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Memphis, rivolta dopo l’ennesimo omicidio poliziesco di un afroamericano

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Brandon Webber, afroamericano di Memphis, Tennessee, è l’ennesima vittima della polizia americana.

Ad ucciderlo è stata una pattuglia degli U.S. Marshals, task force solitamente attiva in operazioni speciali.

La dinamica è la stessa che abbiamo imparato a conoscere in tanti altri casi. Il ragazzo scappava dagli ufficiali intenzionati ad arrestarlo con l’accusa di aver ucciso un uomo qualche giorno prima nel Mississippi. Agenti che poi lo hanno freddato, esplodendo circa 20 colpi.

La polizia afferma che Memphis, 20 anni, residente nel quartiere popolare di Frayser, fosse ricercato ed armato al momento del tentativo di fermo.

Dichiarazioni poi contraddette in un successivo annuncio della polizia, dove sparisce ogni riferimento al possesso di un’arma. Dichiarazioni smentite inoltre da alcuni testimoni, e ritenute comunque inaccettabili dalla comunità afroamericana della città, storicamente vittima di violenza poliziesca.

Per l’ennesima volta infatti, a cadere è chi abita nelle aree più svantaggiate delle città, nei quartieri-ghetto completamente abbandonati dalle istituzioni.

Nella città del sud degli Stati Uniti è esplosa in seguito la rivolta, anche a seguito delle parole del sindaco Jim Strickland, che ha difeso l’operato delle forze dell’ordine. In centinaia di persone, non convinte della versione della polizia, sono scese in piazza.

Il bilancio è di alcune decine di agenti feriti nella notte tra mercoledì e giovedì, con lanci di gas lacrimogeni contro la folla che scagliava pietre, mattoni e bottiglie. La tensione rimane altissima in città.

Fu proprio l’omicidio di un giovane ragazzo nero, Michael Brown, a dare il via qualche anno fa al movimento Black Lives Matter. Le cui ragioni continuano evidentemente ad essere attuali.
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