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“Voglia di difendere una libertà conquistata”: intervista a un compagno italiano ad Afrin [IT/FR]

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[TRADUCTION FRANCAISE ICI] Abbiamo raggiunto telefonicamente Jacopo, un compagno di Torino che si trova in questo momento nel cantone di Afrin. Afrin è sotto attacco da ormai dieci giorni da parte della Turchia con la operazione “ramoscello d’ulivo”, ufficialmente iniziata da Erdogan per “proteggere la Turchia dal terrorismo”, di fatto guerra per attaccare il progetto di rivoluzione confederale che si sta dispiegando nella Siria del nord dall’inizio della guerra civile nel paese.

Perché ciò che succedendo ad Afrin sta succedendo proprio ad Afrin e perché sta succedendo ora?

Ciò che sta succedendo rientra in un processo di più lungo corso che è iniziato nel 2011 con l’inizio della rivoluzione siriana e della guerra civile. Erdogan è interessato a questo cantone  per varie ragioni. Una è quella interna, ostacolare la lotta del popolo curdo, distruggere un processo rivoluzionario che è in corso in Siria del nord e che vede i curdi come protagonisti insieme a tutti gli altri gruppi linguistici e le popolazioni che vivono in quest’area. È un processo che sta avendo successo e quindi l’interesse di Erdogan è di fermarlo e distruggerlo per potere poi saldare i conti all’interno dello stato turco. Un altro motivo è che tra i cantoni della Siria del nord quello di Afrin è un cantone ricco, sia in termini economici che di popolazione. Quindi colpire questo cantone significa dare un colpo forte alla rivoluzione della Siria del nord. C’è anche ovviamente un dato militare, da sette anni il cantone di Afrin è stato sempre isolato, circondato da forze nemiche. Su due lati, quello ovest e quello nord è circondato dalla Turchia, sul lato est sia dall’esercito turco che dalle bande islamiste che sono sue alleate. Questo succede anche per la maggior parte del confine sud del cantone, di cui solo una piccola parte è ancora controllata dal regime di Assad, che comunque non è una forza amica. Quindi anche dal punto di vista militare è un obiettivo che si ritiene, o meglio si riteneva, facile. 

Un altro dato è che il progetto di lungo termine di Erdogan è quello che qui si nomina come progetto “neo-ottomano”, quello che prevedeva in origine di abbattere Assad per accrescere la propria potenza nel Medioriente, smembrare lo stato siriano e occuparne una parte. Erdogan in questa zona è sempre intervenuto attraverso suoi “proxy”, come Al Nusra o altri gruppi islamisti che utilizzavano l’etichetta di Free syrian army [i cosidetti “ribelli moderati” NdR] fino all’estate 2016 quando la Syrian democratic forces [l’esercito confederale a trazione curda di cui fanno parte anche le YPG/YPJ NdR] ha cominciato a liberare i territori a Est di Kobane dalla dominazione dell’ISIS. La Turchia in quel momento, anche con l’accordo degli USA, ha mandato il suo esercito nella regione di Sheba, in particolare a Jarablus e Al Bab. Da quella zona Daesh si è ritirata senza combattere all’arrivo dell’esercito turco. Ora in questa regione c’è un’alleanza esplicita, sotto l’etichetta dell’operazione “scudo dell’Eufrate”, tra reduci dell’ISIS, al Nusra e l’esercito turco. Poi circa quattro mesi fa, grazie a un accordo con la Russia e il regime, l’esercito turco ha preso il controllo della città d’Idlib. Accordo che doveva essere funzionale una “de-escalation” nella regione ma che si è visto essere essenzialmente funzionale all’attacco di Afrin. Per adesso quindi ha occupato la regione di Idlib, che è a Sud del cantone di Afrin, la regione di Sheba che è est. La volontà di occupare il cantone di Afrin viene dall’idea di ottenere un territorio continuo ed omogeneo a diretto contatto con la Turchia.

Che impressioni hai avuto arrivando ad Afrin, anche rispetto alle altre zone della Siria che hai visitato in questi mesi?

Qua la società è più ricca, nel contesto siriano ovviamente. Il paragone rispetto a ciò che si può dire rispetto all’Europa è sempre da relativizzare (rispetto alle infrastrutture, alle possibilità di consumo, etc.) ma diciamo che è una zona più “di ceto medio”. Ci sono per esempio molti studenti, anche magari che vivono in case “da studenti”, persone venite qua per studiare e che sono in casa con altri cinque o sei giovani. C’è quindi anche una mentalità che porta anche a sistemarsi all’interno “del sistema”, trovare un lavoro migliore o magari emigrare in Europa. Infatti prima della guerra e della rivoluzione molti qua lavoravano per lo stato siriano, negli uffici pubblici. È un posto in qualche modo diverso, lo si vede anche dalle persone che si vede in giro, sia dal modo di vestire, dal rapporto con le famiglie proprio anche questa idea dello studio. È anche un fatto molto positivo, per esempio vedo anche tantissimi giovani che si pongono davvero il problema di che cosa vuol dire essere uno studente ed essere un rivoluzionario.

Come ha accolto la popolazione il processo rivoluzionario del confederalismo democratico e come sta reagendo adesso davanti all’attacco da parte di Erdogan? 

Il fatto che prima di qualche giorno fa nel cantone di Afrin non ci sia mai stata la guerra guerreggiata ha permesso alla rivoluzione di radicare le proprie strutture e di organizzare la società in maniera più tranquilla, diciamo, rispetto agli altri cantoni dove ci sono stati diversi “salti” dovuti alle contingenze della guerra. Il processo rivoluzionario si è quindi dispiegato in maniera continua negli ultimi sette anni. Per cui, ciò che si vede è che nei villaggi e nelle città, è che le strutture rivoluzionarie, dei giovani e delle donne in particolare, sono molto ben radicate e organizzate sul proprio territorio.

L’attacco di Erdogan era in qualche modo atteso. Ma com’è possibile che il secondo esercito della NATO – con a disposizione le migliori tecnologie belliche, cacciabombardieri, elicotteri cobra, migliaia di carriarmati – non sia riuscito in nove giorni a fare più di qualche chilometro nel confine del cantone? Questo è possibile perché è veramente una lotta di tutto il popolo contro questo attacco. Tutti stanno contribuendo. Per esempio io giro qui diverse famiglie che mi stanno ospitando. In nessuna ci sono giovani a casa, sono tutti al fronte o a dare una mano nelle retrovie a sostenere lo sforzo bellico. In generale la popolazione di questo cantone, dopo sette anni di rivoluzione, è nella sua stragrande maggioranza unita contro la minaccia di un’invasione turca. Per i curdi è il nemico di sempre. Ma anche per le altre popolazioni, gli arabi, gli armeni, i circassi e i turcomanni, vuol dire la paura del ritorno dell’estremismo islamico. L’alleato di Erdogan qui è al Nusra, la branca siriano di al Qaeda. E quindi c’è anche la voglia di mettersi in gioco per questo, per difendere una libertà conquistata. Me ne rendo conto anche dalle domande che mi fanno qui sull’Europa. È una questione di ideologia ma non come la pensiamo noi in Europa. Siamo portati a pensare all’ideologia come qualcosa che ha dei connotati molto astratti, su cui non c’è in fondo molto da guadagnare o da perdere, mentre qua la rivoluzione ha portato davvero un cambiamento nella prospettiva di vita di queste persone. E quindi tutte, o comunque la stragrande maggioranza, è convinta che difendere il processo rivoluzionario valga la pena, a volte fino a mettere in gioco la propria vita.

Faccio un esempio, oggi ho visto una manifestazione di giovani di un quartiere, in cui manifestavano il fatto che si sarebbero uniti allo sforzo delle YPG/YPJ, le unità di difesa del popolo. In prima fila c’era un gruppo di ragazze con il Kalashnikov, mi sono informato su chi fossero ed erano delle studentesse che fanno parte del movimento. La loro spinta per esempio è data dal fatto che in questa rivoluzione le donne hanno un ruolo centrale, nessuna decisione può essere presa senza di loro. Immaginatevi cosa può fare come prospettiva che tra qualche settimana questo territorio potrebbe essere sotto il controllo di al Qaeda. Fa una bella differenza.

A me ha colpito molto per esempio il fatto che questo processo non investa soltanto la popolazione curda, anche se questa resta ovviamente la più protagonista, ma coinvolge davvero tutti, in particolare i giovani. Per esempio c’è l’esempio della popolazione araba, che in buona parte appoggia questa rivoluzione, ma specialmente i giovani arabi, che entrano proprio nelle organizzazioni giovanili rivoluzionarie della vita civile o anche si arruolano nelle YPG. Questa rivoluzione rappresenta un cambiamento concreto delle vite, anche delle forme relazionali che ci sono. 

Il fatto che Erdogan abbia detto che dopo sette giorni avrebbe spazzato via le YPG da Afrin e che invece oggi [ieri NdR] siamo ormai al nono giorno in cui sostanzialmente non è riuscito a ottenere nessun risultato militare significativo è anche la dimostrazione che quando una lotta di popolo concorre non solo a un processo rivoluzionario ma anche a uno scontro, alla fine la forza che si può mettere in campo è tanta e si può anche vincere. Questo davvero, su una scala molto più piccola, è ciò che mi sembra ho vissuto a casa nostra in Val di Susa, dove la popolazione ferma da vent’anni il progetto dello stato italiano di fare il TAV.

28/01/2017 

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