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Napoli ‘Stay Human’. Campagna per il boicottaggio del Teatro Festival

Ancora una volta si è scelto di dare spazio a chi sostiene la propaganda d’Israele che, strumentalizzando la cultura, si “ripulisce la faccia” e nasconde con la retorica di un’apparente tolleranza e pluralismo la realtà delle sue politiche quotidiane che invece non lasciano spazio a chi realmenteprova a contrastarle!

Purtroppo sappiamo bene qual è il vero volto della “democrazia” in Israele, che mette in carcere i giovani israeliani che rifiutano il servizio militare, chiude i propri confini agli intellettuali considerati “pericolosi” come Noam Chomsky, nega spazi nei contesti accademici a chi cerca di parlare di cosa ha comportato la fondazione di Israele per i palestinesi, la cosiddetta Nakba del ’48, il moltiplicarsi senza tregua degli insediamenti coloniali, migliaia di profughi senza diritto al ritorno, migliaia di prigionieri detenuti illegalmente, la cancellazione sistematica dei diritti più elementari.

Nello specifico, Noa giustificò con una lettera aperta ai palestinesi l’Operazione Piombo Fuso a cavallo tra 2008 e 2009 che vide l’uccisione di 1400 persone e più di 5000 feriti, con l’utilizzo illegale da parte di Israele del fosforo bianco in una delle aree più densamente popolate al mondo per poi continuare a giocare a “Madre Teresa” e proporsi come grande ambasciatrice di pace.

Purtroppo, anche per quanto riguarda le compagnie di danza, nessuna di queste ha mai scelto di schierarsi e rispondere ai numerosi appelli all’interno di Israele per il boicottaggio dei teatri nelle colonie in Cisgiordania, scegliendo di mantenere una posizione “neutrale” di fronte alle ingiustizie.

Così, ancora una volta, invece di incoraggiare e sostenere gli artisti e intellettuali davvero critici e attivi in Israele nel contrastare le politiche razziste e di apartheid che continuano a rendere impossibile un processo di pace in Medio Oriente, il Napoli Teatro Festival ha scelto di avallare la “normalizzazione” messa in campo da Israele.

Sta a noi contestare questo genere di iniziative, dando spazio invece alla resistenza quotidiana palestinese!

BOICOTTA IL NAPOLI TEATRO FESTIVAL!

BOICOTTA LA CULTURA CHE NON SI SCHIERA!

Qui gli appuntamenti, segue l’appello per il boicottaggio.

Napoli Teatro Festival omaggia Israele? Qualche ragione per dire no!

Quest’anno, per la sua 5° edizione, il Napoli Teatro Festival avrà una sezione dedicata ad Israele, che si aprirà con il concerto di inaugurazione al San Carlo della nota cantante Noa per poi proseguire con una serie di spettacoli di compagnie di danza israeliane.

Da sempre certi intellettuali, artisti, enti ed istituzioni sono implicati nel processo di costruzione e di accurata propaganda di un’immagine dello stato d’Israele come di una democrazia modello, pluralista, accogliente, tollerante.

La cosiddetta cultura “neutra”, o “equidistante”, è il perno su cui ruota l’elaborazione di una narrazione ideologica che si adopera alla messa a punto di termini che rendano accettabile, normalizzato, uno stato di cose palesemente eccezionale:  i palestinesi vivono sulla loro pelle un’occupazione iniziata ormai 64 anni fa, politiche di apartheid1, espulsione, pulizia etnica2.

Strumentalizzando la cultura, lo Stato di Israele cerca quindi di “ripulirsi la faccia” e nascondere con la retorica di un’apparente tolleranza e pluralismo la realtà delle politiche messe in atto quotidianamente che non lasciano spazio invece a chi realmente prova nella pratica politica a mettere in discussione l’operato del governo di Tel Aviv.

Iniziamo col prendere in esempio il caso emblematico della cantante Noa, il cui impegno in musica, si legge sul sito del San Carlo, “ha gettato le solide basi per la diffusione di un messaggio di pace capace di superare i confini geografici e far dialogare diverse culture” ma, in realtà, dopo l’Operazione Piombo Fuso a cavallo tra il 2008 e il 2009, che ha visto l’uccisione di circa 1400 palestinesi e più di 5000 feriti, con l’utilizzo illegale da parte di Israele del fosforo bianco in una delle aree più densamente popolate al mondo, Noa scrisse una lettera aperta al popolo palestinese, in cui diceva:

“Io so che nel profondo del vostro cuore DESIDERATE (il maiuscolo è nel testo, n.d.t.) la morte di questa bestia chiamata Hamas che vi ha terrorizzato e massacrato, che ha trasformato Gaza in un cumulo di spazzatura fatto di povertà, malattia e miseria”.

“Posso soltanto augurarvi che Israele faccia il lavoro che tutti noi sappiamo deve esser fatto, e VI LIBERI definitivamente da questo cancro, questo virus, questo mostro chiamato fanatismo, oggi chiamato Hamas. E che questi assassini scoprano quanta poca compassione possa esistere nei loro cuori e CESSINO di usare voi e i vostri bambini come scudi umani per la loro vigliaccheria e i loro crimini”.3

Dopo queste dichiarazioni e dopo le contestazioni ricevute persino da parte di altri israeliani, Noa provò a ritrattare quanto scritto per poter continuare a suonare e cantare in eventi per la “pace”, per il “dialogo” e quant’altro di retorico ci fosse in programma. Al di là delle sue tentate giustificazioni, la gravità delle sue parole in quel determinato momento andavano di fatto a legittimare le operazioni militari di Israele.

Tra i sostenitori della campagna che contestava la “pacifista” Noa c’era Juliano Mer Khamis, figlio di madre ebrea israeliana e padre palestinese, attore, regista e fondatore del Freedom Theatre nel campo profughi di Jenin che rappresenta tutt’altra esperienza di teatro rispetto a quella che andrà in scena al San Carlo e in altri teatri napoletani. Proprio Juliano, che credeva nella cultura come forma di resistenza e strumento per stimolare l’analisi e la comprensione dell’Altro, rispose a Noa con queste parole:

“Non c’è limite alla tua ipocrisia, Noa. Hai supportato la guerra che ha reso orfani questi bambini e ora vuoi giocare a “Madre Teresa” e aiutarli? Quanto puoi essere cinica? Migliaia di bambini sono stati mutilati fisicamente e psicologicamente per il resto delle loro vite in una guerra che non solo tu non hai ostacolato, ma hai pubblicamente giustificato. Forse puoi aumentare la tua popolarità e cercare di lavare le tue mani insanguinate creando titoli di testa sulle spalle di questi bambini, ma non sarai capace di pulire la tua ormai sporca coscienza. Non finchè non riconoscerai che un occupante non ha alcun diritto morale di dire alla popolazione occupata cosa fare, incluso quale leadership può o non può democraticamente eleggere. Non prima che tu riconosca che il reale “virus” o “cancro”, per usare le tue malevoli parole, il “mostro” è la continua occupazione e l’oppressione che ne risulta. I veri fanatici qui, Noa, sono le persone che pensano di avere il diritto di infliggere così tanto dolore e danno a una popolazione assediata.” 4

Sarebbe fondamentale quindi sostenere e aiutare piuttosto gli artisti e intellettuali israeliani che coraggiosamente si oppongono attivamente all’Occupazione, come coloro che firmarono nell’estate del 2010 per il boicottaggio del nuovo complesso teatrale di Ariel (una delle più grandi colonie israeliane in Cisgiordania);  ma il Napoli Teatro Festival ha scelto di fare esattamente il contrario.  Infatti, anche per quanto riguarda le compagnie di danza che si esibiranno dal 19 al 24 giugno in vari teatri napoletani, nessuna di queste, né singoli artisti, sembrano risultare tra i 150 firmatari israeliani all’appello per il boicottaggio di Ariel che, tra l’altro, suscitò incredibile scalpore in Israele, con il premier Netanyahu che si affrettò a dichiarare che non era possibile finanziare e supportare qualsiasi teatro, compagnia, artista che avesse appoggiato l’appello al boicottaggio.

Anzi la Vertigo Dance Company e la Kibbutz Contemporary Dance Company che appaiono nel programma del Napoli Teatro Festival, dichiararono ufficialmente che non avrebbero partecipato al boicottaggio senza entrare nel merito politico della questione.

La solita presa di posizione di una cultura che si fa semplice erudizione e non si schiera, che anzi fugge da quello che dovrebbe essere il ruolo fondamentale della stessa: un processo formativo della personalità dei singoli, ma anche una presa di coscienza, con la consapevolezza di essere parte integrante di una società e che la vita della società è politica, che lo si voglia o no.

Purtroppo, chiunque provi, anche all’estero, a criticare le politiche di apartheid del governo di Tel Aviv magari addirittura partendo dall’ideologia che sottende a tali politiche, il sionismo, viene subito bollato dai media come “antisemita”. Eppure essere ebrei non significa essere sionisti, contrastare il sionismo non significa attaccare gli ebrei in nome di un odio razziale antisemita, bensì opporsi al colonialismo e alle politiche che riproduce per nascondere che la creazione dello Stato d’Israele è risultata nella distruzione della società  palestinese, che per i palestinesi ha significato la Naqba del ’48, il moltiplicarsi senza tregua degli insediamenti coloniali, migliaia di profughi senza diritto al ritorno, migliaia di prigionieri detenuti illegalmente, la cancellazione sistematica dei diritti umani più elementari.

Con questo appello vogliamo quindi contrastare la già citata “normalizzazione” propagandata da certi artisti e intellettuali israeliani che, per l’appunto, rivendicando la “neutralità” della cultura, o addirittura proclamandosi pacifisti e portando avanti posizioni ambigue e ipocrite, continuano a promuovere le loro attività prestando la loro arte alla propaganda del governo israeliano.

Al contrario, agli israeliani e agli ebrei che realmente mettono in discussione l’occupazione dei Territori Palestinesi, le politiche razziste e di apartheid dello Stato d’Israele, non viene dato spazio e, anzi, subiscono un vero e proprio linciaggio mediatico e di opportunità lavorative.

Pensiamo a personalità come Ilan Pappè, storico israeliano, che ha scelto l’esilio a Londra per le sue prese di posizione politiche, a Noam Chomsky, noto linguista ebreo americano a cui è stato impedito l’ingresso in Israele perchè intendeva partecipare ad una conferenza dell’Università palestinese a Bir Zeit, pensiamo all’attivista israeliano Jonathan Pollack, che ha trascorso tre mesi in carcere per una protesta contro il massacro di Gaza nel 2009, ai giovani israeliani che rifiutano il servizio militare obbligatorio e finiscono in carcere, e a molti altri ancora che vengono marginalizzati e pubblicamente classificati come traditori per aver osato criticare le politiche dello Stato di Israele.  

In ogni caso, nonostante tutto questo, il progetto di mistificazione dell’Occupazione e della repressione che attua il governo d’Israele continua a trovare potentissimi alleati nei giganti Usa e Ue. Proprio l’Italia è ormai diventata il quarto partner commerciale dello stato Israeliano, e con l’ultima visita del primo ministro Monti è stato suggellato un “salto di qualità” nelle relazioni tra i due stati.

Il Napoli Teatro Festival, forse ingenuamente o forse no, ha scelto di dare per l’ennesima volta spazio a questa tipologia di “cultura” che diventa propaganda, rappresentativa di uno Stato che ha violato più di 70 risoluzioni dell’ONU5 e che si sente impunibile perché gode di solido supporto dalle grandi potenze.

Sta come sempre alla società civile, agli intellettuali, alla sensibilità di chi non vuole dimenticare la resistenza palestinese fare qualcosa, non semplicemente proponendo spazi eguali per la Palestina, ma finalmente boicottando iniziative come questa, che avallano l’idea di Israele come di uno Stato “normale” quando in realtà le sue politiche stanno sistematicamente distruggendo ogni aspirazione alla pace in Medio Oriente.

Saremmo ben felici di andare ad ascoltare un concerto di Noa o uno spettacolo di danza delle compagnie israeliane, il giorno in cui abbandoneranno finalmente il loro silenzio e la loro ipocrisia per abbracciare realmente la causa di chi lotta per la propria dignità, rifiutando così di organizzare performance passando per le istituzioni Israeliane. Fino a quando questo non avverrà, continueremo a contestare chi organizza Festival del genere, non per chissà quale spirito ostruzionista, ma per dare voce alla resistenza e al diritto all’autodeterminazione del popolo palestinese.

NOTE:

1. Lo stesso Desmond Tutu, arivescovo sudafricano che raggiunse la fama mondiale per la sua opposizione all’apartheid definì le politiche di Israele verso i Palestinesi come politiche di apartheid. Con lui anche Nelson Mandela e molti altri attivisti sudafricani. Nella terza sessione del Tribunale Russel per la Palestina si è discusso della questione delle pratiche e leggi israeliane in rapporto al crimine dell’apartheid, qui un articolo sulla questione.

2. Ilan Pappé, storico israeliano, intitolò un suo libro “La pulizia etnica della Palestina” in cui argomentava e rivedeva la classica visione storica imperante in Israele dalla fondazione del sionismo, dello Stato di Israele fino agli occordi di Oslo e ciò che hanno comportato. Qui un interessante intervista a Pappè.

3. http://www.ynetnews.com/articles/0,7340,L-3651784,00.html

4. http://palestinanews.blogspot.it/2009/01/noa-ovvero-lipocrisia-di-certi.html

5. Qui l’elenco e il contenuto di tutte le risoluzioni ONU violate da Israele.

PRIME ADESIONI (per aderire all’appello scrivere una mail a coll.autorg.universitario@gmail.com, specificando nome, cognome e professione)

Miryam Marino –  scrittrice, attivista Rete ECO (Ebrei contro l’Occupazione)

Loretta Mussi – presidentedell’ONG “Un Ponte per…”

Angelo Baracca – docente di fisica presso l’Università di Firenze

Giuseppe Aragno – già docente di Storia presso l’Università Federico II di Napoli

Enrico Contenti – ISM Italia (Torino)

Coordinamento Nazionale Freedom Flotilla Italia – Benvenuti in Palestina

Tiziana Terranova (docente – Università di Napoli l’Orientale)

Brunello Leone (artista – Istituto delle Guarattelle)

Francesco Di Bella (musicista – 24 Grana)

Renato Comolli (Admin del gruppo fb “We are all on the Freedom Flotilla 2”)

Marisa Conte (Admin del gruppo fb “We are all on the Freedom Flotilla 2”)

Luisa Orengo (Admin del gruppo fb “We are all on the Freedom Flotilla 2”)

Sara De Carlo – docente precaria

Susanna Casali – impiegata

 

Per info: caunapoli.org

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