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Obama è solo e rinvia la guerra

Per ora guerra non è. L’isolato presidente Obama preferisce prendere tempo e rinvia la decisione sull’attacco contro la Siria al 9 settembre. Quel giorno si riunisce il Congresso statunitense a cui la Casa Bianca chiederà l’autorizzazione.

Una mossa figlia dell’isolamento in cui Washington è rimasta impantanata negli ultimi giorni: gran parte della comunità internazionale – Cina e Russia in testa – è contraria ad un intervento, seppur “limitato”, il parlamento britannico ha votato no alla mozione interventista del premier Cameron e l’Onu non ha dato il via libera per il veto russo e cinese al Consiglio di Sicurezza. E in casa, l’opinione pubblica americana non è affatto favorevole ad aprire un nuovo fronte mediorientale. Tanto da far traballare anche il possibile esito del voto del Congresso: il partito Repubblicano, nonostante sia favorevole ad un intervento, non intende agire senza le Nazioni Unite e gli equilibri politici (e quantitativi) di Camera e Senato non giocano a favore di Obama. Resta da vedere se prevarrà la tradizionale politica interventista repubblicana o l’opposizione al presidente democratico Obama.

Nel discorso tenuto di fronte alla Casa Bianca poche ore fa, Obama ha ripetuto di voler inviare un segnale al regime di Bashar al-Assad: “L’obiettivo dell’uso della forza da parte degli Stati Uniti dovrebbe essere quello di distruggere e prevenire il futuro utilizzo di armi chimiche o di altre armi di distruzione di massa”. Ovvero, si deve attaccare ma meglio aspettare il sì del Congresso, così da dare all’intervento una parvenza di legittimità: “Sono pronto a dare l’ordine di attacco, anche come unico Paese, ma chiederò l’autorizzazione del popolo americano”.

E se il Congresso si riunirà il prossimo 9 settembre, il voto sulla risoluzione della Casa Bianca – già redatta – arriverà entro il 15. Due settimane di tempo, entro le quali potrebbero essere pronti i risultati dell’indagine Onu sull’utilizzo di gas chimici contro la popolazione civile. In mezzo, tra il 5 e il 6 settembre, un altro appuntamento internazionale potrebbe modificare le carte in tavola: l’incontro del G20, dove Obama si troverà faccia a faccia con Putin, da tempo a capo della “coalizione” dei non interventisti. Mosca ha sempre affermato di voler procedere con una soluzione politica, una transizione gestita dalle diplomazie e che includa il presidente Assad.

Intanto Israele, che da tempo scalpita alla caccia di qualcuno che intervenga contro Assad, teme ripercussioni. E dopo l’assalto ai distributori di mascherine anti-gas, scatta l’evacuazione delle colonie del Nord della Cisgiordania. Sarà messo in atto un piano di evacuazione di qualche anno fa che coinvolge sia gli edifici pubblici che le abitazioni, nelle colonie riconosciute dal governo israeliano ma anche negli insediamenti illegali.

da Nena News

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