InfoAut
Immagine di copertina per il post

La guerra è una macchina del debito. Lettera ai compagni di Occupy

Potreste obiettare che non siamo particolarmente interessati al debito nazionale, quanto invece del debito personale e sociale. Beh, il debito di guerra si traduce direttamente in debito personale e sociale. Più il governo spende nei progetti militari e per la sicurezza, meno investe in formazione, casa e salute, così sempre più persone devono indebitarsi per soddisfare i propri bisogni vitali. Il debito di guerra, come molte altre forme del debito pubblico, funziona come un grande imbuto che inghiotte i soldi delle persone per indirizzarli nelle tasche di pochi.

La mobilitazione contro la guerra aiuterebbe anche a estendere la visione e l’azione sul debito a livello globale. Una grande virtù dell’attivismo contro il debito è il suo radicamento nelle realtà locali dove le persone vivono, ma non può essere efficace se rimane ancorato esclusivamente a questa piccola scala. Infatti, l’organizzazione contro il debito può potenzialmente creare una piattaforma espansiva in grado di collegare un ampio insieme di lotte – dalla formazione al lavoro precario, dalla casa e le cure mediche alle gerarchie razziali. Anche una simile rete, però, rischia di essere limitata alla scena nazionale. Aggiungere la guerra e il regime di sicurezza a questo quadro di lotte garantisce alle nostre azioni e analisi di collocarsi in un contesto transnazionale e globale.

E non fatevi trarre in inganno dall’idea per cui la guerra sarebbe una cosa del passato oppure la macchina bellica americana è in declino. Gli Stati Uniti sono impegnati in una “lunga guerra”, una sorta di progetto militare permanente in cui Osama Bin Laden, Al Qaeda, i talebani o Saddam Hussein servono solo temporaneamente come primi bersagli, ma vengono presto rimpiazzati da nemici maggiormente indefiniti e obiettivi più grandi. Talvolta questa guerra assume la forma di un combattimento aperto, ma spesso è condotta da droni, campagne di bombardamento, forze di pace, sorveglianza interna e internazionale, e da una miriade di altri mezzi.

La macchina da guerra americana è guidata da tre logiche fondamentali, costantemente presenti e mescolate in differenti proporzioni. La prima è la vecchia logica imperialista, più strettamente identificati con i neocon, fondata sul sogno che gli Stati Uniti, attraverso il loro potere economico, politico e militare, possano non solo sconfiggere i nemici ma anche creare un nuovo ordine politico e sociale, rimodellando le nazioni, le aree regionali e dunque l’ambiente globale.

La seconda logica, la dottrina di guerra neoliberale, meno chiassosa di quella dei cugini neocon e di rado apertamente dichiarata, definisce l’interesse nazionale innanzitutto in termini di accesso alle risorse e ai mercati, sostanzialmente dei profitti aziendali. Petrolio e minerali non sono semplicemente il bottino dei vincitori, ma il piano strategico e razionale delle azioni militari che comporta sempre calcoli sull’accesso e sulla proprietà.

Infine, parte di questo mix è anche la dottrina della guerra liberale, una logica socialdemocratica fondata sull’intervento umanitario attraverso cui l’esercito americano, spesso insieme a una forza (almeno nominalmente) multilaterale, si fa carico del compito di rovesciare dittatori, prevenire genocidi, sventare attentati terroristici e altre nobili missioni. Simili progetti di guerra imperiali per il bene dell’umanità in molti casi hanno come bersaglio regimi odiosi e gruppi repressivi, ma anche se assumessimo le intenzioni virtuose delle forze militari americane (o della Francia o degli altri poteri dominanti che agiscono separatamente o insieme) manca di capacità effettive, nonostante la superiore potenza di fuoco, per procurare benefici a coloro che sostiene di salvare – ma ci riserviamo questa discussione per un’altra occasione.

Entrambi i Clinton (Bill e Hillary) sono spesso sembrati i principali portavoce della guerra liberale, proprio come Bush e Cheney sono un mix di logiche neocon e neoliberali. In realtà, tuttavia, la guerra liberale attiva sempre logiche neoliberali e neocon, e viceversa. Le differenze sono una questione di proporzioni e di enfasi.

Ma rispondete: non è Obama diverso? Non ha fatto la campagna del 2008 per ritirare le truppe dall’Iraq, per chiudere Guantanamo e mettere fine alle torture (mentre, ovviamente, si impegnava per un’impennata in Afghanistan)? Sono esitante ad azzardare qualsiasi congettura sulle vere convinzioni dei politici – ammesso che davvero ne abbiano – e il curriculum di guerra di Obama da quando è in carica è un miscuglio di cose. Ma anche se Obama volesse rallentare la macchina bellica i suoi poteri sarebbero comunque molto limitati.

Questo è il punto. Se infatti Obama volesse agire contro la guerra e il regime securitario, allora ha bisogno del vostro aiuto. Necessita di essere forzato a farlo.

Ci sono molte ragioni per opporsi alla macchina da guerra americana, con il suo complesso di operazioni militari e di sicurezza, impianti e istituzioni. É una macchina di morte, una macchina razzista, una macchina di miseria e molto altro. É anche una macchina del debito, quindi forse insieme ad altre questioni che oggi il debito pone, il movimento può anche iniziare a erodere le fondamenta di quello che sembra uno stato di guerra permanente.

Michael Hardt

da Uninomade

Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.

pubblicato il in Conflitti Globalidi redazioneTag correlati:

guerraoccupy

Articoli correlati

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

USA: Minneapolis sotto tiro. L’ICE spara ancora e uccide

Un altro morto a Minneapolis: nuovo omicidio da parte degli agenti dell’ICE. Bambini arrestati e piazze sotto attacco

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Rojava: in partenza anche dall’Italia la “Carovana dei popoli per difendere l’umanità”

In partenza ieri, sabato 24 gennaio 2026, anche dall’Italia la “Carovana dei popoli per difendere l’umanità”, direzione: Rojava, Siria del nord-est.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

In Svizzera migliaia di persone protestano contro il Forum di Davos

“No King”, “Smash World Economic Forum”: c’erano folle alla luce del fumo per le strade di Zurigo, una grande città svizzera, il 19 gennaio.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Sulla resistenza organizzata a Minneapolis

Minneapolis dopo l’uccisione di Renee Good. Raid, rapimenti e violenza dell’ICE diventano la normalità. Ma i quartieri si organizzano per sorvegliare lo Stato e rompere l’impunità.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

La rivoluzione in Rojava è sotto attacco! Chiamata internazionalista per raggiungere il Nord-Est della Siria

“Questa è una guerra che ci è stata imposta. O una vita degna oppure un martirio onorevole”

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Comprendere la fase, prendere parte, costruire contropercorsi

Domenica 25 gennaio dalle ore 17 presentazione di “ La lunga frattura. Dalla crisi globale al “Blocchiamo tutto” a Pisa

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Siria: Rojava sotto attacco. Jacopo Bindi: è uno scontro politico tra opzioni diverse per il Medio Oriente

In Siria l’offensiva su larga scala delle milizie jihadiste di Damasco minaccia l’autogoverno del confederalismo democratico nel nord-est del Paese.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

La «Generazione Palestina» tra razza, classe e protagonismo conflittuale

Come queste piazze ed esperienze hanno trasformato le soggettività che si sono mobilitate? Quali le loro genealogie, sedimentazioni e le possibili prospettive di rilancio e trasformazione?

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

USA: ancora ampie proteste in tutto il paese contro l’ICE, la polizia federale controllata da Trump

Terzo giorno consecutivo di proteste a Minneapolis, dopo l’uccisione della 37enne Renee Nicole Good, avvenuta durante un’operazione di rastrellamento condotta da agenti dell’ICE, l’agenzia anti-immigrazione.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Esecuzione federale a Minneapolis: l’ICE uccide, Trump approva

Una donna uccisa in pieno giorno da un agente mascherato. Le autorità federali bloccano le indagini, la propaganda riscrive i fatti, le piazze insorgono.

Immagine di copertina per il post
Sfruttamento

“I portuali non lavorano per la guerra”: assemblea verso il 6 febbraio, giornata di sciopero e lotta dei porti europei e mediterranei

“I Portuali non lavorano per le Guerre” è il titolo dell’assemblea nazionale indetta oggi, venerdi 23 gennaio alle ore 18.30 al Cap di via Albertazzi a Genova

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Il nuovo disordina mondiale / 32 – L’ultima Thule tra Nato, petrolio, terre rare e…guano

La pubblicazione della ricerca dell’inglese Peter Apps da parte della Luiss University Press non poteva cascare in un momento migliore, o peggiore a seconda dei punti di vista, per narrare le vicende politiche, militari e ideologiche che hanno portato alla creazione, sviluppo e attuale crisi di una delle alleanze militari multinazionali più longeve della storia. Quella della Nato, per l’appunto, che l’autore paragona alla Lega Delio-Attica, conosciuta anche come lega di Delo, una confederazione marittima costituita da Atene, nel 478-477 a.C. durante la fase conclusiva delle guerre persiane, a cui aderirono dalle 150 alle 173 città-stato greche.

Immagine di copertina per il post
Divise & Potere

Piattaforma verso la manifestazione nazionale del 31 gennaio a Torino

Ripubblichiamo la piattaforma di sintesi letta a conclusione dell’assemblea del 17 gennaio a Torino a seguito dello sgombero di Askatasuna. Le firme per l’adesione sono in aggiornamento.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

Il governo è nemico dei territori, i territori resistono!

Per una partecipazione di Valle all’assemblea del 17 gennaio a Torino – ore 15 al Campus Luigi Einaudi

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Imperialismo ecologico fase suprema del capitalismo fossile

L’imperialismo nel XXI secolo va configurandosi sempre più come un incessante conflitto per il controllo delle risorse naturali

Immagine di copertina per il post
Culture

La lunga frattura. Dalla crisi globale al «Blocchiamo tutto»

Da oggi La Lunga Frattura. Dalla crisi globale al «Blocchiamo tutto» è disponibile sul sito di Derive Approdi e nel tuo Infoshop di fiducia.

Immagine di copertina per il post
Divise & Potere

Assemblea nazionale a Torino “Governo nemico del popolo, il popolo resiste”

Sabato 17 gennaio alle ore 15 all’università Palazzo Nuovo di Torino si terrà l’assemblea nazionale verso il corteo del 31 gennaio a seguito dello sgombero del centro sociale Askatasuna. Di seguito pubblichiamo l’appello.