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L’Europa della piigs revolution

1. Una nuova fase

Nell’ultimo mese e mezzo, dopo l’estate del 2012, abbiamo visto una serie di avvenimenti che ci obbligano a ripensare la situazione europea e la situazione delle lotte, soprattutto nel sud del continente. In Portogallo, Spagna e Grecia si stanno sviluppando nuovi processi di conflitto che vanno oltre la critica alle istituzioni e le politiche di austerità, e che cominciano a incentrarsi sulla sfida dei processi costituenti. Negli ultimi due anni in Grecia i movimenti hanno assunto una forza destituente, al punto da mettere in crisi e contribuire alla caduta del governo socialista di Papandreou, per quanto sostituito da un esecutivo “tecnico”, cioè direttamente al servizio dei mercati finanziari. Le recenti mobilitazioni moltitudinarie contro la visita di Angela Merkel ad Atene e lo sciopero generale del 18 ottobre (con la polizia che causa la morte di un manifestante di 66 anni) confermano il rifiuto assoluto del “governo della finanza” e dell’austerity. Quello che qui ci interessa sottolineare è che, durante questo ultimo mese e mezzo, un processo dai tratti simili si è sincronicamente sviluppato in Portogallo e in Spagna. Nel primo caso, a partire dalle grandi manifestazioni del 15 settembre in più di quaranta città del paese, unite dalla parola d’ordine: “Basta troika! Vogliamo le nostre vite”, un grido diretto non solo contro i diktat della Bce, ma anche contro il governo nazionale, in quanto ingranaggi della stessa macchina. Al 15-S ha fatto seguito, il 29 settembre, un’altra manifestazione di massa a Lisbona, davanti al parlamento, proprio nello stesso giorno in cui a Madrid decine di migliaia di persone protestavano di fronte al Congresso dei deputati per la stessa ragione. I palazzi della capitale spagnola erano già stati assediati quattro giorno prima: l’iniziativa era stata convocata e si era diffusa attraverso i social network, con lo slogan “Rodear el Congreso” (“Circondare il Congresso”), per esigere le immediate dimissioni del presidente Rajoy e l’apertura di un processo costituente. Le mobilitazioni in Portogallo e in Spagna hanno aperto una nuova fase all’interno dei movimenti: a partire da qui, sono già stati convocati scioperi, blocchi e assedi. Al pari della Grecia, anche in Spagna e Portogallo i movimenti stanno praticando un’iniziativa di destituzione dei governi. In Italia, seppure a fatica, si inizia a fare i conti con i lasciti non solo del berlusconismo ma anche e soprattutto dell’anti-berlusconismo, cioè con un piano di conflitto incentrato sulla presunta “anomalia” nazionale e attestato sulla mera difesa di una costituzione formale definitivamente esaurita. In Europa, a partire dall’area mediterranea, la crisi di legittimità e governabilità apre uno spazio che è, al contempo, destituente e costituente.

2. Il divenire piigs dell’Europa

La politica è sempre una questione di spazio e di tempo. Il punto allora è: quali sono le coordinate in cui questa nuova fase può determinare una trasformazione dei rapporti di forza? La nostra risposta è: l’Europa. Se i movimenti nella crisi degli ultimi due anni hanno le caratteristiche di un ciclo globale di lotte, il nodo riguarda i punti di applicazione della potenza costituente. L’Europa si colloca sul “medio raggio” tra una sovranità nazionale finalmente in via di dissoluzione e un piano globale che rischia di diventare inafferrabile, se non viene incarnato in luoghi che permettano di posizionarsi dentro e contro. E tuttavia, non si tratta di agitare retoricamente un discorso sull’Europa dei movimenti contrapposta all’Europa neoliberale. Oggi dobbiamo partire dall’assunto che lo spazio politico europeo è frammentato, e questo crea problemi anche per il possibile rovesciamento agito dalle lotte. Oggi un discorso radicale sull’Europa va non solo riaffermato, ma riafferrato.

Alla luce della nuova fase cui abbiamo fatto cenno, è forse ipotizzabile oggi riafferrare il discorso a partire dal sud. Attenzione, quindi: non si tratta qui di far proprio e ribaltare dialetticamente l’assunto di un’Europa a due velocità. Creare una sorta di identità meridionale dei movimenti non farebbe altro che rafforzare quei dispositivi di frammentazione che vanno invece rotti. Si tratta, al contrario, di mettere in discussione da una parte qualsiasi rischioso particolarismo delle regioni del sud (sul piano nazionale le lotte hanno il fiato corto e sono strategicamente sconfitte), dall’altra la riproposizione degli schemi della mera solidarietà internazionale, con cui spesso dalla Germania si guarda alle lotte negli altri paesi e che sembrano speculari proprio all’idea di un’Europa a due velocità. Non c’è un fuori dalla crisi, su questo nessuno può avere dubbi. L’allusione a un “divenire piigs dell’Europa” ci permette di comprendere la dimensione direttamente europea della crisi e dello sfruttamento, benché si esprima attraverso spazi e temporalità differenti. Ci permette inoltre di distruggere le immagini che vorrebbero circoscrivere la questione alle peculiarità territoriali, per mostrarne invece la sua natura interamente di classe. “Siamo tutti piigs” significa allora riconoscere la condizione comune, pur nelle asimmetrie dei suoi effetti, e porsi il problema di generalizzare le lotte contro l’austerity. Intendiamo quindi lo spazio del sud Europa come una leva tattica attraverso cui creare processi ricompositivi, un luogo dove la catena delle politiche di austerity può iniziare a spezzarsi. Le lotte nello spazio meridionale stanno già dispiegando una forza destituente, ma per affermarsi in forma pienamente costituente devono conquistare il piano europeo. Non possiamo aspettare, e qui ritorna il problema del tempo: ciò che oggi è possibile, su un periodo più lungo potrebbe diventare troppo tardi.

3. Alcune questioni aperte

Esistono delle differenze nello spazio mediterraneo, di contesto e di sviluppo delle lotte, spaziali e temporali. Esistono però, soprattutto, caratteristiche fortemente comuni, dentro linee di tendenza che sono interamente globali e che abbiamo più volte evidenziato: il tratto unificante della crisi e della precarietà, la composizione dei movimenti, le pratiche di lotta, l’uso politico delle nuove tecnologie, solo per nominarne alcune. Qui vogliamo soffermarci su tre questioni aperte con cui i movimenti si confrontano in questa specifica congiuntura.

Il primo è il rifiuto della politica rappresentativa, che si accelera dentro i processi di precarizzazione e impoverimento, nella crisi strutturale delle istituzioni della sovranità nazionale e di quelle sovranazionali. Se questo aspetto destituente si sta imponendo con la forza di un pregiudizio popolare, esso può imboccare direzioni molto diverse o addirittura opposte. La crisi irreversibile della rappresentanza determinata dai movimenti ha assunto forme che sono state definite “anti-politiche” dagli organi mainstream, spesso soprattutto da parte della sinistra classica. L’etichetta va combattuta, perché contiene una malcelata nostalgia per l’identificazione della politica con una rappresentanza da restaurare. Il punto, per noi, è esattamente l’opposto: laddove non trova una forma di soggettivazione comune e costituente, cioè di nuovo principio politico, quel rifiuto rischia di rifugiarsi nel rancore “anti-casta”, nella sterilità del lamento risentito, ovvero in tutte quelle espressioni che sono non l’anti-politica, ma l’altra faccia della politica rappresentativa in crisi. Al contempo, se la nuova forma della politica espressa dall’autonomia dei movimenti non riesce a uscire dai confini nazionali, per riconoscere immediatamente nello spazio europeo il proprio livello di azione, rischia di consumarsi nell’impotenza o, peggio ancora, di rifugiarsi nella rivendicazione sovranista contro la “dittatura finanziaria”. Come se la rappresentanza fosse alternativa alla troika e non, invece, parte del problema.

Il secondo nodo importante riguarda i discorsi sulla corruzione, presenti in modo diverso in tutti i movimenti sociali mediterranei e non solo. Diciamolo schematicamente: la critica alla corruzione, che risponde a una condizione materiale inasprita e drammatizzata dalla crisi, riesce a creare spazio comune laddove individua il nemico nella corruzione di sistema e non semplicemente in quella individuale. Invocare la galera per i corrotti, facendo appello al potere statale e giudiziario, è il modo migliore per salvare un sistema che produce esso stesso corruzione. Arrestare qualche manager travolto dagli scandali non arresterà un sistema vampiresco e parassitario: servirà solo a ripulirne il volto da ripresentare. In modo analogo, appellarsi a una supposta economia reale contro la speculazione finanziaria significa non rendersi conto che oggi la finanziarizzazione non è nient’altro che l’economia reale del capitalismo globale. Un risvolto significativo di questo aspetto è quello della meritocrazia, che si è affacciato in modo inquietante ad esempio nel movimento dell’Onda Anomala in Italia. Piantata sul nocciolo materiale del declassamento, la meritocrazia è mistificazione: tenta di imporre una nuova misura del lavoro cognitivo dopo la crisi della legge del valore. Non mira ad abbattere le gerarchie, ma a crearne di nuove. Il punto, allora, è rovesciare il discorso: la corruzione è rappresentata dai dispositivi di frammentazione della cooperazione sociale, dalla precarizzazione all’indebitamento alla proprietà privata. É la corruzione del comune il nostro nemico.

Infine e conseguentemente, questione centrale nello sviluppo delle lotte degli ultimi anni è l’esaurimento della dialettica tra pubblico e privato. L’arretramento sul piano della difesa della costituzione o del pubblico, spesso avvenuto dentro i movimenti italiani, ha depotenziato i processi di allargamento e intensificazione delle lotte. Alleandosi di fatto con i poteri costituiti del pubblico (dalla rappresentanza politica e sindacale, agli organi di potere dell’università), si è abbandonata una porzione maggioritaria del ceto medio declassato al populismo giustizialista. Questo, nella crisi, poggia proprio sull’esaurimento della dialettica tra pubblico e privato, corrompendo i processi costituenti: affidando cioè al potere giudiziario, dunque alla restaurazione dello Stato, ciò che invece appartiene alla potenza comune dei movimenti. Talora si è fatto riferimento al pubblico, come in Spagna, risignificandolo, ossia usando tatticamente un termine esausto per alludere a un nuovo principio. Il punto è, allora, trasformare la mobilitazione contro la privatizzazione in costruzione di istituzioni del comune. Lo abbiamo visto anche con la democrazia, parola che oggi nei movimenti ha cessato di guardare al passato, ad antiche mitologie o ai modelli della modernità. Democracia real ya! non significa ripristinare il corretto funzionamento di una democrazia rappresentativa tradita dalle oligarchie corrotte, ma un nuovo processo costituente. Non si fonda sulle strutture rappresentative, ma sull’immediata espressione di contropotere. O la democrazia è esercizio del comune, oppure non è.

4. La sfida costituente

Già negli ultimi anni e ancor più nei prossimi mesi, le lotte dentro e contro l’unità europea hanno avuto e avranno un carattere spurio. Abbiamo visto come ognuna delle questioni sopra analizzate apra linee di sviluppo differenti e pregne di ambivalenza. É in questa dimensione spuria che dobbiamo muoverci, evitando da un lato di pensare che qualsiasi conflitto sia necessariamente positivo e progressivo, dall’altro di respingere le ragioni materiali in cui i soggetti vivono insieme alle mistificazioni attraverso cui talora si esprimono.

Pensiamo che Agora 99, meeting europeo che si svolgerà a Madrid dall’1 al 4 novembre, sia un’occasione preziosa esattamente in questa direzione. Negli stessi giorni del meeting di Madrid e in comunicazione con esso si terrà un incontro a Palermo per continuare il percorso di “orizzonti meridiani”, che ha iniziato a impostare un nuovo discorso sul sud e dal sud in grado di rompere la morsa sviluppo-sottosviluppo, identità-vittimizzazione. É nell’intreccio dei tre punti indicati nel titolo di Agora 99 – debito, diritti e democrazia – che le lotte si sviluppano sul piano globale, ed è precisamente attraverso questi tre nodi che dobbiamo continuare a pensare la trasformazione. É ora necessario svilupparli in un programma comune, una carta dei “princìpi inalienabili” affermati dalle lotte moltitudinarie: l’abolizione del debito e il diritto all’insolvenza, la moratoria delle “grandi opere” della speculazione internazionale e metropolitana (dal Tav alla gentrification) intrinseca alla finanziarizzazione, un commonfare innervato dalla garanzia di reddito e buona vita, di casa e salute, dalla libertà di circolazione, dall’autonoma produzione di saperi, comunicazione e tecnologie, dalla riappropriazione della moneta. É qui che il diritto alla pace va ripensato e riaffermato, in modo rivoluzionario, dentro la lotta per il comune e per una nuova Europa. Dopo la fine del ciclo no war, infatti, i movimenti sembrano aver perso di vista la necessità di opposizione alla guerra, finendo quasi per assumere la sua ineluttabilità. Oggi questo discorso va riportato in cima all’agenda politica: la crisi ci consegna anche il ripresentarsi e potenziale moltiplicarsi dell’opzione bellica, ad alta o bassa intensità, su scala geopolitica o dentro le metropoli. Usiamo ovviamente il termine diritto in modo paradossale, per indicare delle pratiche di lotta non giuridificabili. Il diritto di accesso al comune, infatti, comincia dall’appropriazione del comune che collettivamente produciamo.

Se una nuova fase costituente si è aperta, i movimenti devono avere la capacità di imporre la propria agenda politica. É necessario farlo su un piano immediatamente europeo e, tatticamente, usando la leva meridionale. Anche qui le strutture della rappresentanza hanno mostrato l’esaurimento della propria funzione, oltre che mancanza di coraggio e tendenze conservatrici. Chi ha provato a costruire con essi alleanze o coalizioni, è destinato alla stessa grama fine. La strada va rovesciata: dobbiamo costringere tali strutture a mettersi a disposizione dell’autonomia dei movimenti. Imponiamo ad esempio ai sindacati la convocazione di uno sciopero continentale o, almeno per cominciare, del sud Europa. Spesso, infatti, i movimenti hanno subito il continuo riproporsi della dialettica tra macropolitica e micropolitica, tra dimensione molare e molecolare, tra la presa di un palazzo d’inverno che oggi non c’è più e l’incapacità di agire sui rapporti di forza. Il comune è esattamente il dissolvimento di questa dialettica: per diventare creazione di istituzioni autonome, deve trovare le coordinate in cui agire e le leve da utilizzare. Ecco la sfida dei prossimi mesi: una federazione dei contropoteri attraverso cui riafferrare e dunque istituire un nuovo spazio europeo. Qua la fase costituente può uscire dall’allusione e divenire prassi politica e programma comune.

La sfida è, ovviamente, lunga e difficile. Non ci riferiamo solo alla difficoltà di costruire contropoteri in grado di creare rottura e produrre durata, ma anche al problema del vuoto costituzionale. Oggi la governance capitalista europea si afferma precisamente su questo vuoto, sulla crisi istituzionale, nello spazio tra quello che non c’è più e quello che non si è ancora affermato. Non possiamo limitarci a contemplare speranzosi questo vuoto, pena l’esplosione di sterili atteggiamenti nichilisti. La sfida è allora quella di approfondire la crisi, creando al contempo nuove istituzioni autonome e dunque realmente democratiche fondate sui “princìpi inalienabili” sanciti dai movimenti. La crisi istituzionale non è infatti un aspetto congiunturale, ma indica la fine dei modelli costituzionali esistenti, basati sulla mediazione tra capitale e lavoro salariato, sulla rappresentanza, sull’ossificazione delle forze costituenti. Da questo punto di vista, la sfida diventa l’invenzione di forme costituenti all’altezza della potenza della cooperazione sociale reticolare, che si esprime attraverso le lotte, le occupazioni delle piazze, la completa appropriazione delle nuove tecnologie da parte del lavoro vivo. I nuovi movimenti globali dimostrano che le vecchie forme della politica, liberali e socialiste, sono definitivamente morte, e con esse le possibilità di mediazione riformista e rappresentativa. A questa altezza, la sfida costituente si incarna nell’autonomia e nella ricomposizione dell’intelligenza collettiva.

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