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Sull’ennesimo rogo nell’area industriale di Lamezia

L’ennesimo rogo che colpisce l’area industriale di Lamezia non è un incidente da archiviare come una tragica fatalità.

da Addunati

È il prodotto di un modello di sviluppo che considera i territori periferici sacrificabili e le nostre vite un costo da comprimere. L’area ex Sir che, almeno nelle intenzioni, doveva diventare il polo siderurgico più grande del Meridione, il punto di rilancio dell’economia calabrese, in passato teatro di importanti lotte operaie, negli anni è diventata sempre più l’emblema del fallimento di ogni strategia di rilancio economico della nostra terra, passando da area industriale ad area agricola, da centro servizi a porto turistico ed infine “ecodistretto”. E così mentre le fabbriche e le aziende chiudono, aumentano i depositi e i siti di stoccaggio di rifiuti di ogni tipo. Ancora una volta sono i lavoratori, le famiglie e chi vive questo territorio a respirare il fumo, a convivere con la paura e a pagare il prezzo di un sistema che interviene sempre dopo, mai prima. Si mobilitano mezzi e uomini quando le fiamme sono già alte, ma sulla prevenzione, sui controlli e sulla tutela della salute pubblica regna troppo spesso un silenzio assordante.

Non accettiamo la narrazione dell’emergenza permanente.
L’emergenza è diventata la normalità perché è la conseguenza di precise scelte politiche: privatizzare i profitti, scaricare sulla collettività i rischi ambientali e sanitari, ridurre il controllo pubblico mentre avanzano gli interessi economici.
Pretendiamo trasparenza immediata sui monitoraggi ambientali, sulla qualità dell’aria, del suolo e delle acque. Non chiediamo rassicurazioni, chiediamo dati pubblici, accessibili e verificabili. La salute non può essere gestita con comunicati tardivi o con l’invito ad aspettare. Pretendiamo che siano accertate fino in fondo le cause di questo incendio e che venga aperta una verifica straordinaria su tutte le attività industriali a rischio presenti sul territorio. Non ci basta spegnere gli incendi: bisogna impedire che continuino a verificarsi.

Ma questa vicenda ci dice qualcosa di più profondo. Ci parla di un territorio trattato come una colonia interna, utile finché produce ricchezza per qualcuno e dimenticato quando si tratta di garantire diritti. Ci parla di istituzioni che troppo spesso rincorrono le emergenze invece di governarle, e di una politica che ha smesso di pianificare, controllare e difendere l’interesse collettivo. La nostra risposta non può limitarsi all’indignazione.

Serve organizzazione popolare, controllo dal basso, mobilitazione permanente. Serve costruire una forza capace di imporre un’altra idea di sviluppo, in cui la salute, l’ambiente e la sicurezza dei lavoratori vengano prima di qualsiasi profitto.

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pubblicato il in Crisi Climaticadi redazioneTag correlati:

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