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Linee gialle e zone verdi: la divisione di fatto di Gaza

Crescono i timori che il nuovo mosaico di zone diverse di Gaza, separate da una Linea Gialla, possa consolidarsi in una partizione permanente del territorio.

Fonte: English version

Alessandra Bajec – 24 novembre 2025

La scorsa settimana, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato il piano del presidente Donald Trump per Gaza , instaurando di fatto la supervisione americana sul futuro postbellico del territorio palestinese.

La risoluzione, che prevede un’amministrazione di transizione e una forza internazionale di stabilizzazione, è stata duramente respinta da diverse fazioni palestinesi, che hanno avvertito che avrebbe minato la volontà nazionale.

La roadmap degli Stati Uniti delinea un percorso futuro verso uno Stato palestinese, sebbene la sua formulazione poco chiara e la mancanza di dettagli concreti su come dovrebbe apparire mettano in dubbio qualsiasi impegno reale verso l’autodeterminazione palestinese.

Mentre il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite contempla un “possibile” percorso verso uno Stato palestinese indipendente, il governo israeliano ha fermamente respinto la creazione di uno Stato palestinese, definendola una “minaccia esistenziale”.

Il voto è avvenuto nel contesto dei piani americani di dividere la Striscia di Gaza in due zone. L’accordo prevede una divisione potenzialmente indefinita dell’enclave devastata dalla guerra lungo la Linea Gialla tracciata da Israele , creando una “zona verde” sotto il controllo militare israeliano – dove inizierebbe la ricostruzione – e una “zona rossa”, che rimarrebbe di fatto sotto il controllo di Hamas.

In base all’accordo di cessate il fuoco raggiunto in ottobre, mediato dagli Stati Uniti e ripetutamente violato da Tel Aviv, i palestinesi sono stati relegati in una piccola zona costiera che costituisce meno della metà di Gaza, con le forze israeliane che controllano dal 53 al 58 percento della Striscia.

L’esercito israeliano mantiene circa 40 posizioni militari attive nell’area che si estende oltre la Linea Gialla, il confine di demarcazione militare invisibile stabilito durante la prima fase della tregua, dove le truppe israeliane dovettero ritirarsi.

Un mix di milizie armate e clan, alcuni dei quali sostenuti da Israele, è emerso nelle aree di Gaza ora sotto il controllo israeliano, sfidando l’autorità di Hamas. Molti abitanti di Gaza, compresi quelli delusi dal gruppo, sono preoccupati per l’ascesa di questi piccoli gruppi frammentati.

La maggior parte dei due milioni di abitanti di Gaza è stipata in una massa di terra angusta e soffocante, vivendo tra macerie e tende di fortuna, con aiuti salvavita limitati e nessuna assistenza medica operativa.

“La prima fase del piano statunitense ha ulteriormente frammentato Gaza e costretto la popolazione sopravvissuta in un territorio ancora più piccolo, trasformandone meno della metà in un campo di concentramento senza alcun mezzo di sopravvivenza”, ha dichiarato al The New Arab il giornalista e scrittore statunitense-palestinese Ramzy Baroud .

Khaled Elgindy, analista senior e autore con esperienza in Medio Oriente, ha rilasciato commenti simili a TNA , descrivendo Gaza come divisa tra un settore governato indefinitamente da Israele e un enorme campo di concentramento. “Questa è la realtà che il Consiglio di Sicurezza ha normalizzato”, ha affermato, criticando l’ultima risoluzione delle Nazioni Unite.

Per l’esperto del Medio Oriente, il cosiddetto piano di pace per Gaza ha creato nuovi fatti sul campo che probabilmente diventeranno “realtà permanenti”, con il rischio di un accordo in stile Cisgiordania caratterizzato da un ampio controllo israeliano.

Tende improvvisate affollano un campo profughi a Gaza, il 18 novembre 2025

Secondo quanto riferito, l’amministrazione Trump starebbe lavorando alla costruzione di “comunità alternative sicure” all’interno della parte di Gaza sotto il controllo israeliano. Queste comunità dovrebbero fornire alloggi temporanei, scuole e ospedali fino a quando non sarà possibile una ricostruzione a lungo termine. Si dice che i nuovi siti residenziali facciano parte di un progetto volto a reinsediare i cittadini di Gaza dalle aree sotto il controllo di Hamas.

I critici avvertono che l’iniziativa potrebbe consolidare la frammentazione di Gaza, minare la sovranità palestinese e comportare uno sfollamento forzato.

Rami Abu Zubaydah, un ricercatore palestinese specializzato in questioni israeliane, ha tuttavia  dichiarato al Palestinian Information Center che il progetto americano è irrealistico, poiché il denso tessuto urbano e familiare di Gaza “non è una terra che può essere spartita”. In effetti, ha aggiunto, Israele non è stato in grado di controllare pienamente l’enclave, né prima del suo ritiro né durante i due anni di conflitto.

Baroud, nato e cresciuto a Gaza, ha spiegato che il progetto è una versione “molto più brutta” di qualsiasi precedente politica israeliana nei confronti dei palestinesi, in quanto ora alle persone viene detto che la loro posizione politica potrebbe determinare se la Striscia tornerà o meno a un genocidio su vasta scala.

“La nuova tattica di Israele è quella di dividere Gaza e lasciare che i palestinesi che non sono legati alla resistenza si aggirino nella zona ricostruita”, nella speranza di istituire lì una struttura di governo alternativa, ha sostenuto.

L’analista ritiene che il tentativo di Israele di formare “due Gaza” difficilmente avrà successo tra la gente, affermando che il forte senso di unità ha reso a lungo quasi impossibile creare divisioni all’interno della società di Gaza. “Non credo che Israele possa fare questo tipo di ingegneria sociale a Gaza, non importa quanto disperata sia la situazione”, ha affermato.

Baroud ha sottolineato che la segmentazione di Gaza è un’idea vecchia, citando il piano “cinque dita” dell’ex Primo Ministro israeliano Ariel Sharon del 1971, che divideva la Striscia in aree separate attraverso zone militari e insediamenti. Ma ha anche osservato che gli abitanti di Gaza vi si opposero per molti anni, il che spinse Sharon a ritirare i coloni e le truppe israeliane dall’enclave costiera nel 2005.

Oltre alle emergenti divisioni territoriali, Tel Aviv aveva precedentemente istituito il Corridoio di Netzarim, una rotta militare est-ovest attraverso la Striscia di Gaza centrale che divide la Striscia in due e conferisce a Israele il controllo delle principali autostrade. Aveva inoltre fortificato il Corridoio di Filadelfia, una zona cuscinetto lungo il confine tra Gaza e l’Egitto.

La Linea Gialla, originariamente concepita come un accordo militare temporaneo per segnare il primo ritiro di Israele nell’ambito del cessate il fuoco, viene ora consolidata nonostante i piani di schierare una forza di stabilizzazione internazionale e ridurre la presenza diretta dell’esercito israeliano nel territorio dopo la prima fase.

Il piano in 20 punti di Trump ha sostanzialmente creato una divisione geografica a Gaza che rischia di diventare permanente. Molti palestinesi temono che il risultato sarà una divisione di fatto tra l’est occupato da Israele, con una parte della ricostruzione concentrata lì, e l’ovest controllato da Hamas, dove la maggior parte della popolazione rimane ammassata in aree devastate con poche ricostruzioni.

Un soldato israeliano prende posizione vicino alla recinzione di confine tra Israele e Gaza il 30 ottobre 2025. (Foto di JACK GUEZ/AFP tramite Getty Images)

Secondo la proposta, Israele si ritirerebbe gradualmente entro un “perimetro di sicurezza”, mantenendo però il controllo militare su questa zona cuscinetto, supervisionata da un organismo amministrativo internazionale. I critici avvertono che ciò perpetuerebbe l’effettivo controllo di Israele su gran parte del territorio e confinarebbe i palestinesi in una Gaza più piccola e ristretta rispetto a prima della guerra.

Nel frattempo, i negoziati per la seconda fase della tregua rimangono in stallo, poiché Hamas detiene ancora i resti di tre ostaggi. Una sospensione prolungata non farebbe altro che prolungare le sofferenze dei palestinesi ed esporre i civili a ulteriori violenze.

Le forze israeliane hanno continuato a effettuare attacchi aerei, bombardamenti di artiglieria e demolizioni quasi quotidiani dall’inizio della tregua, il 10 ottobre. Solo nel primo mese, Israele ha violato il cessate il fuoco quasi 500 volte, uccidendo più di 340 palestinesi e ferendone centinaia, con alcuni degli episodi di violenza più gravi verificatisi vicino o oltre la Linea Gialla.

“Ogni giorno che passa, il cessate il fuoco sembra sempre più una farsa”, ha affermato Elgindy, criticando il silenzio del Consiglio di sicurezza di fronte alle quotidiane violazioni del cessate il fuoco da parte di Israele.

Le autorità israeliane hanno continuato a limitare i flussi di aiuti verso Gaza anche dopo più di un mese dall’inizio del cessate il fuoco, lasciando quasi 1,5 milioni di persone senza un riparo di emergenza e centinaia di migliaia di persone che vivono in tende prive di servizi di base.

I dati delle Nazioni Unite mostrano che ogni giorno entrano nell’enclave assediata poco più di 100 camion di aiuti umanitari, ben al di sotto dei 600 camion al giorno concordati nell’accordo di cessate il fuoco di ottobre.

Elgindy ha aggiunto che se il mondo continua a fingere che la guerra sia finita mentre i bombardamenti continuano, gli aiuti sono ancora bloccati e la ricostruzione è in stallo, la tregua diventerà insostenibile e la situazione esploderà di nuovo.

“È solo questione di tempo prima che si assista a una risposta palestinese, che dia a Israele il pretesto per riprendere un assalto su vasta scala”, ha affermato.

Alessandra Bajec è una giornalista freelance attualmente residente a Tunisi

Traduzione a cura di Grazia Parolari “Tutti gli esseri senzienti sono moralmente uguali”, da InvictaPalestina

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