InfoAut
Immagine di copertina per il post

Rojava: la rivoluzione ha eliminato lo stato?

(foto reperita sul web)

Perchè questa ostilità dei curdi nei confronti di Assad? Decenni di discriminazioni e persecuzioni politiche da parte del partito Baath, oltre che di colonizzazione araba dei territori curdi, hanno svolto un ruolo. Ancora oggi moltissimi abitanti del Rojava, pur essendo nati in Siria, non hanno né il passaporto, né la cittadinanza siriana, per il solo fatto di essere curdi: cittadini di serie B come i palestinesi in Israele, tanto cari – per ragioni strumentali, a quanto pare – al governo siriano. “Parlare curdo era proibito – racconta Raperin, 18 anni – e nelle scuole si apprendeva soltanto la lingua, la storia e la cultura araba. La nostra colonizzazione non era soltanto territoriale, era molto più profonda”. Poi, nel 2003, gli Stati Uniti invasero l’Iraq, e il Kurdistan iracheno, nel 2004, fu a un passo dall’autonomia: in quei mesi una squadra araba fu ospitata allo stadio di Qamishlo, in Rojava, nel campionato di calcio siriano, e dagli spalti ospiti iniziarono a provenire cori in favore di Saddam Hussein e contro i curdi. “Gli scontri che seguirono lasciarono decine di morti sul terreno, soprattutto perché la polizia siriana intervenì a senso unico contro i curdi” ricorda Shiar, di Amuda.

Quando le Ypg rivolsero le armi contro quelle stesse divise, nel caos del 2012, avevano bene in mente quegli eventi. Quando il territorio fu liberato quasi completamente dalle truppe governative, il Pyd (partito di unione democratica ispirato alle idee di Abdullah Ocalan) si fece promotore di un incontro tra tutte le principali organizzazioni politiche, sociali e religiose curde, arabe, assire, armene ed ezide della regione, che trovarono un accordo per la costituzione di un consiglio esecutivo per ogni cantone del Rojava, che esercitasse le funzioni di governo del territorio. L’influenza del Pyd permise che ad ogni alto consigliere fosse affiancato un o una collega uomo o donna, in modo che entrambi i generi fossero rappresentati, per ogni carica, al 50%. Nel frattempo il Pyd coinvolse altre organizzazioni anche nella costituzione del Tev Dem (movimento della società democratica), che avrebbe dovuto operare nella società per supportare la popolazione nella creazione di forme di autogoverno economico, politico, sociale, militare.

Le forze che avevano costituito il consiglio esecutivo crearono nel gennaio 2014 il consiglio legislativo, in cui una cinquantina di organizzazioni esprimono rispettivamente un uomo e una donna in funzione di rappresentanti. La struttura della rivoluzione in Rojava è quindi a un tempo dissimile e analoga rispetto alle rivoluzioni comuniste dell’Europa orientale. In quei paesi, in termini generali, il partito esercitava la funzione di motore rivoluzionario (o conservatore, a seconda delle fasi e dei punti di vista) e i governi (a loro volta, sostanzialmente, a partito unico) svolgevano l’ordinaria funzione esecutiva, in un rapporto concepito come dialettico tra stabilità e movimento. Nel sistema proposto da Ocalan nei suoi scritti dal carcere, che il Pyd ha concretizzato in Rojava, questa dialettica è conservata, ma il rapporto tra istituzioni esecutive/legislative e movimento rivoluzionario è diverso nella misura in cui il partito si ritrae (intenzionalmente) in una funzione organizzativa e di riproduzione della soggettività politica, lasciando a una pluralità di voci sociali la costruzione concreta della trasformazione, e non rinunciando alla propria suprema velleità di estinzione all’interno del movimento stesso.

I quadri del Pyd sono presenti tanto nel Tev Dem quanto altrove, benché il loro obiettivo sembri essere più riprodurre una soggettività sociale attiva, cui “affidare” il compito rivoluzionario in un continuo allargamento e in una continua autonomizzazione della base sociale coinvolta, che occupare semplicemente i luoghi chiave come organizzazione “separata”. Non a caso è difficile trovare “esponenti del Pyd” nelle istituzioni del Rojava, benché sia frequente che alcune persone siano semplicemente (e alquanto misteriosamente) indicate come “quadri” della rivoluzione. Questo modo di agire sembra essere dettato da una pacata, ma determinata consapevolezza della lezione storica offerta dai fallimenti politici del socialismo passato. “Il loro lavoro è organizzare qualcosa, affinché quel qual cosa possa camminare da solo” spiega un compagno europeo a Qamishlo; “Vanno nella regione di Jarablus, dove ancora domina ancora lo stato islamico, e fanno convergere tutte le forze sociali dissenzienti in un congresso “clandestino”, che costituirà il nocciolo delle future istituzioni, quando muteranno i rapporti militari nell’area”. È ciò che i partiti curdi analoghi al Pyd – Pkk, Pjak – stanno facendo in Turchia e Iran, dove il Dtk e il Kodar, rispettivamente, sono realtà analoghe al Tev Dem siriano: luoghi dove la pratica organizzativa, politica e produttiva, può realizzarsi con tutte le realtà sociali che intendono agire in modo autonomo nei diversi stati.

Le istituzioni del Rojava, tuttavia, sono o prefigurano a loro volta uno stato? Ad Amuda, capitale amministrativa provvisoria del cantone di Cizire, il tribunale cittadino non appare molto diverso da qualsiasi altro tribunale: nella sala accanto, il procuratore generale (che dipende dal consiglio esecutivo) sta interrogando un uomo con una sua collega, e nel cortile c’è la prigione (“una prigione a cinque stelle, ve lo assicuro, dove offriamo ottimi pasti”, dice uno dei giudici che si aggirano per lo stabile). I giudici non hanno toghe, e hanno un aspetto bonario e popolare, ma le apparenze stanno a zero quando si parla di leggi e di condanne. Sharine, la giudice che da più tempo svolge questo compito, spiega che il collegio giudicante è eletto da un consiglio popolare cittadino di 180 membri. Quando il collegio non ritiene che sia possibile emanare un verdetto dopo la prima seduta, il consiglio cittadino e le comuni di quartiere esprimono una giuria di quindici membri; se il caso è particolarmente grave, il giudizio di colpevolezza è espresso da cento membri scelti allo stesso modo tra il popolo, poi il procuratore stabilisce la pena.

Il corpo giuridico, spiega Sharine, resta in parte quello della tradizione, che nelle società musulmane non ha mai smesso di esercitare la sua autorità attraverso notabili, conoscitori della legge coranica e sheik (personalità locali prominenti), in parte quello dettato dai lavori recenti del consiglio legislativo del Rojava, in parte quello sedimentato negli anni dallo stato siriano: necessariamente, sul piano giuridico, la rivoluzione procede per decreti e riforme, modifica per interventi specifici l’eredità giuridica della regione. Ciò che i giudici del Rojava tengono a chiarire, però, sono due cose. In primo luogo, nel nuovo sistema la tradizione è rispettata (anzitutto per ragioni di consenso popolare) ma anche sfidata. Ad esempio sono vietate tanto la poligamia quanto il matrimonio contratto con minori, e se il delitto d’onore per adulterio era, prima della rivoluzione, considerato una sorta di legittima difesa, adesso l’adulterio, di entrambi i sessi, è sì punito con sei mesi di prigione (nota bene: sostituiscono la morte), ma il delitto d’onore provoca un minimo di cinque anni, e la donna cbe uccide il proprio aggressore non è considerata colpevole (inoltre, per ogni caso giudiziario che riguardi una donna, la casa delle donne della comune di quartiere in cui abita l’interessata, scrive una lettera al giudice esprimendo un punto di vista completamente femminile sul caso di cui si discute).

In secondo luogo – ed è un elemento su cui tutti qui, come in Bakur, insistono – la differenza fondamentale con i sistemi giudiziari occidentali è che soltanto una media di un terzo delle controversie sociali arriva al tribunale. Tutte le altre vengono risolte dalle comuni – assemblee di quartiere – attraverso accordi tra le parti e punizioni di lieve entità. Esiste un sistema sussidiario per cui i tribunali non funzionano, come nei codici europei, a pieno regime per tutti i casi, secondo l’idea (peraltro disattesa) che ogni evento debba essere catalogato secondo un codice, ossia secondo un criterio generale e neutrale: l’auspicio della società rivoluzionaria, almeno in Rojava, è che non si debba affatto ricorrere a un giudice né a una giuria popolare, e tantomeno chiamare a raccolta centinaia di persone per valutare se una persona è colpevole, e chiedere al procuratore per quanto tempo dovrà stare in prigione. Nelle comuni, spiegano al tribunale, le persone si conoscono da vicino, hanno confidenza e conoscono le personalità e gli antefatti e – assicura Kaukeb, giovane giudice donna – trovano nella stragrande maggioranza dei casi una soluzione.

Ciò che appare fondamentale comprendere, a ben vedere, è che lo sguardo sulle istituzioni che più ricalcano il modello liberale toquevilliano (esecutivo, legislativo, giudiziario) o quello socialista, sia pur rivisto (dialettica movimento/istituzioni) non esaurisce che una minima parte della vita politica e istituzionale del Rojava: le comuni, che qui abbiamo menzionato in coda, costituiscono in realtà il vertice del sistema: promuovono proposte e soluzioni che hanno per i consigli cittadini e cantonali un valore ben superiore a quello di un semplice suggerimento; Ghalia, della casa del popolo di Amuda, spiega che una singola comune può ottenere la rimozione di un qualsiasi funzionario, anche ai massimi livelli. Oltre a risolvere le controversie con i “comitati di soluzione” eletti presso le case del popolo, le comuni avviano attività economiche cooperative, selezionano volontari per la difesa dei quartieri (le Hpc, “forze di difesa sociale”), propongono leggi per il cantone al consiglio legislativo. È così che si estingue lo stato, chiediamo a Ghalia? “Le comuni sono pensate ‘contro’ i consigli superiori: ne limitano il potere ed esercitano a loro volta un potere dal basso, che è predominante rispetto a quello dall’alto: questa è la differenza con il sistema statale”.

Il movimento curdo sfida lo stato sul piano del concetto, prima ancora che della storia: la nozione di stato qui appare immaginata in relazione a un modo di organizzare le istituzioni, più che all’esistenza stessa delle istituzioni; e soprattutto a un modo di pensarne la funzione. (Il movimento del Rojava propone una visione che, lungi dal dover essere accolta acriticamente o liquidata con saccenza, può essere utile a coloro che articolano una critica dello stato, per tornare a chiedersi che cosa sia, a ben vedere e in ultima analisi, lo stato). Le comuni e le case del popolo cittadine, ad esempio, hanno anche un’importante funzione burocratica: delle ragazze passano a chiedere il permesso per uscire dal Rojava (perché ci vuole un permesso…), sebbene esso dovrà essere controtimbrato da consiglio cittadino e consiglio cantonale; e un altro ragazzo chiede l’esenzione dal servizio militare, introdotto di recente dal consiglio legislativo, per motivi di studio, e dovrà seguire un analogo iter.

Questa funzione burocratica non ricorda ampiamente, ancora una volta, il funzionamento di uno stato? Un compagno presente alla casa del popolo offre una risposta di diverso tenore: “Qui la gente ha cose pratiche da risolvere e a cui pensare, vive nella povertà e nella guerra, e non gliene frega nulla delle questioni di lana caprina: vuole che i problemi sociali e della vita di tutti i giorni siano risolti”. Ghalia, da dietro il velo a fiori che le copre il capo, e con il suo sguardo da vecchia mamma comprensiva, aggiunge con calma: “La nostra mentalità è diversa è diversa da quella dello stato: questo è importante. Noi ci aiutiamo gli uni con gli altri, non vogliamo sopraffarci. Quella dello stato è anzitutto una logica e, questa logica, qui non esiste”.

Dall’inviato di Radio Onda d’Urto e Infoaut ad Amuda, Rojava

Ti è piaciuto questo articolo? Infoaut è un network indipendente che si basa sul lavoro volontario e militante di molte persone. Puoi darci una mano diffondendo i nostri articoli, approfondimenti e reportage ad un pubblico il più vasto possibile e supportarci iscrivendoti al nostro canale telegram, o seguendo le nostre pagine social di facebook, instagram e youtube.

pubblicato il in Conflitti Globalidi redazioneTag correlati:

Articoli correlati

Immagine di copertina per il post
Divise & Potere

Bologna: migliaia di persone partono in corteo dal presidio per Abderrahim Fakir. Cariche e scontri sotto la Prefettura

Per i due agenti di polizia che hanno ucciso Abderrahim Fakir, domenica a Bologna, è scattato lo scudo penale introdotto dal pacchetto sicurezza del governo Meloni. La Procura del capoluogo emiliano ha attivato verifiche sui due poliziotti e sui quattro operatori del 118 che hanno assistito all’ammanettamento e al soffocamento del 42enne: anziché nel “registro degli indagati”, il fascicolo è stato aperto con il “modello 45 bis”, quindi i nomi dei due poliziotti e i quattro sanitari sono nel percorso accelerato che entro trenta giorni (prorogabili a 120 perché ci saranno le richieste di perizie tecniche) potrebbe portare all’archiviazione del caso.

Immagine di copertina per il post
Antifascismo & Nuove Destre

Genova: in ogni caso nessun rimorso.

Si è svolto ieri il corteo lanciato da diverse realtà genovesi e non per i 25 anni dell’omicidio di Carlo Giuliani.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

25 luglio: in marcia verso i cantieri della devastazione

Quindici anni fa, il potere politico ed economico decise di trasformare la Val di Susa in una zona di sacrificio e in un laboratorio di militarizzazione per imporre un’opera già rifiutata dall’intera comunità nel 2005.

Immagine di copertina per il post
Divise & Potere

E’ stato ucciso Abderrahim Fakir dalla polizia a Bologna

L’omicidio di Abderrahim Fakir a Bologna per mano della polizia sotto gli occhi di operatori sanitari immobili è una dura immagine che restituisce quanto la vita delle persone abbia sempre meno valore per un sistema come quello in cui viviamo.

Immagine di copertina per il post
Confluenza

Carta per la transizione popolare e un’energia autonoma dagli interessi delle grandi industrie

Durante il weekend di iniziative a difesa dell’Appennino è stata prodotta una carta a partire dal confronto tra i vari comitati presenti. La trovate di seguito con l’invito a diffonderla e stamparla!

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

Seconda giornata del weekend di lotta No Tav: confronto, socialità e preparativi per l’Alta Felicità

Prosegue il Campeggio di Lotta No Tav al presidio di Venaus. Dopo la prima giornata, aperta dall’inaugurazione del nuovo sito di notav.info dall’iniziativa di lotta a San Didero, il secondo giorno è stato dedicato al confronto politico, alla socialità e alla presenza nei luoghi della resistenza.

Immagine di copertina per il post
Editoriali

Genova, venticinque anni dopo: brucia ancora

Venticinque anni sono un’infinità di tempo, sono un quarto di secolo, eppure non cancellano nulla. Genova 2001 non è una data semplice da commemorare: è una posta politica ancora aperta, e va trattata come tale.

Immagine di copertina per il post
Approfondimenti

Genova 2001. Una storia del presente

Riproponiamo questo lungo testo di Emilio Quadrelli, compagno che ci ha lasciati nel 2024 e che con le sue parole ha accompagnato riflessioni preziose per una prospettiva antagonista. A 25 anni da Genova ci aiuta a ricordarci il significato e il carico di quel momento che fu, con tutte le sue contraddizioni, un momento di rottura.

Immagine di copertina per il post
Crisi Climatica

1° giorno di Campeggio di lotta: da Venaus a San Didero

Si è concluso ieri sera il primo giorno del Campeggio di Lotta No Tav, appuntamento estivo che ogni anno anima la Valle e desta sempre grande preoccupazione per la controparte.

Immagine di copertina per il post
Editoriali

C’hanno insegnato la meraviglia verso la gente che ruba il pane

Rincorrere, sparare a freddo a due uomini è giustiziare. Rincarare la dose con una terza persona già a terra, non è farsi giustizia da soli ma essere spietati assassini.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

In Albania continuano le proteste

Con Julie JL, attivista della diaspora albanese, discutiamo di come stiano proseguendo le proteste nel paese.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

La lunga frattura: presentazione del libro al campeggio di lotta a Venaus

La storia corre veloce. “Non sono che sintomi di processi più profondi e radicali che ribollono come magma sotto la crosta terrestre tentando di farsi strada, di trovare sbocchi, sfiati ed infine ridefinire il paesaggio”.

Facciamo il punto su questo lungo processo di trasformazione e ristrutturazione del capitalismo in una fase di crisi della messa a valore del capitale che ha portato a un’accelerazione globale in chiave bellica. La transizione egemonica alla quale stiamo assistendo mostra i suoi sintomi più evidenti ma non è né compiuta né scontata. Qual è il nostro compito oggi se non approfondire questa crisi?

La crisi dei valori dell’imperialismo può essere una leva per immaginare nuovi cicli di lotta? Quali sono i punti di forza del nostro agire per alimentare processi conflittuali capace di ambire a dimensioni di contropotere effettivo nella società?

Qualcosa bolle in pentola, l’Occidente è sprovvisto di idee-forza capaci di mobilitare le masse. Chi si immagina il popolo italiano pronto a prendere le armi per difendere la patria? Forse solo gli illusi e gli approfittatori che speculano su una propaganda vuota. Allora noi cosa abbiamo da proporre? La Palestina ci ha mostrato la possibilità di adesione di massa a un orizzonte di emancipazione collettivo. Cosa ci aspetta nel prossimo futuro?

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Intervista a Dina, libera dalle carceri libiche

Dina e Domenico sono i due attivisti italiani che hanno preso parte al Land Convoy verso Gaza, la missione via terra nel quadro della campagna di solidarietà internazionale alla Palestina della Global Sumud Flottilla, e poi sono stati fermati e sequestrati in Libia, nella zona controllata da Haftar. 

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

L’annessione strisciante della Cisgiordania passa dalle mappe alla legge 

Un’iniziativa di registrazione fondiaria nell’Area C sta spostando il controllo dal Regime militare al sistema civile israeliano, rafforzando l’annessione attraverso leggi, pianificazione ed espansione degli insediamenti.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Sudafrica: migliaia di migranti in fuga dalla violenza xenofoba di “March and March”. Le valutazioni di Alberto Magnani

In SudAfrica numerose attività commerciali chiuse e polizia dispiegata per le strade a seguito di manifestazioni anti-migranti.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

La cronaca della protesta all’arrivo del volo da Tel Aviv a Elmas, dentro e fuori il terminal

Domenica mattina all’aeroporto di Cagliari Elmas è atterrato un volo diretto da Tel Aviv. Il collegamento è una delle novità della stagione estiva dello scalo sardo: una rotta che connette Sardegna e Israele (operata da El Al in partnership con Sun d’Or) e che in tempo di genocidio non passa inosservata. All’esterno del terminal, una manifestazione di protesta a supporto del popolo palestinese – organizzata da Unica per la Palestina, Giovani Palestinesi Sardegna, Comitato sardo di solidarietà con la Palestina, Associazione Sardegna Palestina e la delegazione sarda della Global Sumud Flotilla – accoglie chiunque esca dall’aeroporto. Il reportage dal terminal di Elmas.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Accordo Libano-Israele, tregua o normalizzazione dell’occupazione?

Il 26 giugno a Washington, con la mediazione dell’amministrazione Trump, Israele e Libano hanno firmato un accordo quadro in 14 punti.

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Scosse devastanti in Venezuela. Migliaia di dispersi, si scava tra edifici crollati. Il sisma più violento da 126 anni.

Sono oltre 25.000 le persone che risultano al momento disperse a seguito dei devastanti terremoti che ieri sera, mercoledì 24 giugno, hanno colpito il Venezuela. Due scosse violentissime, a breve distanza, tra mezzanotte e le due di notte, orario italiano, hanno causato il crollo di centinaia di edifici. La prima scossa è stata di magnitudo […]

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Perù: in un paese profondamente diviso, la destra di Fujimori vince alle presidenziali

Una settimana di spoglio dei voti alle elezioni presidenziali del Peru si salda con la risicatissima vittoria della estrema destra di Keiko Fujimori (figlia dell’ex-presidente e dittatore peruviano Alberto Fujimori, le cui politiche contro la guerriglia di Sendero Luminoso e le classi popolari peruviane gli erano valse accuse di genocidio).

Immagine di copertina per il post
Conflitti Globali

Bolivia: Giunge a La Paz un’impressionante marcia della COB e dei settori contadini

Chiedono la rinuncia del presidente di destra Paz. Il governo risponde con la repressione e arresta il massimo dirigente della Centrale Operaia, Vicente Salazar.