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Messico, verso le elezioni il paese è sempre più nella morsa repressiva

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Tra promulgazione di leggi liberticide e omicidi di uomini politici da un lato e crescente malcontento sociale, sempre prossimo a potenzialità esplosive, dall’altro, lo scenario politico messicano risulta esposto ad una pluralità di importanti perturbamenti lungo le cui faglie andrà probabilmente a decidersi il segno della nuova fase che va velocemente aprendosi con l’avvicinarsi delle consultazioni elettorali del prossimo 1 di luglio. Qui di seguito un breve resoconto dello stato dell’arte attuale.

Nell’assordante silenzio dei media nostrani, al solito grossolanamente disinteressati agli eventi repressivi che si verificano nella politica internazionale, in particolare qualora avvengano in paesi allineati agli interessi geopolitici occidentali, nel corso del mese di dicembre si è andata delineando una situazione in grado di mettere ulteriormente in discussione il già precario ordinamento democratico del Messico, con il probabile effetto di determinare una situazione di pesante perplessità rispetto allo svolgimento regolare delle elezioni politiche previste per l’estate prossima.

In particolare, la Ley de seguridad interior, approvata frettolosamente il 12 dicembre scorso dal parlamento messicano sotto pressione del governo, ha suscitato un’ampia gamma di proteste e polemiche, sia nell’ambito della società civile nazionale che in quello di alcuni organi intergovernativi sovranazionali, che ne hanno visto, a ragione, una pericolosa premessa per l’inasprimento dei metodi autoritari di controllo e gestione del paese.

Alle mobilitazioni di piazza e alla creazione di gruppi di sensibilizzazione e organizzazione contro la legge, che si sono susseguiti fin da prima del giorno della sua promulgazione ufficiale, si è infatti aggiunta una nota ufficiale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, nella quale vengono segnalate 14 significative ragioni di preoccupazione destate dal contenuto ambiguo della norma appena entrata in vigore.

La legge sulla sicurezza interna, d’altronde, non può che essere ritenuta pericolosa dalle forze sociali di opposizione nella misura in cui, sulla base di uno stato di emergenza permanente, premesso ma non ufficialmente dichiarato, sembra aprire alla legittimazione del pesante ricorso ordinario alla forza militare nella risoluzione delle controversie politiche del paese. I poteri arbitrari concessi già da diversi anni all’esercito nell’ambito della guerra al narcotraffico, sulla base della nuova norma, potranno in effetti essere estesi a una pluralità di contesti che, per altro, risultano sinistramente connotati da contorni fumosi ed imprecisati. In questo modo la legge, secondo una ratio che alla maggior parte degli osservatori è parsa evidentemente incostituzionale, concederà la possibilità alle forze armate di sottrarre il proprio operato da qualsivoglia controllo democratico nelle situazioni ritenute pericolose per una non meglio precisata sicurezza interna.

Proprio sulla scia del suo carattere marcatamente autoritario, la nuova legge con ogni probabilità andrà ad incidere profondamente sulla situazione politica del Messico. Da questo punto di vista tuttavia, contestualizzato all’interno dell’attuale congiuntura storico politica del paese centro americano, il contenuto delle nuove norme non va inteso come punto di partenza di un improvviso cambio di passo, quanto piuttosto come elemento nodale di un processo di normalizzazione finalizzato a rinsaldare, in vista delle prossime consultazioni elettorali, una traiettoria già ampiamente intrapresa.

Il Partido Revolucionario Institucional (PRI), formazione di centro destra votata al conservatorismo e all’ideologia neoliberale, al governo del paese in modo quasi ininterrotto per circa 70 anni, si è infatti da sempre segnalato come un soggetto politico attento primariamente al mantenimento del proprio potere e alla difesa degli interessi delle classi dirigenti, ostacolando duramente ogni tentativo di trasformazione sociale atta a migliorare le condizioni di grave indigenza in cui versa tuttora la grande maggioranza della popolazione messicana. In questo contesto, il ricorso del partito di governo all’utilizzo della forza militare per sedare la contestazione al proprio potere e reprimere le mobilitazioni sociali non è per nulla estraneo alle prassi politiche consolidate.

La dura repressione militare nei confronti delle istanze sociali è anzi un mezzo a cui, in particolare negli ultimi anni, il Pri diretto da Enrique Pena Neto, primo ministro dal 2012, ha più di una volta fatto ricorso, come ci ricordano alcuni casi plateali, su tutti quello della scuola normale di Ayotzinapa, nei pressi di Iguala quando, nel 2014, 43 normalisti dissidenti scomparvero in circostanze tuttora ignote.

In questo scenario va aggiunto un altro dato significativo ed inquietante: l’intensificarsi del ricorso all’assassinio politico, altra cosa non nuova alla presidenza Neto, che negli ultimi mesi si è verificata con particolare frequenza, come nei casi del deputato del Prd, Saul Galiando Plazoa e dell’ambientalista e attivista Salvador Magana, entrambi deceduti in circostanze violente e ignote dopo aver denunciato il malaffare in seno al Pri.

Se insomma è dai tempi dell’inizio ufficiale della cosiddetta guerra la narcotraffico, datata a 12 anni fa, che un processo di militarizzazione crescente investe il paese centro americano e il ricorso a metodi autoritari continuata ad essere una costante in questi anni di governo del Pri, tuttavia la decisione governativa di approfondire l’utilizzo di questi metodi, producendo una base normativa a partire dalla quale fornire un criterio di legittimazione che vada a consolidare questo stato di fatto, è spia dell’avvento di una fase che porta con sé elementi di novità.

Nel corso degli ultimi anni, infatti, si è gradualmente accresciuto il malcontento sociale annesso al perdurare del processo di impoverimento delle classi più svantaggiate e alla perdurante polarizzazione della ricchezza sociale, a cui si somma la percezione sempre più diffusa della corruzione dilagante degli apparati di potere controllati dal Pri. Questa constatazione, evidentemente, ha portato una certa dose di agitazione in seno agli alti ranghi del potere messicano, inducendo un agire in vista della necessità di premunirsi nei confronti del rischio che questo dissenso strisciante si trasformi in contestazione aperta o nel pesante arretramento del consenso elettorale del partito di governo.

A questo proposito, d’altronde, i partiti d’opposizione, compresi i più radicali, su tutti la formazione elettorale rappresentante dal Consiglio Indigeno, che per la prima volta è rappresentata un candidato espressione dell’Ezln, stanno acquisendo una crescente quota di consensi tra la popolazione, in particolare in determinate zone geografiche e settori sociali, cosa che non manca di suscitare apprensione negli apparati del Pri.

In questa complessità, perciò, l’effetto che avrà il nuovo impianto normativo in materia di sicurezza sulla contesa politica, sul piano elettorale ma non soltanto, dipenderà in gran parte dall’evolversi dei rapporti di forza tra il governo e le diverse opposizioni politiche e sociali.

Certo è che la situazione politica del Messico è attualmente tutt’altro che pacificata, cosa che, con in prospettiva la prossima tornata elettorale, con ogni probabilità non tarderà a produrre, in un segno o nell’altro, delle importanti novità nei prossimi mesi.

 

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