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Le metamorfosi del fondo salva Stati

Mentre il Wall Street Journal da già per certo che dopo la Spagna toccherà all’Italia  “due anni e tre salvataggi dopo, l’Ue è in recessione e il contagio si è allargato dalla Spagna all’Italia”. Alcune precisazioni sul prestito concesso alle banche spagnole sono da fare, visto che dopo il salvataggio tutti gridavano alla vittoria: ha vinto la Spagna, ha vinto l’Euro, ha vinto la Europa ha vinto l’Unione Europea. Ma se nessuno ci perde: da dove sono stati presi i soldi? Visto che 100 miliardi, non si autogenerano dal nulla. 

Sono stati presi dal “fondo salva stati” finanziato dagli stati membri dell’UE e quindi, in poche parole, dai lavoratori e dalle lavoratrici che si ritrovano anche tramite le tasse a finanziare le banche. Come giustamente faceva notare Andrea Fumagalli, in un’intervista pubblicata dal nostro sito, è passato assolutamente sotto silenzio la trasformazione del fondo “salva stati” in fondo “salva banche“, e come un processo inverso, ovvero concedere i fondi degli stati invece che al sistema bancario direttamente ai cittadini non sarebbe stato neanche ipotizzabile.

Inoltre, come se non bastasse, questi sforzi che tutti i governi europei continuano a imporre alle proprie popolazioni non servono a niente. Anche perché il mercato ha scoperto che i cosiddetti “firewall” sono ormai prosciugati, dopo gli impegni presi con la Spagna e gli altri stati in crisi dell’Eurozona. Infatti prima del finanziamento alla Spagna, complessivamente erano stati già concessi più di 244 miliardi di prestiti a fronte di piani di sostegno che prevedono finanziamenti fino al 2016 per 391 miliardi.

Adesso il gioco ripassa agli altri fanalini di coda dell’Europa: il Portogallo che tornerà di sicuro nei discorsi dell’Eurozona; la Grecia che a breve avrà le elezioni e che ha circa 2 miliardi di euro per pagare stipendi e pensioni fino al prossimo 20 luglio; l’Irlanda, che ora vorrebbe ridiscutere il sul piano di austerity con Bruxelles; e poi l’Italia che nel frattempo ha visto risalire il famoso spread a 460 punti base, e che con i suoi 2.000 miliardi di debito pubblico diventa facile preda di rumors e speculazione.

In questo scenario la questione delle elezioni greche e la risposte della piazza diventano centrali per riuscire a fare previsoni sull’accellerarsi o meno della crisi economica e di governo europeo.

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