbollah dai rifugi nelle campagne. Ma nell’ambiente urbano la capacità di warfare di soggetti ibridi come FSA e altri gruppi ribelli sembrano avere la meglio sull’SAA: in questo caso l’uso di IED-dispositivi esplosivi improvvisati- e il pre-posizionamento dei TOW pare vanificare gli sforzi di riconquista del regime. Che infatti si concentra sul bombardamento a tappeto delle supply-line dei ribelli, così da preparare il terreno per la fanteria delle SAA.

 

CONCLUSIONI

Fatto questo quadro generale, alcune cose da notare ancora.

Primo.

Gli Stati Uniti hanno ripreso l’iniziativa diplomatica. Dopo l’incontro di settimana scorsa Kerry-Lavrov, questo venerdì ci sarà un nuovo incontro a quattro a Vienna, con Turchia e Arabia Saudita. Non ci sarà l’Iran, espressamente malvoluto dai sauditi, che hanno accusato Tehran di “occupare” la Siria.

La tensione rimane alta tra i due paesi, anche su Yemen, e, soprattutto, dopo la calca mortale a La Mecca, dove, dei 700 e passa pellegrini morti, più di 400 erano iraniani.

Risulta comunque difficile by-passare l’Iran in qualsiasi decisione si prenderà sulla Siria. Mosca e Washington questo lo sanno, ora bisogna convincere Riad: ognuno infatti vuole il suo pezzo di torta in Siria, in vista di eventuali iniziative di pace. Anche l’Iran.

 

Secondo.

Circolano voci di attriti interni nell’amministrazione Obama sulla Siria. Da una parte Kerry, Segretario di Stato, dall’altra Susan Rice, consigliera per la Sicurezza di Obama, e il Pentagono, contrari ad ogni ulteriore coinvolgimento americano in Siria. Per ora si continua sulla strada degli strikes mirati, in accordo con la Russia.

 

Terzo.

Putin afferma di non avere “boots on the ground”, truppe reali sul terreno. Difficile. Al contrario Mosca ha consiglieri presenti sul terreno di appoggio ai generali siriani, e, pare, unità speciali, come gli Specnaz. Che sembrano avere un preciso compito: eliminare target sensibili e high-ranking profiles di ISIS/ribelli.

Collegato sempre a Putin: secondo il New York Times, nell’incontro con Assad, sarebbe regnata la freddezza (chilly embrace). Putin infatti avrebbe fatto notare al presidente siriano il suo approccio troppo repressivo nei confronti delle proteste del 2011, che hanno poi portato alla guerra civile. Il NYT prosegue affermando che, per Putin, Assad non sarebbe “una vacca sacra” e che l’interesse russo è quello che la Siria non si trasformi in un failed-state sul modello Libia, ma che anzi se ne conservi l’apparato statale. Quindi Putin avrebbe fatto pressioni su Assad per essere più malleabile ed aperto a colloquio con l’opposizione moderata.

 

Quarto punto.

Per quanto riguarda la situazione corrente ad Aleppo, ISIS, sfruttando i bombardamenti russi su altri gruppi ribelli, sembra passata all’offensiva contro il regime siriano.

È di ieri la notizia infatti che sia iniziata una contro-offensiva di Daesh sulla linea di rifornimento Ithriya-Khannaser, trovandosi di fatto faccia a faccia con le altre formazioni ribelli anti-ISIS. E conquistando anche diversi checkpoint in Aleppo precedentemente in mano al regime. Sfruttando il suo migliore armamento rispetto agli altri ribelli (ricordiamoci dei 2000 humvee sottratti all’esercito iracheno) e anche la migliore competenza in campo militare di molti suoi comandanti, ex ufficiali dell’esercito di Saddam.

In ogni caso, questa notizia è chiaramente da prendere con cautela.

In risposta a questa controffensiva di Daesh, sembra anche le operazioni dei ribelli di Aleppo dell’FSA siano passate in mano alla fazione Jaish al Fatah, la coalizione islamista che comprende al Qaeda in Siria-Jahbat al Nusra- e vari gruppi salafiti anti-ISIS. Coalizione supportata attivamente dalla Fratellanza Musulmana, dalla Turchia, dal Qatar e dall’Arabia Saudita.

A questa contro-offensiva di Daesh, la Russia sembra aver aperto un canale di comunicazione con FSA. Tramite il ministro degli esteri Lavrov, infatti, Mosca si è detta disposta a coordinare le sue operazioni aeree con i ribelli moderati: un segnale di apertura di Mosca verso una transizione ad Assad? Difficile a dirsi.

Quel che è certo è che la battaglia per Aleppo non sarà un guerra-lampo.

E tutto questo andrà a detrimento della già stremata popolazione della seconda città della Siria, privata, da entrambe le parti contendenti, dell’acqua e dell’elettricità per gran parte dell’anno, e costretta a fuggire verso il confine turco: si stima infatti che dall’inizio delle operazioni siano più di 70mila le persone in fuga da Aleppo.

Da ormai più di una settimana il regime siriano di Bachar al Assad sta portando avanti un’offensiva con lo scopo di riconquistare Aleppo, (quella che era) la seconda città siriana per importanza e numero di abitanti dopo la capitale Damasco.

Il controllo di Aleppo è “pivotal”, come si direbbe in gergo militare, per il regime siriano. É infatti il carico storico-simbolico che rappresenta questa città a investire questa battaglia con un’aura di misticismo, sulla falsariga della ben più famosa battaglia di Stalingrado nel 1943.

E’ stata infatti l’unione delle province di Aleppo e Damasco a formare la base della Siria moderna nata dopo la Prima Guerra Mondiale. Dal punto di vista tattico-strategico, la perdita totale della seconda città siriana rappresenterebbe inoltre la fine di ogni speranza di riconquista delle province del nord-ovest (Idlib e appunto Aleppo), e del controllo sul confine turco (ora in mano ai Kurdi nel Rojava e a varie fazioni ribelli, tra cui ISIS).

Negli ultimi 3 anni, dal punto di vista del regime, la battaglia per Aleppo è passata attraverso diversi alti e bassi. Se nel 2013 il SAA (Syrian Arab Army, l’esercito lealista-governativo) ha rotto l’assedio a cui la città era sottoposta, ed è stata in grado di circondare i ribelli nella parte est, agli inizi del 2015, col continuare dell’avanzata, il tentativo del regime di riconquista della strada che collega Aleppo alla parte est della Turchia è finita in un totale fallimento.
A tutto favore dei ribelli, che sono stati così in grado di conquistare fino al 60% della città: gestita da due differenti fazioni ribelli, una facente capo ad una coalizione dell’FSA (Free Syrian Army, i ribelli “moderati”), e l’altra con a capo Jaish al Fatah (che include islamisti e filo-qaedisti come quelli di Jabhat al-Nusra). In guerra tra loro queste due parti, almeno fino ai primi strikes russi, che hanno migliorato i rapporti e favorito una qualche specie di coordinamento sul campo.

 
Oggi il regime spinge da sud, da Jabal Azzan, che è considerata a ragione la parte più debole del fianco ribelle, e, al tempo stesso procede nella manovra a tenaglia volta a circondare i ribelli da est verso ovest, e viceversa.

L’offensiva di Aleppo si accompagna ad altre due: una su Homs, e l’altra volta ad arginare le offensive nel feudo alawita di Latakia che arrivano da Hama e Idlib.

Il tutto con il contributo della Russia, ma anche di Iran, Hezbollah e miliziani sciiti di varia provenienza. Si parla in totale di 15-20mila soldati. Coordinati da due centri, secondo diversi analisti: uno direttamente in Siria, l’altro a Baghdad.
Non certo un contributo da poco, in termini militari, quello degli alleati di Assad.
La Russia, con la “scusa” di colpire ISIS, ha infatti intrapreso una campagna di bombardamenti a tappeto, sullo stile guerra di Cecenia, su diverse zone controllate dai ribelli, considerate troppo vicine al feudo alawita di Assad: le pianure a est di Latakia (la piana di Ghab e villaggi alawiti come Jisr al Shugour), i villaggi a nord di Hama, i giacimenti di gas a est di Homs sulla strada che porta a Palmyra (che forniscono l’80% del combustibile per la rete elettrica siriana..), il settore di Aleppo e Idlib.
Zone dove l’ISIS non ha mai attecchito, ma dove la presenza dei ribelli foraggiati in parte dalla CIA è molto forte.
Mosca inoltre ci mette la sua expertise nel campo della cyber-warfare. Stiamo parlando di guerra elettronica, con l’uso del sofisticatissimo Borisoglebsk 2: ergo disturbo delle comunicazioni radio-video-computer di ribelli e CENTCOM (coalizione a guida USA), ma anche controllo “assertivo” dello spazio aereo siriano- vedi i quasi incidenti con F16 turchi e/o la necessità di coordinamento con gli Stati Uniti e Israele- che permette a Mosca non soltanto di fornire uno scudo-protettivo al regime siriano, ma controbilancia l’idea americana di una no-fly zone in Siria per proteggere la popolazione dai bombardamenti del regime (qui ci sarebbe da dire dei contrasti nell’amminstrazione Obama tra pro e contro la no-fly zone…).

L’Iran sta impiegando le sue forze d’élite, i Pasdaran della QUDS force. E i generali iraniani, ultimi in ordine di tempo Hamedani e una ex guardia del corpo di Ahmadinejad, stanno cadendo uno dopo l’altro. Non bastasse tutto ciò, anche Hezbollah, il movimento sciita libanese, sta facendo la sua parte al fianco del regime di Assad. Ha perso molti uomini, ma ha anche acquisito un’esperienza di guerra in ambiente urbano sicuramente diversa rispetto al classico stile di guerrilla-warfare a cui era abituata a combattere contro Israele. A fianco del regime anche più di 2mila sciiti di milizie irachene ed afghane. Tutti, pare, agli ordine del generale iraniano Qassem Soleimani.

Detto ciò, sono diversi gli obiettivi del regime (e dei russi) con l’operazione in corso ad Aleppo.
In primis rompere l’assedio alla base di Kweiris, avamposto del regime e aeroporto militare strategico per riprendere in mano il controllo del confine con la Turchia. Negli ultimi giorni qui ci sono stati feroci combattimenti, con ISIS che sembra passata all’offensiva, dopo un’iniziale avanzamento del regime, che si è trovato a 4 km dalla base, con azioni suicide di camion-bomba e “booby-trapped car” lungo la strada.
Il regime punta poi a riprendere il controllo totale dell’autostrada M5 Aleppo-Damasco, che attraversa Hama e Homs sull’asse nord-sud. E che il regime ha parzialmente sotto il suo controllo fino ad Hama. Questa strada garantisce le linee di rifornimento per i lealisti (la cui maggior parte dei rifornimenti arriva però via aerea), ed è cruciale per l’andamento della battaglia.
Ciò infatti permetterebbe al regime di allargare il suo raggio d’azione e ampliare le operazioni in corso ad Aleppo per riprendere Idlib e la piana di Jisr al-Shughur, rimettendo così sotto-chiave il feudo alawita della costa, e rompere anche l’assedio alle cittadine sciita a nord di Aleppo di Nubl e Zahraa. Che si trovano anche al confine dell’area controllata dai Kurdi dell’YPG.

Nella big picture di Assad e Putin queste operazioni rientrano nella strategia di riconquista di una bretella di sicurezza al confine con la Turchia, da cui provengono molti dei rifornimenti ai ribelli.
Ribelli che hanno dalla loro migliaia di sistemi anti-carro TOW: soltanto nelle ultime settimane più di 500 ne sono stati consegnati all’FSA da parte dell’Arabia Saudita.
Questi sistemi missilistici anti-carro rappresentano lo spauracchio dell’esercito lealista, che hanno gioco facile a neutralizzarli nelle campagne con caccia ed artiglieria, ma soprattutto con bombe-svuota bunker/termobariche.
Per avere un’idea, qui si parla di armi usate dai russi a Grozny, e dagli americani a Tora Bora nel 2001 e a Falluja nel 2003, nonché da Israele sul Libano per cercare di stanare Hezbollah dai rifugi nelle campagne. Ma nell’ambiente urbano la capacità di warfare di soggetti ibridi come FSA e altri gruppi ribelli sembrano avere la meglio sull’SAA: in questo caso l’uso di IED-dispositivi esplosivi improvvisati- e il pre-posizionamento dei TOW pare vanificare gli sforzi di riconquista del regime. Che infatti si concentra sul bombardamento a tappeto delle supply-line dei ribelli, così da preparare il terreno per la fanteria delle SAA.

CONCLUSIONI
Fatto questo quadro generale, alcune cose da notare ancora.
Primo.
Gli Stati Uniti hanno ripreso l’iniziativa diplomatica. Dopo l’incontro di settimana scorsa Kerry-Lavrov, questo venerdì ci sarà un nuovo incontro a quattro a Vienna, con Turchia e Arabia Saudita. Non ci sarà l’Iran, espressamente malvoluto dai sauditi, che hanno accusato Tehran di “occupare” la Siria.
La tensione rimane alta tra i due paesi, anche su Yemen, e, soprattutto, dopo la calca mortale a La Mecca, dove, dei 700 e passa pellegrini morti, più di 400 erano iraniani.
Risulta comunque difficile by-passare l’Iran in qualsiasi decisione si prenderà sulla Siria. Mosca e Washington questo lo sanno, ora bisogna convincere Riad: ognuno infatti vuole il suo pezzo di torta in Siria, in vista di eventuali iniziative di pace. Anche l’Iran.

Secondo.
Circolano voci di attriti interni nell’amministrazione Obama sulla Siria. Da una parte Kerry, Segretario di Stato, dall’altra Susan Rice, consigliera per la Sicurezza di Obama, e il Pentagono, contrari ad ogni ulteriore coinvolgimento americano in Siria. Per ora si continua sulla strada degli strikes mirati, in accordo con la Russia.

Terzo.
Putin afferma di non avere “boots on the ground”, truppe reali sul terreno. Difficile. Al contrario Mosca ha consiglieri presenti sul terreno di appoggio ai generali siriani, e, pare, unità speciali, come gli Specnaz. Che sembrano avere un preciso compito: eliminare target sensibili e high-ranking profiles di ISIS/ribelli.
Collegato sempre a Putin: secondo il New York Times, nell’incontro con Assad, sarebbe regnata la freddezza (chilly embrace). Putin infatti avrebbe fatto notare al presidente siriano il suo approccio troppo repressivo nei confronti delle proteste del 2011, che hanno poi portato alla guerra civile. Il NYT prosegue affermando che, per Putin, Assad non sarebbe “una vacca sacra” e che l’interesse russo è quello che la Siria non si trasformi in un failed-state sul modello Libia, ma che anzi se ne conservi l’apparato statale. Quindi Putin avrebbe fatto pressioni su Assad per essere più malleabile ed aperto a colloquio con l’opposizione moderata.

Quarto punto.
Per quanto riguarda la situazione corrente ad Aleppo, ISIS, sfruttando i bombardamenti russi su altri gruppi ribelli, sembra passata all’offensiva contro il regime siriano.
È di ieri la notizia infatti che sia iniziata una contro-offensiva di Daesh sulla linea di rifornimento Ithriya-Khannaser, trovandosi di fatto faccia a faccia con le altre formazioni ribelli anti-ISIS. E conquistando anche diversi checkpoint in Aleppo precedentemente in mano al regime. Sfruttando il suo migliore armamento rispetto agli altri ribelli (ricordiamoci dei 2000 humvee sottratti all’esercito iracheno) e anche la migliore competenza in campo militare di molti suoi comandanti, ex ufficiali dell’esercito di Saddam.
In ogni caso, questa notizia è chiaramente da prendere con cautela.
In risposta a questa controffensiva di Daesh, sembra anche le operazioni dei ribelli di Aleppo dell’FSA siano passate in mano alla fazione Jaish al Fatah, la coalizione islamista che comprende al Qaeda in Siria-Jahbat al Nusra- e vari gruppi salafiti anti-ISIS. Coalizione supportata attivamente dalla Fratellanza Musulmana, dalla Turchia, dal Qatar e dall’Arabia Saudita.

A questa contro-offensiva di Daesh, la Russia sembra aver aperto un canale di comunicazione con FSA. Tramite il ministro degli esteri Lavrov, infatti, Mosca si è detta disposta a coordinare le sue operazioni aeree con i ribelli moderati: un segnale di apertura di Mosca verso una transizione ad Assad? Difficile a dirsi.
Quel che è certo è che la battaglia per Aleppo non sarà un guerra-lampo.
E tutto questo andrà a detrimento della già stremata popolazione della seconda città della Siria, privata, da entrambe le parti contendenti, dell’acqua e dell’elettricità per gran parte dell’anno, e costretta a fuggire verso il confine turco: si stima infatti che dall’inizio delle operazioni siano più di 70mila le persone in fuga da Aleppo.

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